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  • Immagine del redattoreEdoardo Marazita

Elementi di project management, il processo di "soggettivazione" nella gestione risorse umane

parte prima

 



Affrontiamo la prima parte di un piccolo compendio su gestione delle risorse umane, all'interno dei moderni sistemi di project management.

                     Per quanto vogliamo ostinarci a credere che esistano principi inviolabili e universali, dobbiamo rassegnarci all’idea che tutto passa attraverso il processo di soggettivazione. L’intera gamma dei fenomeni non può che essere letta attraverso principi di rappresentazione. La natura è rappresentazione, la vita è rappresentazione. Dio è rappresentazione. Come può non esserlo il lavoro. Gli individui leggono il mondo attraverso l’esperienza che di esso possono fare, costruendo sulle relative conseguenze, l’opinione di giusto e sbagliato che non solo concorda con le personali convinzioni ma aderisce alle influenze delle diverse convinzioni che ogni soggetto porta nella socialità. Anche all’interno di gruppi fortemente sintonici, le credenze personali resistono. Se vi è una risposta adattiva all’essenza del gruppo di appartenenza, essa è sempre condizionata dal modo con il quale ogni singolo elemento del gruppo percepisce i valori espressi dalla comunità. Se così non fosse, non ci sarebbe una sola azienda incapace di produrre profitto, un solo Stato incapace di funzionamenti perfetti, nessuna società civile instabile. Il processo di soggettivazione è un complesso meccanismo di acquisizione delle informazioni su base esperienziale, frutto di una analisi intima, prodotto residuo di conflitti tra i propri desideri e i doveri nei confronti dell’istanza sociale. Lo sforzo di oggettivizzare concetti e principi, inquadrandoli così in un ampio campo “condiviso”, è un impegno arduo che può produrre solo aderenze a modelli di comodo e semmai convenzioni funzionali ad un qualche tipo di accordo sociale, per convenienza.  Anche in presenza di tutto ciò, il soggetto mantiene la sua soggettivazione, in base ad un preciso meccanismo di sopravvivenza modulato consciamente e inconsciamente.  

              Perdere o addirittura rinunciare alla propria soggettività, è possibile solo ad un livello psicopatologico, o in forme sociali arcaiche come, ad esempio, nelle tribù primitive e nei clan. Psicopatologicamente invece, è possibile trovare “oggettivazione di sé” nelle comunità d’ordine criminale che abbiano radicato nel corso del tempo, modelli di appartenenza estrema, fondati sul gruppo e socialmente pervasivi.  Si nota infatti molto spesso, una rottura del modello oggettivante, nei pentiti di mafia, che per necessità soggettive, per la loro sicurezza o per tornaconto personale, “sentano” progressivamente un ritorno al proprio sé, che a quel punto non può che essere in disaccordo con l’esperienza pregressa. (da ciò, pentitismo) È stato riscontrato come in alcuni soggetti sottoposti a isolamento detentivo, siano nati comportamenti legati agli sviluppi infantili e della crescita che non essendo stati elaborati soggettivamente, irrompono in tarda età. Comportamenti omosessuali, ad esempio, laddove la cultura oggettivizzante dell’appartenente al clan abbia escluso in età giovanile, l’elaborazione dei percorsi psicologici di rilievo.

                È molto diverso domandarsi perché una persona si comporti in un modo, da cos’è quel comportamento in generale. Nel primo caso ci interroghiamo su quale sia la visione soggettiva di quel soggetto rispetto al comportamento generale. Nel secondo caso individuiamo quei comportamenti che i soggetti possono poi assumere individualmente, domandandoci “perché loro e non tutti!”. Per restare in tema di lavoro e fare un esempio concreto, potrei dire che comunicare l’imminente perdita del lavoro o peggio, minacciare un licenziamento debba produrre generalmente paura, ansia, preoccupazione. Ma come queste reazioni impattino su diversi soggetti, è facile dedurre che debba per forza di cose essere diverso da persona a persona. Se riprendiamo il discorso da questo punto, comprendiamo meglio come le strategie di comportamento organizzativo attuabili abbiano bisogno di grande attenzione alla diversificazione sia in termini di comunicazione delle stesse che in termini di attuazione nell’ambito. Comprendo che questo possa lasciar immaginare l’immane difficoltà di volervi ricorre per un riordinamento del proprio lavoro, ma si tratta pur sempre di cominciare a pensare il cambiamento, comprendere il meccanismo, allenarsi alla visione delle dinamiche, provare sul campo, trarne le conclusioni, e ricominciare fino alla piena e autonoma consapevolezza di poter agire in tal senso.

Tutti abbiamo imparato ad andare in biciletta e non lo abbiamo più dimenticato. Come è vero che non tutti in bicicletta possiamo percorrere cento chilometri al giorno. La nostra capacità di produrre risposte positive agli stimoli della vita professionale è imprescindibilmente connessa alla nostra capacità di assorbire e comprendere i nostri desideri profondi nella piena soggettività. Le necessità contingenti che spingono l’individuo a risposte di tipo adattivo passivo (fare un lavoro che non si desidera) dipendono dalla robustezza della struttura della personalità e dall’abitudine dell’individuo a rispondersi in maniera soggettiva. In una struttura fragile e poco allenata alla soggettività, subentrano meccanismi difensivi che giustificano la necessità di non rispondere al proprio sé, riconoscendo le circostanze della vita, quali proprietarie della più profonda volontà di agire. Si diventa “agiti”, si smette di agire, o non lo si è mai fatto.

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