top of page

The Shape Of Closing Doors: fuori dal tempo, per scelta

Aggiornamento: 11 mag

The Shape Of Closing Doors non nasce per competere con la musica di oggi. Non è un progetto che cerca spazio nel sistema attuale, né tantomeno un tentativo ingenuo di emergere in un contesto che segue logiche ben precise. Sono perfettamente consapevole che un progetto creativo fondato sull’intelligenza artificiale difficilmente potrà diventare un caso musicale nel senso tradizionale del termine. E, a dire il vero, non è nemmeno questo il punto.

The Shape Of Closing Doorsl è un ritorno. Un modo per continuare a vivere una certa idea di musica che appartiene al mio percorso, alla mia formazione, a un tempo in cui la canzone aveva un’altra funzione. È una musica dichiaratamente romantica, nel senso più diretto del termine: non cerca di essere innovativa a tutti i costi, non aspira a vertici autoriali sofisticati, non ha l’urgenza di dimostrare qualcosa. È, se vogliamo, una musica leggera. Ma leggera nel senso più onesto: libera dal peso di dover giustificare la propria esistenza.

Dentro questa consapevolezza, però, si muove anche una frattura piuttosto netta. Faccio fatica a riconoscermi nella scena musicale italiana contemporanea, che percepisco come sempre più appiattita, sempre meno capace di distinguere davvero tra un artista e l’altro. Le differenze si assottigliano fino quasi a scomparire, e le poche eccezioni sembrano appartenere a chi si è formato in un’altra epoca, su presupposti diversi, meno condizionati da un sistema che oggi tende a replicare se stesso.


La sensazione è quella di un continuo riciclo. Le strutture melodiche si assomigliano, i testi si muovono dentro un lessico ristretto, le soluzioni armoniche raramente sorprendono. Ma il punto più evidente è forse un altro: la centralità si è spostata dalla musica al personaggio. L’artista diventa un prodotto costruito, spesso lanciato attraverso percorsi televisivi già codificati, sostenuto per un periodo limitato e poi rapidamente sostituito. In questo contesto anche la scrittura finisce per adattarsi, diventando sempre più funzionale, sempre più legata a formule che funzionano perché già testate. Il risultato, troppo spesso, è una perdita di peso. Le canzoni scorrono, ma non restano.

A questo si aggiunge un altro elemento che trovo difficile accettare: la compressione del tempo. I brani si accorciano sempre di più, si consumano in pochi minuti, a volte senza nemmeno il tempo di svilupparsi davvero. Non c’è spazio per entrare dentro una melodia, per lasciarsi accompagnare, per attraversare un cambiamento. La musica non costruisce più un percorso, si limita a esistere per un istante e poi lascia il posto a quella successiva. Anche gli album, in molti casi, hanno perso una loro identità. Non sono più pensati come viaggi, ma come raccolte di tracce che potrebbero stare ovunque, intercambiabili, prive di un vero legame interno.

La stessa dinamica si riflette nei videoclip, dove la componente visiva raramente aggiunge profondità al brano. Più spesso si limita a seguire schemi ripetitivi, immagini standardizzate, estetiche che privilegiano l’immediatezza rispetto al racconto. È difficile trovare un’idea, una narrazione, un tentativo di costruire un mondo. In alcuni casi, soprattutto nel mainstream più esposto, la dimensione visiva finisce addirittura per sovrastare completamente la musica, riducendo la canzone a semplice accompagnamento.

Tutto questo non è nostalgia, o almeno non solo. È piuttosto la percezione di una perdita: quella di un modo di vivere la musica come spazio, come tempo da abitare, come esperienza che si sviluppa e lascia qualcosa. Un tempo le canzoni duravano quanto bastava per portarti altrove, per farti entrare in un pensiero e uscirne diverso. Anche le immagini avevano una funzione, contribuivano a costruire quell’esperienza.


The Shape Of Closing Doors nasce esattamente da questa distanza. Non prova a colmarla, non cerca di adattarsi. È semplicemente il mio modo di continuare a stare in quel territorio, anche se oggi esiste solo in parte. Non mi preoccupa se questa musica non incontra il gusto attuale. Anzi, in un certo senso mi preoccuperebbe il contrario, perché significherebbe che si è avvicinata troppo a qualcosa da cui, per sua natura, vuole restare fuori.

C’è però un ultimo aspetto che sento altrettanto forte, ed è forse il più personale. Questa specie di superiorità diffusa, questa necessità di dare sempre un valore alto e giustificato a ciò che si ascolta, finisce per rendere tutto più pesante. Come se non fosse più possibile concedersi un ascolto leggero, immediato, privo di pretese. E invece è proprio lì che spesso si nasconde una verità semplice: a volte una canzone funziona perché, in quel momento, ci serve. Perché accompagna un tratto di strada, perché crea un’atmosfera, perché semplicemente ci va.



Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page