The Shape Of Closing Doors. Quando parole e musica non sono d’accordo
- Antonio Edoardo Marazita
- 4 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 11 mag

C’è una cosa che sento molto forte dentro The Shape Of Closing Doors: spesso le parole e la musica non sembrano dire la stessa cosa.
I testi parlano di vita vissuta, di tempo che passa, di scelte sbagliate, di solitudine, di cose che restano addosso anche quando nessuno le vede. Non sono testi scritti per sembrare oscuri. Nascono semplicemente da lì, da quel punto in cui capisci che vivere non è sempre risolvere, guarire, vincere o trovare una risposta. A volte vivere significa portarsi dietro qualcosa e continuare comunque.
Però non volevo che la musica fosse la traduzione letterale di quel peso.
Non volevo fare canzoni che, davanti a un testo duro, diventassero automaticamente cupe, lente, pesanti, quasi obbligate a spiegare musicalmente il dolore. Mi sembrava troppo semplice. Anche troppo prevedibile. Come se ogni ferita dovesse avere per forza il suo vestito nero, la sua stanza buia, il suo finale tragico.
Io il peso della vita lo sento profondamente. Non lo nego, non lo addolcisco. Anzi, credo che sia proprio da lì che nascono molte canzoni. Ma allo stesso tempo sento che la vita non funziona in modo così ordinato. Non è mai completamente allineata a quello che proviamo dentro.
Puoi avere una giornata devastante e trovare comunque il sole fuori. Puoi camminare con qualcosa di irrisolto dentro, mentre la città continua a muoversi, la gente entra nei bar, i semafori cambiano, le macchine passano, qualcuno ride da qualche parte. Il mondo non si ferma per rispettare il nostro stato d’animo.
E questa cosa, per me, è centrale.
The Shape of Closing nasce proprio da questa frizione: dentro c’è il peso, fuori c’è il movimento.
Le parole possono parlare di cadute, errori, rimpianti, solitudine. Ma la musica non deve per forza affondare insieme a loro. Può invece mostrare l’altra parte della verità: il fatto che, nonostante tutto, esiste ancora un ritmo. Esiste ancora una pulsazione. Esiste ancora una possibilità di stare nel tempo.
Non parlo di ottimismo facile. Non mi interessa scrivere canzoni che dicano “andrà tutto bene”. Sarebbe falso. Ma non mi interessa nemmeno costruire un mondo musicale dove tutto è soltanto buio, perdita, sconfitta.
Quello che cerco è un equilibrio più umano.
Dentro ognuno di noi può esserci una ferita, ma fuori continuiamo a vivere sotto lo stesso cielo. La vita va per conto suo, con una sua luce, una sua ostinazione, una sua indifferenza anche crudele. Ma proprio in questo c’è qualcosa che mi interessa: il fatto che il mondo non si lasci chiudere dentro il nostro dolore.
La musica, allora, diventa quel fuori.
Il testo dice quello che pesa. La musica dice che il tempo continua.
Il testo guarda la crepa. La musica lascia entrare aria.
Il testo può restare fermo su una perdita. La musica spinge avanti, anche piano, anche senza promettere niente.

Per questo a volte le canzoni di The Shape Of Closing Doorssembrano non essere perfettamente d’accordo con se stesse. Non è un errore. È il punto.
Io non voglio raccontare soltanto il lato oscuro della luna. Voglio raccontare anche il fatto che, mentre noi attraversiamo quel lato oscuro, da qualche altra parte qualcosa continua a brillare. Non per salvarci. Non per consolarci. Ma perché la vita è fatta così: non coincide mai completamente con la nostra ferita.
Alla fine, forse,The Shape Of Closing Doors è questo per me: il tentativo di mettere insieme due verità che non si annullano.
La prima è che la vita pesa, la seconda è che la vita scorre.
E in mezzo, tra queste due cose, nasce la canzone.


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