
MAGAZINE
AI-Generated Band
The Shape of Closing Doors
perchè una band così
The Shape of Closing Doors nasce anche da un legame personale con gli anni ’90. Non tanto come nostalgia da cartolina, ma come atmosfera interiore. Per me quelli sono stati anni vissuti con una sensazione precisa: l’idea che il futuro fosse ancora una promessa. Che davanti ci fosse qualcosa da scoprire. Che il mondo fosse più grande della stanza in cui ti trovavi. Molto di quella sensazione passava attraverso la musica, ma anche attraverso il cinema, le serie tv, l’immaginario popolare di quegli anni. Le serie americane, i videoclip, le radio, le copertine, i grandi ritornelli melodici, certe chitarre luminose, quel modo di raccontare emozioni senza doverle sempre giustificare intellettualmente. Per me l’America è stata anche questo: un luogo immaginato prima ancora che conosciuto. Un paese pieno di contraddizioni, certo, ma capace di produrre simboli potentissimi. Strade infinite, periferie eleganti, college, diner, motel, skyline, highway, luci al neon, promesse di libertà. Tutto un lessico visivo che ha formato intere generazioni, compresa la mia. E sì, in qualche modo sono figlio anche di quell’American style e di quel mito. Non lo dico in senso politico o ingenuo. Lo dico in senso culturale. Alcune immagini ti crescono dentro, che tu lo voglia o no. La band nasce anche da lì. Nasce dall’idea di una band che sembra uscita da un tempo in cui il rock melodico non aveva bisogno di troppe spiegazioni. Canzoni costruite per emozionare, per restare in testa, per accompagnare momenti di vita. Brani che magari oggi qualcuno liquiderebbe come “commerciali”. E questa parola mi ha sempre incuriosito. Commerciale spesso viene usato come sinonimo di minore valore artistico. Come se ciò che arriva a molti fosse automaticamente sospetto. Come se una melodia immediata fosse per forza superficiale. Come se il successo togliesse dignità a una canzone. Forse in alcuni casi è vero. Ma non sempre. Perché spesso le canzoni che restano davvero nella memoria collettiva sono proprio quelle che qualcuno, all’epoca, guardava dall’alto in basso. Quelle troppo dirette, troppo popolari, troppo cantabili, troppo aperte. E invece erano semplicemente vive. Non tutte le opere devono dimostrare qualcosa. Alcune devono solo colpire nel punto giusto e restare lì. Anche per questo TSOCD non nasce con un atteggiamento da opera complicata o da manifesto autoriale. Non volevo un progetto che si sentisse obbligato a mostrarsi “importante”. Mi interessava qualcosa che avesse il coraggio della semplicità emotiva, pur dentro una costruzione curata. Una band elegante, melodica, intensa, forse persino fuori tempo. Ma c’è anche un altro lato. I personaggi di TSOCD sono volutamente vicini a certi stereotipi del bello: affascinanti, ben vestiti, fotogenici, quasi iconici. Non la classica rockstar maledetta, sporca, autodistruttiva. Piuttosto figure da immaginario costruito, da poster, da videoclip, da copertina. E questa scelta non è solo estetica. Dentro c’è anche una piccola critica al presente. Viviamo in un tempo in cui tutto deve apparire desiderabile, seducente, impeccabile. Ogni cosa deve attirare attenzione, fermare lo scroll, ottenere like, generare consenso rapido. L’immagine viene continuamente levigata per diventare consumabile. Mi sono accorto che, in fondo, il meccanismo non è così diverso da certi miti pop del passato. Cambiano le piattaforme, cambiano gli strumenti, ma l’ossessione per la superficie resta. Allora mi è sembrato interessante usare proprio quell’estetica — il bello costruito, il fascino calibrato, l’icona perfetta — per mostrarne anche il lato ambiguo. The Shape of Closing Doors è affascinante, sì. Ma forse anche troppo. È elegante, sì. Ma quasi irreale. È desiderabile, sì. Ma costruita. Esattamente come molte cose che oggi consumiamo online ogni giorno. Per questo il progetto non è soltanto un omaggio agli anni ’90 o al rock melodico. È anche un modo per prendere quell’immaginario e rileggerlo dentro il presente. Da una parte c’è il ricordo di un tempo in cui tutto sembrava possibile. Dall’altra c’è il presente, dove tutto sembra dover essere perfetto. In mezzo ci sono io, con i miei gusti, i miei riferimenti, le mie contraddizioni, e con l’idea che si possa ancora creare qualcosa usando memoria e strumenti nuovi.
pod cast
Nessuno qui mette in discussione la bellezza della musica scritta, suonata e vissuta dalle persone, né l’esperienza meravigliosa, irripetibile e profondamente umana del concerto dal vivo.
Questo progetto è un esperimento creativo, da intendere nello stesso spirito con cui si può realizzare un film di animazione, un concept visivo o una forma di narrazione musicale alternativa. Non nasce per sostituire i musicisti, né per sminuire il valore dell’esecuzione, dello studio, della sensibilità e della presenza scenica reale.
La musica più bella resta quella suonata dal vivo. Resta l’incontro diretto tra artista e pubblico, il suono che prende corpo nello spazio, l’errore, il respiro, la tensione, l’energia condivisa. Tutto ciò che rende la musica un’esperienza viva non è sostituibile.
Scarlet Veil è quindi un esperimento immaginativo e creativo, non un manifesto contro la musica vera, ma semmai un omaggio alla sua forza, al suo fascino e alla sua eterna centralità.
