Le dichiarazioni spontanee del generale

August 29, 2019

 

Infine, deve darsi conto delle dichiarazioni spontaneamente rese sul punto nel presente dibattimento dall'imputato Mario Mori, pur premettendo, sin d'ora, che lo stesso in qualche passaggio ha rinviato alle più dettagliate conoscenze del coimputato De Donno ("Sull'argomento potrà interloquire anche il dottor De Donno, che fu colui che li iniziò, ovviamente da me autorizzato"), il quale, tuttavia, così come Mori, non ha accettato di sottoporsi all'esame delle parti e nulla ha riferito spontaneamente riguardo al tema dei contatti con Ciancimino qui in esame rinviando a sua volta alle dichiarazioni di Mario Mori [...].
Ciò premesso, in ordine ai contatti con Vito Ciancimino ed all'esito delle dichiarazioni precedentemente rese da Massimo Ciancimino in questo dibattimento, l'imputato Mario Mori ha reso spontanee dichiarazioni all'udienza dell'8 settembre 2016.
Si omettono qui, però tutte le considerazioni del Mori riguardo alla inattendibilità di Massimo Ciancimino poiché le dichiarazioni di quest'ultimo non sono, come detto, in alcun modo utilizzate da questa Corte ai fini della valutazione delle risultanze probatorie.
Rileva, qui, piuttosto, la ricostruzione dei contatti con Vito Ciancimino.
Dunque, in particolare, in quella occasione, riguardo a tali contatti, Mario Mori
ha spontaneamente dichiarato:
"Mi riferisco alla deposizione resa dal signor Massimo Ciancimino e a quelle ad esse direttamente collegate .... .... .... Nel corso del mese di giugno 92, il Capitano De Donno, sfruttando incontri casuali verificati nel corso dei suoi viaggi da e per Palermo, incontrò e prese contatto con Massimo Ciancimino, da lui conosciuto nel corso di perquisizioni a casa del padre, stabilendo con lui una
corretta interlocuzione. L'Ufficiale titolare delle investigazioni sfociate nell'inchiesta mafia e appalti, ben conosceva il ruolo di protagonista che aveva rivestito e che ancora rivestiva all'epoca Vito Ciancimino nel condizionamento degli appalti pubblici e più in generale la sua situazione di cerniera tra il mondo politico e imprenditoriale e l'ambito mafioso. Nell'ottica di acquisire elementi
utili alla prosecuzione delle indagini per giungere a una individuazione dei responsabili degli omicidi di quell'anno, in particolare per quanto attiene la strage di Capaci, e sulla base delle interlocuzioni avute con Massimo Ciancimino, siamo dopo l'attentato di Capaci e prima di quello di Via D'Amelio, De Donno ritenne che, opportunamente contattato, Vito Ciancimino avrebbe potuto accettare il dialogo e al limite accondiscendere a qualche forma di collaborazione se non altro per dimostrare la sua sempre proclamata estraneità a Cosa Nostra. […] Nella vicenda però ritenevo di avere un vantaggio importante dato dal fatto che Ciancimino era in attesa di decisioni connesse ai propri procedimenti giudiziari aperti, che se a lui sfavorevoli, come era ipotizzabile, lo avrebbero riportato in carcere definitivamente. Il primo incontro con me avvenne nel pomeriggio del 5 agosto 1992, nell'abitazione romana di Ciancimino, in zona di Piazza di Spagna - Villa Medici. Si veda l'agenda del 1992 mia, già in questi atti. [...] Il terzo incontro avvenne il 1 ottobre 1992. Ciancimino ci disse che aveva preso contatto con l'altra parte, senza specificare l'identità dei suoi interlocutori, riferendoci che aveva riscontrato perplessità perché avendo fatto i nostri nomi gli era stato chiesto chi rappresentassimo. Convinto che il mio interlocutore tergiversasse, gli risposi di non preoccuparsi e di andare avanti così. Questa risposta che non lo poteva soddisfare in condizioni normali, in quel momento lo accontentò perché anche lui aveva esigenze impellenti da fronteggiare, che gli sconsigliavano di assumere posizioni rigide. Così prese per buona una risposta che esaustiva certamente non era e decise di procedere oltre. Nel corso dell'incontro Ciancimino ci
consegnò due copie della bozza di un suo libro intitolato Le Mafie, scritto su persone e fatti politici - amministrativi da lui conosciuti come protagonista e testimone delle vicende siciliane degli anni appena trascorsi. Nel testo egli sosteneva la tesi di una sostanziale convergenza di intenti tra mafiosi e politici.
Il Ciancimino mi disse che era sua intenzione farlo pubblicare e che ne aveva già distribuito delle copie per sensibilizzare al suo caso persone in grado di aiutarlo una volta conosciuta la verità. Egli aggiunse che quelli del libro erano anche gli argomenti che voleva trattare quando fosse riuscito ad essere ricevuto nella Commissione Parlamentare Antimafia e al riguardo chiese anche un mio
interessamento. Egli, convinto che dietro le morti di Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre alla matrice mafiosa, vi fosse un disegno più ampio, voleva esporre questa sua ipotesi davanti ad un consesso politico e nel senso mi preannunciò una sua lettura al Presidente della Commissione nella quale avrebbe rinnovato la sua richiesta di essere sentito, già formulata sin
dagli anni ottanta. Il libro Le Mafie, citato anche dal Ciancimino nel corso dei suoi interrogatori, fu trasmesso dal Ros il 2 febbraio del 1993 ai Magistrati della Procura della Repubblica di Palermo. [...]Nel corso del mese di novembre 1992, il Capitano De Donno, attraverso Massimo Ciancimino, seppe che Vito Ciancimino lo voleva incontrare di nuovo da solo. Ritornando dall'appuntamento, l'Ufficiale mi riferì che il Ciancimino, dichiaratosi pienamente collaborativo, gli aveva chiesto cosa effettivamente volessimo e che lui gli aveva risposto che a noi interessava catturare i capi di Cosa Nostra, cioè Riina e Provenzano. Ciancimino ne aveva preso atto, precisando subito che le
indicazioni più immediatamente sfruttabili su Riina Salvatore, chiedendo a riguardo le mappe della zona di Palermo che, da Viale della Regione Siciliana, va verso Monreale, con lo schema dei relativi allacci dell'azienda municipalizzata degli acquedotti. [...] Poche ore dopo l'incontro avvenuto il 18 dicembre del 1992, Ciancimino venne arrestato in esecuzione di un provvedimento di custodia cautelare emesso sul presupposto del pericolo di fuga dalla Corte d'Appello di Palermo. Vito Ciancimino quindi non contribuì in alcun modo alla cattura di Totò Riina ....
[...] Il termine trattativa è stato usato da me e dal dottor De Donno nelle nostre dichiarazioni davanti alla Corte d'Assise di Firenze e Caltanissetta quando avremmo potuto adoperare altrimenti vocaboli affini quale contatto, relazione, rapporto, scambio di idee, abboccamento, discussione e altri simili. Questa espressione invece è diventata la parola d'ordine per un certo tipo di approccio del tutto forviante e scorretto ad una specifica indagine su Cosa Nostra. E su questo termine evocativo si
cimentano tutt'ora i cultori di un tanto al chilo della materia per elaborare ipotesi a vanvera al solo scopo di tenere in piedi, artificiosamente, una ben definita impostazione ideologica. Per me Ciancimino era solo ed esclusivamente una potenziale fonte informativa da trattare in base al disposto dell'articolo 203 del Codice di Procedura Penale, che consente all'ufficiale di P.G. questi tipi di contatti .... [...]".
* * *
Anche in questo caso, risalta evidente il comprensibile tentativo di Mori di calibrare la ricostruzione degli accadimenti di modo da non lasciare alcuno spazio alla tesi accusatoria in verifica nel presente processo, e ciò affidandosi a dichiarazioni spontanee che, impedendo gli approfondimenti che sarebbero inevitabilmente conseguiti in caso di accettazione dell'esame delle parti, gli hanno consentito di omettere o ridimensionare alcuni passaggi della ricostruzione degli accadimenti medesimi originariamente riferita nella sua prima deposizione del 24 gennaio 1998 a Firenze.
Così in tale ultima ricostruzione v'è spazio soltanto per l'intendimento del Mori di utilizzare Vito Ciancimino esclusivamente come proprio confidente per acquisire notizie utili sull'organizzazione mafiosa.
Non v'è più alcun cenno, quindi, all'idea originaria che l'aveva determinato a cercare quel contatto e cioè quella di fare qualcosa per far cessare le stragi quanto meno concomitante con quella di individuare i responsabili della strage di Capaci [...], d'altra parte, in modo ben più diretto e chiaro riferita inizialmente anche da De Donno ("... un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di quest'attività di contrasto netto, stragista nei confronti dello Stato").
Ciò spiega perché nella sua ultima ricostruzione Mario Mori "dimentica" il passo forse più importante e certamente più significativo della sua interlocuzione con Vito Ciancimino (" ... 'Ma signor Ciancimino. ma cos 'è questa storia qua? Ormai c'è muro contro muro. Da una parte c'è Cosa Nostra, dall'altra parte c'è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?' La buttai lì convinto che lui dicesse: 'cosa vuole da me colonnello?' Invece dice: 'ma, sì, si potrebbe, io sono in condizione di farlo'. E allora restammo ... dissi: 'allora provi' ..."), allorché egli ebbe ad invitare quest'ultimo a prendere contatto con i vertici di "cosa nostra" per porre termine alla contrapposizione frontale, che aveva da ultimo caratterizzato le rispettive posizioni, plasticamente
rappresentata da quella nuova strategia manifestatasi, dopo la sentenza definitiva del maxi processo, con l'uccisione di Salvo Lima, seguita da quella del M.llo Guazzelli e culminata con la strage di Capaci, che, peraltro, lasciava presagire ulteriori nefaste azioni già paventate sia da organi istituzionali (v. allarmi lanciati dal Capo della Polizia e dal Ministro dell'Interno di cui prima si è detto sopra), sia da possibili future vittime, tra le quali il Ministro Mannino che si era già prontamente rivolto per tale ragione anche al Gen. Subranni (ed, in proposito, a dimostrazione che il rischio di quelle ulteriori azioni veniva ritenuto concreto anche dall'Arma dei Carabinieri, si veda, altresì, la nota del 20 giugno 1992 del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri indirizzata al Direttore del SISMI ed avente ad oggetto "Minacce nei confronti di inquirenti e personalità" acquisita all'udienza del 24 ottobre 2014).
Ed è appena il caso di ricordare ancora come sulla finalità di instaurare un dialogo con i mafiosi per ottenere l'immediata cessazione della strategia stragista, da ultimo tralasciata da Mori nelle dichiarazioni spontanee sopra riportate, ancora più chiaro è stato, nella sua prima deposizione, Giuseppe De Donno con riferimento alla proposta che egli e Mori fecero a Vito Ciancimino:
"E gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti dell'organizzazione mafiosa di Cosa nostra al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di quest'attività di contrasto netto, stragista nei confronti dello Stato. E Ciancimino accettò".
Ma, d'altra parte, pur rimandando una più approfondita valutazione delle risultanze ad un Capitolo successivo, può sin d' ora, però, anticiparsi come appaia del tutto logico che Mori, a riprova del suo intendimento di calibrare la ricostruzione degli accadimenti per non lasciare alcuno spazio alla tesi
accusatoria, abbia del tutto omesso il riferimento a quel passo della sua interlocuzione con Vito Ciancimino in quanto palesemente in contrasto e contraddizione con la sua affermazione riguardo al più limitato intendimento di utilizzare quest'ultimo quale mero confidente per raccogliere notizie utili alle indagini.
Quella frase dimostra incontestabilmente, infatti, che non si intendeva affatto raccogliere soltanto le confidenze di Ciancimino utilizzandolo come mero "informatore", definizione utilizzata, appunto, da Mori nelle sue spontanee dichiarazioni unitamente al riferimento all'art. 203 c.p.p. fatto per giustificare l'omissione della informativa ali' A.G. ("Per me Ciancimino era solo ed esclusivamente una potenziale fonte informativa da trattare in base al disposto dell'articolo 203 del Codice di Procedura Penale, che consente all'ufficiale di P.G. questi tipi di contatti''), ma, piuttosto, si intendeva utilizzare questi per instaurare un dialogo con "cosa nostra" e, quindi, per una attività che certamente trascende quella del mero informatore per trasmodare più in quella, semmai, di
un agente provocatore, non certo consentita alla P.G. in assenza di preventiva comunicazione all'autorità giudiziaria competente per le indagini (v., con riferimento alle azioni sotto copertura, anche art. 9 comma 4 della legge 16 marzo 2006 n. 146) ed anzi, come pure si vedrà meglio più avanti, addirittura trascendendo anche quella dell'infiltrato, la cui condotta non può certo inserirsi
con rilevanza causale in un'azione criminale, ma, assumendo soltanto carattere di marginalità rispetto a questa, deve prevalentemente concretizzarsi nell'osservazione, nel controllo e nel contenimento delle azioni illecite altrui, laddove, invece, nel caso in esame, con quella richiesta di dialogo avanzata dal Mori, veniva sollecitata a "cosa nostra", determinandola in modo essenziale per il conseguente effetto di incitamento e istigazione, la formulazione di richieste di carattere minaccioso nei confronti dello Stato al cui accoglimento soltanto la stessa organizzazione mafiosa "cosa nostra" avrebbe modificato la sua già intrapresa strategia stragi sta.
Ed in tale contesto si spiega, altresì, la "retromarcia" operata nelle sue ultime dichiarazioni spontanee dal Mori riguardo a quella che originariamente, senza remore e tentennamenti, aveva egli stesso definito "trattativa"[...].
Oggi il Mori, nella sua più recente ricostruzione degli accadi menti, omette accuratamente di utilizzare tale termine e tenta di ridimensionare – rectius, rimediare alle sue precedenti dichiarazioni proponendo diverse definizioni [...], che, contrariamente a quanto dallo stesso sostenuto, non sono
affatto "affini'' (v. dich. spontanee sopra riportate), né tanto meno sinonimi di "trattativa" .
Questa, come pure, d'altra parte, in modo sintetico e più semplice, detto da Mori comporta "una negoziazione che presuppone un dare e un avere", o, per meglio dire, l'esplicitazione di rispettive richieste finalizzata al raggiungi mento di un accordo.
[…] E se così è, allora, è evidente che l'iniziativa del Mori comportò proprio l'apertura di una "trattativa" con "cosa nostra", nella misura in cui il predetto sollecitò Vito Ciancimino a richiedere a vertici dell'organizzazione mafiosa cosa volessero per fare cessare la contrapposizione con lo Stato "muro contro muro" (parole testuali del Mori) e, quindi, le stragi.
La sollecitazione del Mori (ovviamente, si intende quella indirizzata ai vertici di "cosa nostra", non essendo contestato che Ciancimino accettò di fare da tramite con questi [...]), infatti, se accolta (e di ciò si dirà nel prossimo Capitolo), avrebbe inevitabilmente comportato l'accettazione della "trattativa" proposta e, conseguentemente, la formulazione di richieste da parte di "cosa nostra" al cui accoglimento subordinare la cessazione delle stragi, aspetto che successivamente si approfondirà con riferimento, non già alla stessa questione della "trattativa" che, come detto può rilevare soltanto come antecedente fattuale causale, ma alla imputazione di minaccia (al Governo della Repubblica) che è stata contestata in questa sede agli imputati dalla Pubblica Accusa.
E, forse, di ciò si è reso conto lo stesso Mario Mori, che, infatti, incidentalmente e senza apparentemente darvi alcun importanza, ha, poi, attribuito ad altri (non meglio precisati ed indicati, ma, in modo sibillino, definiti come più "qualificati" e "disponibili") l'eventuale "trattativa" con "cosa nostra" ("Da quanto sopra si deduce che se una trattativa vi è stata, questa non è da attribuire a Mori e De Donno. ma a qualche altro che agli occhi di Cosa Nostra appariva senza altro più qualificato e disponibile...").

 

estratto dalla sentenza sul processo Trattativa Stato mafia

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