Calogero Di Bona. Quando a Palermo in carcere si andava per comandare.

August 28, 2019

 

“torno tra poco” deve aver detto alla moglie e ai figli, mentre li lasciava dalla nonna. “torno tra poco”. Questo ricorda la moglie di Clogero Di Bona. Ma chi è? Di nomi così potremmo riempire il calendario delle vittime di Cosa nostra. Oggi 28 agosto, ma del 1979 “spariva” il Vice comandante della casa circondariale, di Palermo, meglio conosciuta come il “Grande hotel Ucciardone”. Il famigerato carcere palermitano nel quale i boss della malavita siciliana trascorrevano vere e proprie “ferie” dall’usurante lavoro di uomini d’onore che d’onore come dovrebbe esser chiaro non ne hanno mai avuto neppure l’ombra. L’onore va tutto a quelle persone comuni che loro mal grado e senza volerlo divengono esempi di quello spirito di servizio che conduce alla morte violenta. Si muore e si è morti per aver svolto il proprio lavoro. Se da un lato, non mi è mai piaciuto “compiangere” un uomo di Stato che sceglie di combattere in prima linea la mafia, dal momento che questo rappresenta in sé il rischio calcolato di cadere sul campo di battaglia, dall’altro esistono figure che la battaglia la combattono forse più marginalmente, e che per questo dovrebbero essere protette costituzionalmente. E’ chiaro che nessuno può sopportare la morte di persone come Falcone, Borsellino, Giuliano, Montana, Cassarà, Dalla Chiesa….è chiaro. E’ altrettanto chiaro che come dicevo, queste persone sono state soldati al fronte e al fronte si può morire. Non doveva esserci questa necessità, di combattere, semmai. Non doveva esserci Cosa nostra.

 

Ma un vice comandante che lavora dall’altra parte delle gabbie, perché deve morire se nel suo lavoro c’è il mantenimento dell’ordine di una casa circondariale? Perché quella sventurata prigione non è “proprietà” dello Stato forse. Ecco allora l’incongruenza. Quando la battaglia è finita, e il “cattivo” è agli arresti, come può ancora nuocere? Così è stato quel 28 agosto 1979.

 

“vado a prendere un caffè” disse Calogero alla moglie. Poi il nulla.

Del caso all’epoca si occupò quel Rocco Chinnici che aveva già individuato almeno le cause di quella che ormai era chiaro fosse un caso di “lupara bianca”. La vittima era stata certamente uccisa e fatta sparire. Purtroppo l’uccisione di Chinnici nel terribile attentato, confinò l’indagine nei cassetti dei tanti morti in attesa di giustizia.

 

il collegio presieduto dal giudice Fabio Marino, avrebbe poi depositato le motivazioni della sentenza che finalmente raccontano i dettagli della scomparsa e della morte di Di Bona.

In quel periodo, nel carcere di Palermo...[…]…

 

”In quei giorni, il boss Michele Micalizzi e altri cinque mafiosi avevano pestato a sangue uno degli agenti della squadra di Di Bona. Ma la direzione del carcere non aveva preso alcun provvedimento per i responsabili del raid. Accadde l’imprevisto: una lettera anonima scritta da alcuni agenti della penitenziaria denunciò l’accaduto non solo alla procura generale, ma anche al giornale L’Ora. «Se fosse stato un altro detenuto veniva subito isolato — accusavano — invece il bastardo, condannato a 20 anni per l’uccisione del nostro compianto collega Cappiello, viene trattato con i guanti bianchi». Scattò un’ispezione al Grand hotel Ucciardone dopo quella lettera. I mafiosi andarono su tutte le furie, rapirono Di Bona per tentare di conoscere i nomi degli autori dell’anonimo.

Fece una terribile fine il comandante della squadra degli onesti. «Quel giorno dovevamo strangolare anche due ladruncoli dello Zen», racconta il pentito Francesco Onorato, che non sa neanche il nome di quei ragazzi ribelli. «Tutto andò bene. Dei ladri dello Zen non se ne parlò, perché era una cosa di routine. Invece, Di Bona era una cosa eclatante, venne portato da Liga, poi strangolato e bruciato su una graticola». Onorato non tralascia alcun particolare: «Il cadavere si strangolava sopra una coperta, così se usciva, scusando l’espressione, un po’ di pipì o un po’ di sangue, rimaneva tutto lì. Non restava un capello. Poi portavamo i cadaveri a Liga, che li metteva anche dentro il forno del pane. Lui diceva sempre: non facciamo che li avete spogliati tutti, mi avete lasciato qualche cosa? Tipo collane, portafogli. Lui si prendeva queste cose. Era la sua ricompensa »

 

Ecco dunque ripetersi lo schema tragico e diabolico della mafia siciliana che parla un linguaggio truce e senza fronzoli, quando si tratta di raccontarsi (Francesco Onorato come sopra), che richiama alla vista atti di una violenza insopportabile per un essere perfino spregevole. Come possono uomini nati da ventre di donna, essere capaci di tanta perversa violenza! Nati da donna per la mafia significa poco. L’invocazione alla Vergine Maria è solo un paravento di tortuosa religiosità che crea il consenso popolare e distorto del diritto di uccidere. Non ci sono donne che partoriscono mostri. Tutti i bambini agli occhi dei genitori sono belli e innocenti. Quelli dei mafiosi uomini del “disonore” come sono definiti da Pino Arlacchi, sono solo nati con un destino segnato.

 

I figli delle vittime pure hanno un destino segnato. Sono entrambi legati per sempre da quel gesto compiuto non senza coscienza, si badi bene! Sono atti compiuti in nome di una coscienza collettiva che “uccide” l’IO e rinasce in quel maledetto NOI dell’organizzazione criminale.

 

Erano anni nei quali lo Stato era piegato e impotente. Oppure erano anni nei quali lo Stato non era affatto piegato ma guardava sempre da un’altra parte. Siamo lontani dalla coscienza collettiva che percepiva il vuoto morale lasciato dalla giustizia assente, distratta, disfatta. Sono anni nei quali si moriva per aver scelto un mestiere, quello della “guardia”, o dello “sbirro” che insieme ai gradi consegnava il ruolo di “infame”. Lo sbirro che rappresenta la legge, era una favola, un racconto da ridere. Lo sbirro rappresentava solo un’altra famiglia, quella composta da uomini che insieme credevano di sentirsi più forti, più invincibili. Forse Calogero non si sentiva neppure in questa famiglia. Come altri, indossava una divisa, conosceva le “cose” e pensava che a lui, che stava alla fine della catena, che non aveva certo deciso per quello e quell’altro arresto, toccava solo mantenere pulita la stalla. Forse pensava qualche volta cose come queste. Ma a volte, il porco, in gabbia proprio non ci vuole stare, e sa bene che il fango è casa sua, e che sia a Palermo o altrove, a casa sua il porco, ha voluto comandare.

 

 

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Il 21 luglio 2008 gli viene dedicata la Caserma dell'Istituto Palermo "Pagliarelli"

  • Il 28 agosto 2009 il Comune di Villarosa dedica a Calogero Di Bona l'aula consiliare, con riconoscenza e quale esempio per le giovani generazioni.

  • Dal 2014 L'istituto Palermo "Pagliarelli" organizza un memorial interforze di calcio a 5 dove giocano i vari corpi di polizia.

  • L'8 gennaio 2018 l'Ucciardone prende il nome di "Casa di Reclusione Calogero Di Bona"

  • Nel giardino della memoria "Quarto Savona Quindici", a Isola delle Femmine, viene piantumato in sua memoria un alberello d'ulivo.

  • Viene ricordato ogni anno il 21 marzo dal Libera affinché non si perda la memoria

  • Nel giardino della Memoria di "Ciaculli",alle porte di Palermo, il 28 Agosto 2018 viene piantumato in sua memoria un alberello di Alloro.


 

 

 

 

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