Buscetta, Spatuzza, Cacemi...tre mafie, tre pentiti. parte prima

August 8, 2019

 

L’epica e l’etica dell’uomo d’onore così come l’abbiamo conosciuto nei romanzi e nella cinematografia, frana inevitabilmente davanti alle confessioni e ai pentimenti che nel corso della recente storia di Cosa nostra, hanno aperto uno squarcio sulla psicologia dell’individuo mafioso.
Le diverse sfumature della complessa meccanica di comportamenti e atteggiamenti va certamente messa a confronto col mutare  delle epoche e delle esigenze dell’organizzazione criminale oltre che
inevitabilmente con le diverse “reggenze” che nel corso degli anni hanno visto l’avvicendarsi di “capi” alla guida di famiglie dell’intera organizzazione.
Per l’uomo di mafia, la conseguenza di un’azione criminosa che impatta sulla sua stessa personalità si plasma su una collettiva e partecipata morale. Non è cioè “l’uomo” a commettere il crimine ma l’intera organizzazione.

 

Va detto subito che questo principio non è né nobile né appartiene ad un qualche “valore” simbolico di appartenenza ad una comunità che “protegge” i suoi membri con una forma di “responsabilità interna” atta a sollevare la coscienza del singolo. Affatto. Si tratta di un principio strategico che fa capo a regole comportamentali tanto rigide da riuscire per questo, a scardinare il blocco morale naturale, svuotando del tutto il senso del rapporto con “l’altro”, tanto da “disumanizzare” l’avversario.
Nessun uomo di fatto sarebbe in grado di uccidere senza rimorso se non avesse alle spalle una “struttura morale” indipendente e collettiva che lo sollevi dalla responsabilità.

 

Fatta questa premessa dobbiamo subito fare una distinzione temporale sull’identità dell’uomo d’onore. Negli anni “50 e fino alla prima guerra di mafia l’uomo d’onore tipico è quasi sempre giovane. Dopo una fase di “osservazione” viene “testato” sul campo affidandogli inizialmente piccoli reati anche in partecipazione fino ai necessari incarichi di omicidio. Questo ha due valori. Il primo certamente di formazione e attitudine che genera quel concetto espresso da molti confidenti di giustizia che si traduce nel termine “valido”. Valido cioè dal punto di vista criminale. In secondo luogo il reato serve a compromettere del tutto il futuro membro in termini di legalità, segnando un inevitabile punto di non ritorno. In merito a quest’ultimo punto va detto nel periodo di riferimento (anni 50/60) che l’omicidio non è tollerato nell’organizzazione. Esso rappresenta l’estrema ratio di una situazione esacerbata da un estremo gesto di irresponsabilità della vittima.L’uomo d’onore è un marito e un padre dedito alla famiglia. Non è consentito che corteggi altre donne e tanto meno quelle di altri uomini d’onore. Non deve rubare se non per sopravvivere e mai in nessun caso deve ledere la proprietà e i beni di altri uomini d’onore.Deve avere un “lavoro onesto” che non rappresenta una copertura ma un vero e proprio lavoro che lo sostiene. Semmai proprio l’appartenenza a Cosa nostra può aiutarlo ad avvantaggiarsi di contatti e possibilità di sviluppo. 

 

I vantaggi si acquisiscono col dialogo e se necessario con pressioni che non devono mai confliggere con l’interesse collettivo sia dell’organizzazione sia del territorio nel quale si opera. L’omicidio quindi è una estrema conseguenza che conserva ancora tutto il senso di quella atavica“vendetta” inevitabile per codice, non per capriccio o ripicca.

 

Non va però tutto letto in chiave etica. L’abuso di violenza e il delinquere senza regole, causa inevitabilmente disordine sul territorio e prima o poi attira le forze dell’ordine. C’è sempre di fondo una motivazione pratica. La commistura di ordine etico e precetti di ordine funzionale, si rende vaga nell’ampio scenario di formule rituali di affiliazione che vogliono spostare, le normali e scontate regole di buon senso criminale, ad un più alto livello etico e perfino sacro.
Sono interessanti le diverse esperienze di ingresso in Cosa nostra e in particolare forse quella di Antonino Calderone (1962) che viene raccontata in “Gli uomini del disonore” di Pino Arlacchi.

 

“…ora ci sono le regole. Per prima cosa dovunque si trovi un uomo d’onore latitante,
egli deve sapere che un’altro uomo d’onore ha il dovere di ospitarlo, e di tenerlo anche in
casa se necessario. Ma guai a chi guarda la moglie o la figlia. Se lo fa è un uomo morto.
[…] qualunque cosa accade uno non deve mai andare dagli sbirri. Non bisogna mai fare
denuncia , perché chi lo fa deve essere ucciso. […] lo zio Peppino proseguì la
spiegazione degli altri mandamenti. Non bisognava sfruttare la prostituzione. Bisognava
evitare i litigi con gli altri uomini d’onore, mantenere il silenzio su Cosa nostra evitando
spacconate ed esibizioni, nonché come vi ho detto, evitare in modo tassativo di presentarsi
ad altri uomini d’onore da soli. […]

Se decidete di entrare, dovete tenere bene in testa una cosa: col sangue si entra e col
sangue si esce. Non si può uscire da Cosa nostra, non ci sono dimissioni da Cosa nostra
.

 

 

In realtà le regole sono molte altre, e si possono trovare descritte nel mio libro "di che mafia sei" disponibile su Amazon.

 

Segue il rituale noto della puntura del dito. Col sangue si macchia l’effige di un santino che Calderone ricorda essere stata quella della Madonna Dell’Annunziata, protettrice di Cosa nostra festeggiata il 25 marzo. Si da fuoco al santino e il candidato reggendolo tra le mani mentre brucia ripeterà il rituale “ le mie carni abbiano a bruciare come questa santina semmai tradirò Cosa nostra”. A questo punto gli astanti uomini d’onore baciano sulle guance il neo “combinato”.
Calderone ricorda che fu una serata di festa tra spumante e polli alla brace.
Ricorda come fosse emozionato e come lo fossero altri “combinati” come lui che da quella sera avrebbero condannato per sempre le loro vite.

 

continua...

 

 

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