Il mafioso come "non persona"

August 5, 2019

 

Quando parliamo di “uomini d’onore”, di mafiosi, e più in genere del “criminale mafioso” non possiamo ricorrere a categorie criminali generali. Non è possibile in senso clinico, giudicare “pazzo” un mafioso, o rilevare una “psicopatologia” per quanto riguarda una deviazione morale di valori, riferiti ad un modello. Egli stesso è il modello. Esiste una condizione semmai paranoide narcisistica nella quale egli si costituisce come forma di onnipotenza. Questo senso però non è il frutto di un trauma o di una qualche predisposizione genetica o altro che non si configuri come un preciso metodo associato allo scopo.

 

Prima di tutto va considerato che la famiglia (biologica) del futuro mafioso/a attua attraverso un pre – pensiero tutti gli strumenti disponibili e utili alla futura formazione dell’individuo. Come in una famiglia “normale” ma dalla forte condizione di identificazione assoluta di un ruolo sociale, come poteva essere una certa nobiltà o una determinata borghesia che preme sull’individuo già in tenera età e diremmo anche prima, nelle direzioni ritenute dalla famiglia, “giuste”, “uniche” ed “esclusive”.

 

       Nella cultura mafiosa ogni elemento formante è composto da un contesto e un terreno sociale che rappresenta molto più che una tradizione. A seconda del sesso maschile o femminile, la famiglia già preconfingura il suo ruolo come reggente o depositario del futuro comando, o come figlia morigerata, moglie virtuosa e madre delle nuove leve. In particolar modo nell’universo femminile si assiste anche ad un annullamento del desiderio sessuale. Se per l’uomo la ricerca del piacere è vissuta come una pericolosa distrazione e un abbassamento della guardia, per la donna si tratta di adeguarsi quasi biologicamente a tale attitudine maschile. Non potendo che “trovare marito” tra i mafiosi, ella non ha speranza di evadere la conseguenza di un annullamento sessuale, e quindi si costruisce un’autonoma inibizione, controllata e sostenuta dall’intero universo delle donne di mafia che condividono la sorte.

 

     Parlando di donne di mafia, dobbiamo poi indicare due modelli. Il primo aderente alla causa a tal punto da disconoscere un marito o un figlio che decida di pentirsi e collaborare. L’altro che diventa lo stesso strumento della conversione del mafioso. In questo secondo caso, è naturale immaginare che nella donna non sia mai avvenuta la metamorfosi totale in donna di mafia. E’ riscontrabile questo “rischio” nelle nuove generazioni di figlie che rispetto alla madre, frequentano la scuola, e la vita pubblica delle loro coetanee estranee alla mafia. In tale contesto, assistono ad abitudini e manifestazioni di una libertà alla quale poi rinunciano mal volentieri. Le donne possono essere sia l’anticorpo naturale che il virus distruttivo. In particolar modo si è notato come il “desiderio” di “normalità” sia più forte nelle ragazze che abitano i paesi sulla costa e quindi meglio predisposti all’accoglienza di turiste, che sfoggiano costumi da bagno intriganti e succinti, e vivono le notti estive attraverso esperienze libere anche e spesso sessuali in età molto giovane.

 

   

 

Nell’uomo avviene un lento e costante processo di sviluppo del pensiero mafioso. Si abitua a pensare allo Stato come al nemico, alle donne come ad un rischio, e agli altri “non mafiosi” come “cose”. La “cosificazione” dell’altro è lo strumento principale con il quale formare quella che viene considerata la “non persona”, intesa come senza un IO del quale il mafioso fa a meno. Egli cioè non si riferisce a una identificazione identitaria e direttamente personale per “filtrare” le interferenze esterne, ma utilizza la “persona – famiglia (criminale)” e la più ampia “persona – organizzazione (criminale)”. Nell’uomo d’onore criminale non c’è né paura né sensibilità verso la morte. Non si può in effetti empatizzare con la morte dell’altro se non si teme la propria. Nel mafioso il senso della morte non è comune. Egli vive ogni giorno nella paranoica predisposizione ad essere ucciso, da chiunque in qualunque momento. Non è un individuo estremamente coraggioso. Non avendo la struttura psichica di un IO – persona, non teme la fine di detto IO. Uccide con indifferenza e non ne sopporta il peso attraverso la configurazione di patologie traumatiche. Non è vittima di incubi e senso di colpa. Rappresenta per la scienza, quello che Lo Verso definisce uno “scandalo”, dal momento che confuta ogni teoria riguardo gli studi sui traumi derivanti dall’esercizio della violenza.

 

      Ma il punto è questo. Per il mafioso la violenza non è dare la morte a una “non persona”. Il “non mafioso” non esiste come essere umano” o meglio, non ritenendosi “esseri comuni” ogni diversamente “essere straordinario” che non sia mafioso è una persona utile solo agli scopi, una persona – oggetto, non dotata di valori, sentimenti o principi.

 

Non va confuso con il fondamentalismo, per esempio islamico. Nel fondamentalismo l"altro" è il male e nei suoi confronti si prova odio. Si provano cioè sentimenti comunque umani. 

Il mafioso non prova sentimenti per la vittima.

 

Non si tratta dell’evoluzione dei tempi. E’ sempre stato così. Non si potrebbe spiegare come per un mafioso sia possibile uccidere bambini.

 

Nel 1948, il medico e boss corleonese, Michele Navarra, uccise con un’iniezione letale, Giuseppe Letizia, reo di aver assistito all’omicidio di Placido Rizzotto. Il bambino, si ammalò di un febbre violenta in seguito al trauma e a causa dei suoi vaneggiamenti, divenne pericoloso per il boss che aveva dato il mandato di uccidere il sindacalista.

 

Nel 1963 fu ucciso Paolino Riccobono, un bimbo figlio di un mafioso.

Nel 1976, su mandato di Nitto e Turi Santapaola, furono sequestrati e strangolati quattro ragazzini tra i sedici e gli undici anni. Gettati poi nel pozzo, erano colpevoli di aver scippato la madre di un boss, probabilmente senza eppure saperlo.

 

Non è mai esistito il mafioso buono, e se così sembra di qualcuno, non è in effetti stato un “mafioso”.

 

    A proposito del piacere, per quanto possa sembrare impossibile, il mafioso non prova piacere se non nel “compiacersi”. La sua attitudine sessuale è una pura attività di riproduzione che non eccede la funzione biologica. Un imprenditore colluso, aprì un night club nel quartiere di Brancaccio. Si trattava di un locale esclusivo nel quale il proprietario era solito presentare e “offrire” bellissime ragazze esotiche. I mafiosi che lo frequentavano, se ne stavano tutta la sera seduti ai tavoli a bere champagne e discutere di “affari” senza neppure guardare le ragazze. Le cene e i banchetti tanto cari ad una certa cinematografia, sono solo occasioni aziendali di lavoro. La virtù del “minimo” permea l’uomo d’onore che non fa differenze tra soldato e boss.

 

 

A Provenzano, e dico Provenzano, fu rimproverato dai “colleghi” di indossare due maglioni di cashmere. Quando fu arrestato, lo trovarono in una casupola sulla Montagna dei Cavalli, spoglia, ai limiti della decenza igienica sanitaria. Eppure quest’uomo aveva un patrimonio di centinaia di milioni di euro.

 

       Non dobbiamo considerare in questa argomentazione quei mafiosi che si sono distinti per arroganza e prepotenza, appariscenti e dediti alla bella vita, alle auto e alle donne. Non sono mai stati considerati “veri mafiosi” e sono principalmente figli di vecchi padrini. Buscetta che fu un esempio straordinario di “onore mafioso”, pure venne “posato” (sollevato dall’organizzazione) a causa della sua passione per le donne e lo stile di vita ricercato.

 

Nella sua “mentalità” esclusiva non possono esistere fratture. Quando queste avvengono, è il sintomo di una ricomparsa dell’IO che metterà in seria discussione sia il profilo mafioso che di conseguenza il ruolo nell’organizzazione.

 

Francesco Marino Mannoia durante le sue deposizioni da collaboratore, afferma che la frequentazione di amici della moglie, (appartenente al tipo di donna che rifiuta lo staus di mafioso del marito) “normali”, lo aveva condizionato e gli aveva fatto apprezzare la vita normale e le sensazioni derivanti.

 

Oggi le cose sembrano avviate ad un cambiamento ma molto deriva dai colpi subiti dall’organizzazione che non riesce a rigenerarsi attraverso l’afflusso di nuove leve “motivate”. L’ingresso di nuovi mafiosi ha visto la presenza di soggetti provenienti dall’esterno che non hanno quindi subito il condizionamento tipico, e vivono maggiormente il ruolo di criminale organizzato con il fine di arricchirsi e godere della propria forza e potere.

 

Falcone disse che avremmo sconfitto la mafia quando questa sarebbe diventata semplice criminalità organizzata. Il processo è ancora lungo ma i sintomi ci sono tutti. Non resta che sperare che siano anche irreversibili.

 

fonti: Girolamo Lo Verso, La psicologia mafiosa. Attilio Bolzoni, Faq mafia. 

 

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