Antonino Agostino, poliziotti o altro? oggi l'anniversario di quella "morte" così strana ancora a distanza di anni.

August 5, 2019

Il breve racconto, è un estratto dall'articolo già postato, "menti raffinatissime". 

 

 

 

 

5 agosto 1989. Villa Grazia di Carini. N° civico 699.

Una coppia di neo sposi sta entrando dal cancello dell’abitazione. Sono le 19:40. Una moto con a bordo due uomini protetti dal casco si avvicina. Uno di loro estrae una pistola ed esplode colpi all’indirizzo dell’uomo. La donna urla “ stanno ammazzando mio marito”. Viene uccisa anche lei. Lui è Antonino Agostino. Lei Ida Castelluccio. Antonino è un semplice poliziotto in servizio alle volanti presso il commissariato di San Lorenzo, Palermo. Non si occupa di indagini di mafia. Perché allora. Ci sono come al solito elementi che costruiscono l’idea che non si tratti di un omicidio della criminalità locale. Il giorno dell’attentato, Agostino non doveva essere in quel luogo. Avrebbe dovuto prestare servizio come sempre. Si era però fatto sostituire per raggiungere i genitori e festeggiare il compleanno della sorella Flora.

Il 12 agosto, presso i carabinieri arriverà una strana telefonata indirizzata a Domenico Sica, alto commissario per la lotta alla mafia. La voce riferirà:

 

“ …non importa chi sono, informate il dottor Sica che ad istallare il tritolo, presso la villa del giudice Falcone, è stato l’agente di polizia assassinato a Villa Grazia di Carini…non è uno scherzo e non cambi telefono…”

 

La telefonata non è inquietante solo per il contenuto. E’ arrivata all’indirizzo di un apparecchio telefonico senza registratore. Chi ha chiamato sa dove chiamare. Intima di non cambiare telefono, sicuramente per impedire di farsi rintracciare e riconoscere.

 

Nei giorni prima di partire per il viaggio di nozze, Antonino D’Agostino è nervoso e preoccupato. Confida laconicamente ad un collega che sta indagando “su una cosa” e che deve incontrare una persona che viene da Roma.

 

Durante le ore che seguono l’attentato, tra i rilievi della scientifica e il via vai dei giornalisti, qualcuno consegna al padre della vittima, Vincenzo, il portafogli del figlio. Come se fosse una scena scritta per un film, l’uomo distrutto dal dolore, lo lancia violentemente contro un muro. Il portafogli si apre esplodendone il contenuto. Tra i documenti da raccogliere si trova anche un foglio nel quale è scritto “ cercate nel mio armadio”.

 

La sorella Flora dirà che la sera stessa accompagnerà alcuni agenti presso la casa di Altofonte e che nell’armadio sarà ritrovata una cartellina contenente strani appunti. Tra questi spunta il nome di una donna. Lia. Alle domande degli agenti, Flora risponde di sapere che quella donna è stata una ex fidanzata del fratello. Non è una ex come altre. Lia appartiene ad una famiglia di mafiosi.

 

Al funerale di Antonino e della moglie Ida, ci saranno le alte cariche dello Stato, tra le quali I giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Non è un funerale normale.

 

 

Nel luglio dello stesso anno, più o meno il periodo nel quale la coppia era in viaggio di nozze, due uomini in motocicletta si presentano alla porta dell’abitazione dei genitori di Antonino. Chiedono di lui e quando il padre risponde che è via in viaggio, i due fanno per andare. In quel momento vengono ancora trattenuti da Vincenzo che vuole sapere chi cerca suo figlio. Risponderanno semplicemente che sono poliziotti colleghi. Ma il dettaglio che ci interessa è quello che ha notato Vincenzo. Uno dei due, quello con i capelli lunghi ha il volto segnato da una forma violenta di corrugazione epidermica. Vincenzo la identificherà come le conseguenze di una forma di vaiolo. Lo stesso volto che quella donna vide impressionandosi nelle ore convulse trascorse all’Addaura durante il fallito attentato al giudice.

 

Chi è allora Antonino Agostino? Cos’altro c’è in quella cartellina ritrovata nel suo armadio. A dire dell’avvocato della famiglia, nulla riguardo quello che secondo Antonino doveva trovarsi. Anche su questi documenti, in perfetto stile giallo, si addensano le nubi. Come abbiamo detto, la ricostruzione della sorella dell’agente, Flora, colloca il ritrovamento della cartellina la sera stessa dell’attentato. Dal verbale della polizia invece risulterà ritrovata solo tre giorni dopo. Dettagli. Ma sono sempre questi a fare la differenza.

 

C’è un’altra domanda che dobbiamo farci. Chi è quest’uomo dal volto sfigurato? Potremmo aprire un’altra storia ma per dovere di sintesi ci basti sapere che si tratta di uno dei protagonisti più importanti e misteriosi dell’intero periodo stragista. Si Chiama Giovanni Aiello. Ha il volto sfregiato da un colpo di fucile. Ufficialmente lascia la polizia del 1977 per invalidità, dichiarando di non avere più intenzione di tornare in Sicilia. In una perquisizione durante alcune indagini, sono stati ritrovati nella sua casa in Calabria, titoli per l’ammontare di un miliardo ancora il lire in un periodo nel quale c’è già l’euro corrente. Insieme ai titoli viene rinvenuto un biglietto per una nave con destinazione proprio la Sicilia. Muore sulla spiaggia di Montauro in Calabria il 21 agosto 2017.

 

Nei dettagli anche piccoli si possono trovare se non altre risposte almeno i presupposti per nuove domande. Ed è così che procede il racconto.

L'agente è  in servizio presso il commissariato di San Lorenzo, una delle borgate più organizzate e meglio preparate della mafia Palermitana.   C’è quella strana telefonata indirizzata al commissario Sica con la quale si denuncia Agostino quale esecutore materiale dell’attentato al giudice Ci sono i suoi viaggi a Trapani, dove si trova un centro per l’addestramento del SISDE. (Forse anche lui ne faceva in qualche modo parte) C’è quell’uomo con la faccia da mostro (Aiello) su due delle scene descritte fin ora. E c’è “quell’uomo che doveva venire da Roma” e le sue confessioni al collega su una pista da seguire per cosa? C’è un verbale di servizio nel quale risulta che Agostino nei giorni 20 e 21 giungo, precedenti immediatamente al fallito attentato è in servizio scorte sulla volante San Lorenzo.

 

Le lunghe che accompagnano silenziose e sempre vigili e ubique la strada di chi per lavoro o anche per caso si trova prima o poi a pagare con la vita per aver capito e saputo troppo, di un Paese nel quale il “silenzio” è l’arma più violenta e definitiva.

 

 

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