BAGNATI IL "PIZZO", ovvero il racket delle estorsioni.

July 31, 2019

 

"pizzo" è il termine con il quale tutti abbiamo imparato a riconoscere l'attività estorsiva criminale. Pochi sanno che deriva dall'abitudine antica del latifondista di consegnare ai braccianti, a fine giornata, un piccola somma aggiuntiva, come ricompensa extra. "tieni! Bagnati il pizzo". Cioè

"prendi, bevi un bicchiere di vino".

 

Per molti "mafiologi" il racket è una attività secondaria e complementare alle più diffuse infiltrazioni nell'edilizia e al traffico di stupefacenti.

In realtà il "pizzo" per cosa nostra è molto di più di una attività di lucro. Essa è un perfetto sistema di controllo del territorio e un complesso meccanismo di "servizi accessori" attraverso i quali Cosa nostra impone da un lato prezzi di mercato e mantenimento della concorrenza, dall'altro offre servizi di protezione, sostegno economico, e "giustizia". Il pizzo lo pagano tutti! Questo è stato per molto tempo il mantra soprattutto a Palermo, città nella quale il sistema delle estorsioni è stato talmente assorbito dall'epidermide sociale, da essere in molti casi "richiesto" dallo stesso commerciante o imprenditore. 

Ma facciamo ordine. Come avviene il contatto?

Il primo contatto avviene tramite una persona "insospettabile", ben vestita, che non chiede la tangente ma un "obolo" per il sostegno delle famiglie che hanno avuto gravi lutti per omicidio, o per i detenuti e i parenti degli stessi. Il soggetto che si presenta, "l'esattore", quasi sempre è un "avvicinato". Una persona cioè che ancora non è affiliata all'organizzazione ma si trova in una fase di studio, un "praticante" che però è assunto e guadagna circa 1000 euro al mese. 

Fino a qualche tempo fa, cioè prima dei movimenti "Addio Pizzo" e quei rifiuti personali di imprenditore come Libero Grassi (ucciso dalla mafia a Palermo, 29 agosto 1991),  Il pizzo era praticamente la fonte di sostentamento di tutti i boss palermitani. Alla fine del 2007 dopo l'arresto di Salvatore Lo Piccolo, capomandamento di San Lorenzo Tommaso Natale, nel suo covo furono ritrovati i registi contabili. Alla voce pizzo contava quasi due milioni e mezzo di euro al mese. Al suo seguito c'erano quattrocento esattori. Non si può certo considerare una attività "complementare".

 

In gergo il pizzo si traduce con l'espressione "mettersi a posto" e la tangente mensile si chiama "mesata". Quest'ultima varia a seconda della capacità produttiva dell'imprenditore, che viene controllato per verificarne le reali entrate. Si tratta mediamente di settecento euro al mese per un medio commerciante fino ai duemila, cinquemila, diecimila euro di un imprenditore d'alto profilo. 

Non si può NON PAGARE. E' praticamente impossibile, sebbene oggi abbiamo la prova di un adeguamento delle strategie di estorsione. In alcune intercettazioni del Capomandamento di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, si ascolta il boss sconsigliare di taglieggiare quello e quell'atro commerciante perché legati al movimento "Addio Pizzo". Ancora sembra che la "modernità" portata in Cosa nostra da Matteo Messina Denaro, (attualmente latitante, riconosciuto come il capo della mafia siciliana), abbia prodotto un'evoluzione tecnica nell'attività di racket. Non si tratterebbe più di semplice estorsione ma di un "obbligo ad accettare un sostegno economico" per l'attività, che si traduce in un ritorno di utile da corrispondersi mensilmente. Il sistema ha due vantaggi. Il primo consiste nel fatto che il taglieggiato non può più rivolgersi alle autorità denunciando se ha accettato somme di denaro. Sarebbe collusione o concorso esterno. Secondo punto, si può investire in attività che promettono guadagni importanti. Questo sistema non è del tutto nuovo. Si diceva che intorno agli anni 60/70 la mafia siciliana non praticasse usura, ma più semplicemente, investisse, concedendo capitali a quegli imprenditori che si dimostravano bisognosi di denaro ma che avevano buoni progetti commerciali. 

 

Palermo oggi non è depurata, ma mantiene salda la "tradizione del pizzo" e questo perché nel siciliano palermitano esiste sempre un "bisogno di mafia", che non vuol dire criminalità sanguinaria, ma "gestione della cosa pubblica". Ancora oggi si può "annusare" quella diffidenza nei confronti dello Stato e le sue complicate regole. Quelle di Cosa nostra sono chiare e le rispettano tutti, compreso i mafiosi. Gli stessi sono obbligati a pagare il pizzo per attività che siano residenti in zone di pertinenza di altre famiglie. Pagano ugualmente le tangenti per appalti di costruzione da realizzarsi in territori controllati da altri mandamenti. 

 

Oggi il sistema è raffinato e tenuto in piedi da persone sempre più "preparate" e "garanti". L'esattore non è mai un malavitoso dall'aspetto brutale, e l'atteggiamento violento. E' più un consulente affidabile che insieme alla "mesata" richiesta, in cambio si offre di risolvere problemi di concorrenza, di fornitura delle merci, e molto altro. 

 

Quando un negozio è in procinto di "aprire", qualche giorno prima la serratura della porta del locale viene bloccata con della colla rapida. E' il segnale che a breve passerà il "consulente". Quel silenzioso messaggio è più forte di qualunque minaccia fisica o verbale. 

E' capitato che un locale commerciale venisse per qualche ragione ignorato. In quel caso, in moti di questi casi, è stato il proprietario della attività a cercare protezione, trovando un contatto con la famiglia che controlla il territorio nel quale l'attività ha la sua sede. 

 

Sembra impossibile immaginare che qualcuno possa autoinfliggersi il pizzo, eppure è così. Deriva da quel senso di oppressione che spinge il commerciante a volersi "mettere a posto" per evitare di divenire il bersaglio trasversale di faide tra famiglie che potrebbero danneggiare le attività dei rivali in affari. Dove non arriva lo Stato, arriverà sempre Cosa nostra. 

 

 

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