La trattativa. terzo atto. 100 secondi

July 28, 2019

TERZO ATTO

 

100 secondi.

 

Come ogni terzo atto che si rispetti, anche questo deve durare poco. 100 secondi. Nella vita di ogni giorno un minuto può essere lungo un’eternità e un mese passare come fosse appena trascorso un giorno. Questo è vero e dimostra la relatività del tempo. Ma certamente non dimostra e può convincerci che in un minuto possono accadere le cose di un mese.

Quante possono accadere allora in 100 secondi?

 

Il pomeriggio del 19 luglio sulla barca al largo di Palermo, di proprietà di Gianni Valentino, un commerciante di abiti colluso e legato al boss Raffaele Ganci, ci sono anche gli amici Bruno Contrada (che conosciamo) e un certo Narracci. Di quest’ultimo sappiamo che il suo nome e numero di telefono fu ritrovato su un bigliettino accanto alle cicche di sigaretta sulla collinetta dove Brusca azionò la bomba di Capaci.

Sappiamo anche che la sua auto era parcheggiata in via Fauro la sera dell’attentato a Maurizio Costanzo e cosa ancor più preoccupante, che il suo volto è stato indicato da Spatuzza nelle sue deposizioni, come quello presente nel garage dove si “imbastiva” la 126 usata per l’attentato in via D’Amelio. Inizialmente Spatuzza non sapeva chi fosse quell’uomo che fin da subito però gli sembrò dei servizi segreti. Furono le foto segnaletiche mostrategli dai magistrati a farlo individuare con certezza.

 

Ecco i protagonisti del terzo atto. Durante l’interrogatorio, Contrada dichiarerà che in barca l’amico Valentino fu raggiunto con una telefonata che lo avvisava di un esplosione a Palermo come di un sicuro attentato. Narracci si faceva prestare il telefono dal Contrada e chiamando il SISDE riceveva conferma dell’attentato e dell’ubicazione: Via D’Amelio. Nulla di strano se non controlliamo l’orario dell’esplosione e delle telefonate in questione. L’osservatorio geosismico fissa l’orario dell’esplosione in via D’Amelio alle 16. 58 e 20 secondi. La chiamata al SISDE dal telefono di Contrada è partita alle 17:00, precisamente 100 secondi dopo l’esplosione. In questi 100 secondi abbiamo come detto anche la telefonata a Gianni Valentino. Contrada dirà che l’amico fu raggiunto dalla figlia tramite un telefono fisso.

 

In così pochi secondi abbiamo quindi una telefonata partita da un telefono fisso, quella di Narracci al SISDE che sa già tutto anche se l’esplosione ha isolato tutti i ripetitori e i telefoni della zona. Come fanno dunque tre uomini al largo a sapere che si tratta di un attentato in via D’Amelio 100 secondi dopo lo scoppio? Se fossero uomini normali avrebbero un qualche potere paranormale, ma essendo come abbiamo visto tre persone tutte collegate a doppia mandata con la mafia e gli organi deviati dello Stato, è legittimo pensare che l’informazione sia arrivata, “perché attesa”.

 

 

EPILOGO

 

Siamo in fondo alla storia. Ed è il momento di farci le domande giuste. Abbiamo

cominciato con l’auspicio di individuare tra tutte, quella parte di verità raccontata dai fatti più che dalle sentenze, che provi come la morte di Borsellino sia la stessa se pur indiretta conferma, che una forma di trattativa con la mafia c’è in effetti stata. Le deposizioni spontanee di Mori propongono una suggestiva e a tratti convincente tesi che scredita le parole di Massimo Ciancimino, che a noi pare essere come tanti, uno “servito” finché serviva. Pare a noi ma è doveroso dirlo, visto che la sentenza di aprile e le motivazioni di luglio 2018, tra le altre cose hanno definito in “poche” righe” la figura di Massimo Ciancimino come inattendibile, soprattutto in relazione al presunto “papello” scritto da Riina e da Massimo Ciancimino portato agli atti.

 

L’obiettivo del Mori nelle sue deposizioni è quello di negare, che l’alto comando dei ROS si pose subito alla guida di una forma di dialogo illegittimo con i vertici di Cosa nostra, passando in rassegna le incongruenze tra le parole di Massimo Ciancimino e quei verbali e quei diari del padre, nei quali si leggono nei fatti, come abbiamo visto, date e circostanze diverse. Queste però non bastano a spostare l’attenzione sul dato che, sia il foglio che il padre avevano pendenze piuttosto gravi con la giustizia e che, sia l’uno che l’altro abbiano dichiarato o siano stati costretti a dichiarare “per comodo di altri” secondo la convenienza personale del momento. Se questo poi suonasse come una nostra personale illazione ci vengano in soccorso le parole del ministro Nicola Mancino in una intercettazione del 25/11/2011 tra questi e il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio.

 

Nicola Mancino[…]

eh..eh.. tutto quello che riguardava i rapporti tra il ROS, Ciancimino, il foglio…è scomparso tutto completamente dall’archivio… dall’archivio del ROS e non si è trovato niente…questo…questo non lo dimostrerà mai nessuno…dice non si è trovata…non si è trovata, ma non si è trovata perché non c’era…o non si è trovata perché è stato tolto di mezzo?[…]

 

A cosa si riferisce? Aldilà delle opinioni, abbiamo voluto prendere in esame quei fatti che non sono certo raccontati da opportunisti mafiosi in odore di galera, ma dalla storia stessa della cronaca. Ciò che in effetti è avvenuto e del quale non si può dubitare.

In questi fatti la verità non si trova certo nei “pieni” ma piuttosto nei “vuoti” di quella realtà che vorrebbe per essere tale, essere suffragata da elementi probatori, come le cose nascoste dal ministro Mancino. Ma l’assenza di prove, non è prova della loro assenza. E quindi è proprio tra gli interstizi di piccoli frammenti che va cercata la luce degli elementi che se inquadrati nella giusta prospettiva, appaiono senza ombra di dubbio oltre che legittimi anche indicatori inestimabili della verità che invece, si vuole nascondere dietro la grandezza o la evidenza di tragici eventi venduti all’opinione pubblica come esclusivamente voluti dalla mafia, contro i quali non c’è stata difesa, data la sua crudele potenza.

 

Con quei frammenti quindi, abbiamo ritenuto di poter spiegare perché siamo certi che Borsellino sapesse e altrettanto siamo certi che si fosse posto decisamente in maniera trasversale come l’ostacolo più diretto e tenace ai progetti di una convivenza di vecchia memoria tra Stato e mafia, che avrebbe cancellato non solo l’esito del maxi processo ma tutto il sacrificio degli uomini del pool negli ultimi 20 anni e più. Non ci sarebbe più stato un Buscetta se non nel ricordo dei verbali della sua deposizione, chiusi e dimenticati in qualche archivio, come il parente scomodo di una possibilità rara di costruire una società migliore proprio a partire dagli errori. Dopo 25 anni…ci pare sia andata così.

 

Borsellino sapeva e conosceva questo rischio. Forse quel mozzicone di sigaretta

accanto alla polveriera è stato spento molto prima di aver anche solo tentato di

innescare l’unica esplosione che sarebbe servita a questo Paese.

L’agenda rossa che accompagna il giudice in tutti i video degli ultimi giorni, la stessa che chi ha lavorato con lui riconosce come quella dalla quale non si separava neppure a tavola, quella agenda diversa da quella grigia nella quale fissava gli appuntamenti, l’agenda nella quale il giudice stava fissando invece “quell’aria di morte” che riferì alla moglie Agnese, proprio quella con altre agende e documenti puntualmente spariti in Italia, in grado di raccontare quel Paese che non vogliamo vedere, è sparita per sempre.

 

 

Con essa anche quella che oggi potremmo chiamare verità.

 

 

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