La trattativa. Borsellino "ostacolo trasversale". secondo atto

July 27, 2019

ATTO SECONDO

 

Il 23 giugno 1992 abbiamo detto dell’incontro tra De Donno e Liliana Ferraro. Al

riguardo Mori sosterrà che i colloqui diretti con Vito Ciancimino siano cominciati dopo la morte di Borsellino e che prima di allora si trattò di contatti informali con il figlio Massimo nel tentativo di arrivare al padre. Nulla da eccepire se rileggiamo le stesse dichiarazioni di Vito C. e se vogliamo dare al “politico più mafioso e il mafioso più politico di tutti” il beneficio dell’onestà nelle sue ammissioni. nelle sue dichiarazioni ai magistrati di Palermo, Caselli ed Ingroia,

 

 

il 17 marzo 1993, alle ore 09:30, afferma:

" .... Avevo avuto dal Cap. De Donno varie sollecitazioni per iniziative comuni. Le avevo tutte respinte. Ma dopo i tre delitti ( quello di Lima, che mi aveva sconvolto; quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva lasciato sgomento ) cambiai idea e ricevetti nella mia casa di Roma il predetto capitano …

 

A questo punto ci sorge una domanda. Se il De Donno e il Mori riferendosi solo dopo la morte di Borsellino ai colloqui con Vito C. si accorgono della necessità di coperture politiche, suggerite dallo stesso Cianicimino, perché già il 23 giugno cercano un contatto con la persona più vicina in quel momento al Ministro Martelli? Dobbiamo pensare che l’aver avvisato Liliana Ferraro non servisse indirettamente ad informare e “chiedere appoggio” anche alla politica? Cioè la Ferraro non avrebbe detto nulla delle intenzioni dei ROS? Non è legittimo pensare che o i contatti con Vito C. sono iniziati prima della morte del giudice, o qualcuno sta mentendo sulle date dei contatti e delle informazioni con gli organi di Stato.

 

In effetti è il momento di collocare meglio la data del primo incontro tra De Donno e Liliana Ferraro.

Nello specifico dell’argomento dobbiamo riferirci alle deposizioni di Martelli e della stessa Ferraro.

Non è facile ma dobbiamo provarci. Ci corrono in soccorso le rispettive deposizioni che tenteremo poi di collocare meglio se pur in un quadro di frammentaria verità, circa i contatti dal 23 giugno al 30 dello stesso mese.

 

 

Liliana Ferraro

[…] "..... ho cercato di focalizzare meglio i miei ricordi e posso dire che sicuramente venne al Ministero per incontrarmi il cap. De Donno, non ricordo esattamente la data, ma ho memoria del fatto che parlai di tale vicenda col dr. Borsellino all’aeroporto di Roma dove lo stesso si trovava, unitamente alla moglie, di ritorno da un convegno a Giovinazzo (BA). Mi incontrai col dr. Borsellino perché questi mi chiamò dicendomi che voleva parlarmi e mi diede appuntamento proprio all’aeroporto di Fiumicino. Il periodo in cui si svolse quest’incontro lo posso collocare nella settimana del trigesimo della

morte del dr. Falcone.”

 

nello stesso verbale si legge:

 

[…] " Prendo atto che dell'esame dell’agenda grigia del dott. Borsellino si ricava che questi si recò a Giovinazzo il 27 giugno 1992 e fece ritorno a Palermo il 28 giugno 1992. A questo punto posso quindi affermare con certezza che l'incontro di cui sto facendo menzione si svolse nel pomeriggio del 28 giugno 1992. Ribadisco che l'incontro col cap. De Donno avvenne qualche giorno prima, nell'arco della settimana che va dal 21 giugno al 28 giugno 1992, anche perché, qualora fosse passato più tempo, avrei certamente informato telefonicamente il dott. Borsellino di quanto avvenuto […]

 

Per la Ferraro dunque l’incontro con De Donno avvenne nella settimana dal 21 al 

giugno, escludendo il 28 che pare essere il giorno nel quale aveva già un appuntamento fissato con Borsellino presso l’aeroporto di Roma. Ci viene spontaneo pensare che se De Donno l’avesse incontrata lo stesso giorno dell’incontro col giudice sarebbe stata una coincidenza di fatti difficile da dimenticare e ahìnoi purtroppo anche l’unica formula accettabile.

 

Le dichiarazioni di Martelli al riguardo sono le seguenti:

15/10/2009

 

".....sulla base del colloquio che ho avuto da ultimo con Liliana Ferraro, via filo e sulla base dei miei ricordi dell'epoca, posso dire che la stessa mi ha ricordato che il cap. De Donno le aveva fatto visita, almeno così ricordo, parlandole di un contatto con Massimo Ciancimino per potere poi incontrare il padre di questi, affinché gli stessi potessero avviare un percorso collaborativo al fne di evitare nuove stragi”.

 

[…] " .....il contatto tra la Ferraro e De Donno avvenne il 23 giugno 1992 nei giorni delle commemorazioni per il trigesimo dell'uccisione del dott. Falcone e di tale circostanza venni messo a parte in brevissimo tempo.”

 

La conclusione alla quale giungono i magistrati per collocare la cronologia dei fatti è:

 

" .....a seguito del confronto entrambi convengono sull’indicazione della settimana del trigesimo quale data in cui avvenne l’incontro con il cap. De Donno.

 

Veniamo all’analisi.

Martelli dichiara che nell’occasione nella quale ha ricevuto l’informazione da Liliana Ferraro, lui stesso espresse la necessità di informare Paolo Borsellino. Sempre a dire di Martelli, la Ferraro rispondeva di averlo già fatto e che il giudice avrebbe semplicemente risposto “ci penso io”.

Se dunque è vero, il contatto tra Liliana Ferraro e Martelli non può che essere avvenuto tra il 28 e il 30 di giugno. Sperando anche in questo caso che subito dopo il suo incontro con Borsellino presso l’aeroporto di Roma, avesse comunicato, per telefono, subito al ministro Martelli, i contenuti dell’incontro con De Donno, e di quello col giudice.

 

Collocare questi fatti ci serve? Ci serve per accettare che alla data del 28 giugno certamente Paolo Borsellino veniva a conoscenza dell’intenzione dei ROS di avviare se non una trattativa almeno un dialogo…disquisizione semantica a parte, è facile immaginare la reazione di Borsellino che non poteva certo manifestarsi in una posizione di avvallo ma tutt’altro, doveva essere una contrarissima constatazione dei fatti ai quali si sarebbe in ogni modo opposto.

Le linee temporali volutamente sfalsate nella loro cronologia naturale, servono a mettere il lettore in una condizione a volte faticosa nella quale ci siamo noi stessi ritrovati , mentre la ricerca di un senso di verità si dimostrava sempre più difficile da individuare. A tal riguardo facciamo ancora un piccolo passo indietro.

 

Siamo al 25 di giugno. apparentemente due giorni dopo l’annuncio di De Donno alla Ferraro e tre giorni prima dell’incontro di questa con Borsellino.

Il giudice convoca in una caserma dei carabinieri di Carini il capitano De Donno e il colonnello Mori. Ufficialmente per discutere di una inchiesta su mafia - appalti.

E’ importante notare che l’appuntamento non avvenne presso la procura come sarebbe naturale fosse avvenuto. In quella circostanza, stando alle deposizioni di Mori, non si parlò di nessuna trattativa o dialogo, perché sempre a dire dello stesso, Vito Ciancimino non si era ancora espresso in merito ad un qualche consenso all’incontro con gli uominidel ROS.

 

Un’affermazione contraddetta dal cap. De Donno che dirà invece di aver riferito alla Ferraro della volontà favorevole al contatto già in occasione del loro incontro del 23 giugno. Di contraddizione in contraddizione, si procede.

E’ di fondamentale importanza fermarci sull’incontro di Borsellino con gli uomini del ROS il 25 giungo, poiché in quello stesso giorno era giunta l’ennesima “lettera del corvo” nella quale si parlava esplicitamente di una avviata “trattativa” tra organi dello stato e delle forze dell’ordine con i vertici di Cosa nostra e ancora più, con dovizia di dettagli di un incontro tra Riina e Mannino presso una sagrestia di una chiesa di San Giuseppe Jato.

 

Se vogliamo escludere che Borsellino sapesse del tentativo di approccio con Vito

Ciancimino, di una qualche trattativa comunicatagli da Liliana Ferraro prima del  giungo, dobbiamo anche pensare che in occasione dell’incontro con De Donno e Mori nella caserma di Carini, non fece menzione della lettera del corvo? Fu così legittimato da un suo sesto senso tanto da escludere immediatamente che la lettera potesse contenere qualcosa di sensato? Di vero? Ad un mese dalla morte di Falcone, il giudice Borsellino non si sarebbe minimamente preoccupato di confrontarsi con chi sul campo poteva intervenire, per verificare i fatti riportati nella missiva? A noi pare quanto meno improbabile.

 

A rafforzare la sensazione che il giudice sapesse di quanto stava accadendo, c’è poi quello “sfogo” con il quale la sera stessa del 25 giungo in un incontro pubblico avrebbe detto di sentirsi “un testimone oltre che un magistrato” e che attendeva di riferire quanto in sua conoscenza presso i colleghi di Caltanissetta titolari delle indagini sulla strage di Capaci. Non fu mai chiamato a deporre.

 

Come in ogni giallo che si rispetti, altre ombre calano sulla storia. Chiariamo che lo sforzo che ci stiamo proponendo non è quello di tracciare un teorema se la trattativa così detta c’è stata, se si trattò di dialogo, ma piuttosto di dimostrare che qualunque sia stata la natura del contatto, Borsellino ne era a conoscenza molto più che semplicemente per essere stato informato in una saletta di un aeroporto, e che per questo e per la sua manifesta opposizione fu accelerata la sua condanna a morte.

 

 

Passiamo al 1 luglio 1992. 19 giorni prima della morte di Paolo Borsellino.

Il giudice per quanto ci è dato sapere ora è informato sui tentativi di contatto tra il ROS e Vito Ciancimino.

Si trova Roma dove sta interrogando il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Tra le altre cose, Mutolo sta parlando di Bruno Contrada (numero 3 del SISDE) e dei suoi coinvolgimenti con Cosa nostra. (contrada sarà processato e condannato per concorso esterno). Il giudice Borsellino si trova col collega Aliguò davanti al collaboratore in un interrogatorio che deve restare coperto dal più assoluto riserbo. Una telefonata lo raggiunge e lo invita presso il Viminale dove si sta insediando il nuovo ministro dell’Interno Nicola Mancino che subentra al più esperto ministro Scotti. Borsellino lascia l’interrogatorio insieme al collega con l’intenzione di riprenderlo dopo l’incontro col ministro.

 

Al Viminale viene accolto dal capo della Polizia Vincenzo Parisi…e da Bruno Contrada che curiosamente non esita a fare gli auguri al giudice per l’interrogatorio “segreto” col Mutolo mettendosi a completa disposizione. Curioso. Tipico della sceneggiatura di spie.

 

Dopo questo breve scambio, uno alla volta i due giudici saranno ricevuti nell’ufficio del Ministro. Qui arrivano le nubi. Non sapremo mai cosa si sono detti. Sappiamo però cosa riferisce Mutolo quando vede rientrare Borsellino.

era nervoso e balbettava…aveva una sigaretta in bocca e se ne stava accendendo

un’altra…parlava di dissociazione mafiosa …”

 

Al riguardo Aliguò riferirà che non si trattò di due sigarette in bocca ma del gesto abitudinario che il giudice aveva, di accedere una sigaretta col mozzicone finito di un’altra. Anche mio zio fa sempre così. Lo fa perché accanito fumatore. Nella situazione descritta però ci pare di fondamentale rilevanza asserire quale delle due dinamiche sia quella vera. Nel caso della dichiarazione di Mutolo, il profilo psicologico del giudice in quel momento appare decisamente diverso da quello eventualmente proposto da Aliguò.

 

Dicevamo che non sapremo mai cosa si sono detti il giudice e il ministro Mancino. Lo stesso ministro però non ci aiuta dal momento in cui chiamato a deporre finirà col dichiarare cose diverse in contraddizione tra loro. Dirà di non aver mai incontrato il giudice. Poi ricorderà di averlo incontrato e di averli stretto la mano ma di non aver saputo che si trattasse di Borsellino. Poi di essere venuto a conoscenza che si trattasse del giudice collega di Falcone ma di non averlo potuto riconoscere perché non ne aveva presente il volto. Non lo conosceva in viso.

Il ministro dell’Interno dichiara di non conoscere la persona che in quei giorni è continuamente sui giornali, in televisione…la persona che rappresenta in quel

momento il simbolo stesso della lotta alla mafia! A voi giudicare se una cosa simile sia possibile. A noi pare discutibile. Ci sembra più onesto ammettere che in quella circostanza o l’uno o l’altro abbiano aperto il discorso sulla trattativa e che l’esito dell’incontro non poteva che finire col preciso rifiuto da parte del giudice di qualunque forma di appoggio o approvazione. Mancino dirà più volte che in quell’occasione come anche in seguito non seppe mai nulla sulla trattativa presunta o meno. Mai.

 

In ogni modo proprio per queste dichiarazioni il ministro sarà processato per falsa testimonianza.

 

 

 

Lo sceneggiatore invisibile che qui ci guida sulla tela dei fatti ci riporta con un cambio di pagina, alla fine del 1991 e inizi del 1992 Alla fine del 1991 stiamo tutti attendendo l’esito della corte di Cassazione sull’ultimo appello riguardo al maxi processo. Il primo grado ha miracolosamente per la prima volta visto circa 400 uomini d’onore e boss condannati. 19 ergastoli e 2665 anni complessivi di galera. Il secondo appello ha modificato marginalmente le condanne. Cosa nostra è preoccupata. E' venuta a sapere che il giudice della Cassazione non sarà quel Carnevale noto come “l’ammazza sentenze” che per anni ha favorito i criminali della mafia evidenziando sempre vizi di forma e attaccandosi ai cavilli delle procedure. Falcone che in quel momento ha lasciato

Palermo e lavora presso l’ufficio affari penali accanto a Martelli, ha avuto l’idea di far ruotare i giudici delle sezioni. Al posto del Carnevale, si troverà un anonimo e quasi sconosciuto Arnaldo Valente. Quando anche i nomi sembrano scelti dalla fantasia!

 

In questa atmosfera incerta, i boss di Cosa nostra si riuniscono più volte in un casale di Enna e decidono il da farsi nel caso di esito negativo del processo. Al tavolo della commissione siedono: Riina, Provenzano, Leoluca Bagarella, i Madonia di Palermo e Caltanissetta, Mariano Agate, Giuseppe e Filippo Graviano, Calogero e Filippo Ganci (molto vicini a Riina), Nitto Santapaola, Matteo Messina Denaro e altri.

 

In primo luogo decidono per la morte di quei politici che non sono più in grado di garantirne l’impunità. Nella lista troviamo:

Salvo Lima, Ignazio Salvo, Calogero Mannino, Carlo Vizzini, Sebastiano Purpura, Salvo Andò, Claudio Martelli, Giulio Andreotti (designato come futuro presidente della Repubblica).

In secondo luogo si decide che non potendo più contare sui politici italiani, Cosa nostra metta in atto un operazione di vera e propria collocazione politica di partiti interamente costruiti su misura dalla mafia. Quello che si sarebbe in un primo momento concretizzato con la nascita delle Leghe Meridionali di matrice separatista, con l’obiettivo di spaccare in due l’Italia consegnando il sud alla mafia probabilmente con Napoli alla Camorra e la Calabria alla 'Ndrangheda.

 

Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma tutte le condanne. Cosa nostra è stata colpita duramente e i capi dell’organizzazione, soprattutto Riina subiscono il peggior affronto della storia della mafia. Rischiano di essere screditati agli occhi di chi ora resterà in galera, in quella gabbia che dopo l’8 giugno si chiamerà per giunta, decreto 41.bis.

La reazione di Riina non può che essere violenta. Ci arriviamo.

Il 6 marzo 1992, dal carcere dove è detenuto, Elio Ciolini, un eversore di destra, invia una lettera al giudice Leonardo Grassi:

 

[…] Nel periodo marzo - luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale “omicidio” di esponente politico Psi, Pci, Dc, sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica

 

Come fa un detenuto isolato in carcere ad essere a conoscenza di una strategia stragista decisa e indirizzata contro esponenti politici? Chi sta comunicando a chi? E perché? Il 12 marzo 1992, sul litorale di Mondello, sarà assassinato Salvo Lima. Falcone in

quell’occasione dirà “ora tutto è possibile”.

In una nota riservata del capo della Polizia Parisi, del 16 marzo 1992, una fonte anonima dichiara:

 

[…] “Sono state rivolte minacce di morte contro il signor presidente del Consiglio e i ministri Vizzini e Mannino…Per marzo - luglio annunciata campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi, et Pds, nonché sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica. Strategia comprendente anche episodi stragisti.”

 

 

…marzo - luglio, Vizzini, Mannino, Andreotti…episodi stragisti…Ancora codici di una comunicazione che deve giungere con forza alle orecchie di chi deve intendere.

E’ inevitabile pensare che i diretti interessati siano tutti informati. Ed è ora che dobbiamo fare lo sforzo di ricordare quello che qualche capoverso in sù dicevamo a proposito di quanto scriverà il “corvo” tra qualche mese il 25 di giugno, riguardo all’incontro di Riina con Mannino!

 

A quanto sta accadendo dobbiamo aggiungere la nota dell’agenzia di stampa Repubblica (da non confondersi col giornale) il 19 marzo 1992.

 

[…] Il delitto Lima è soltanto l’inizio di una complessa strategia della tensione all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fne di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo

 

[…] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […] Paradossalmente il federalismo del nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile.[…]

 

Questo trova anche conferma nelle parole del professor Gianfranco Miglio, a proposito di “atteggiamenti della mafia al sud, che essendo connotati da matrice culturale radicata, andrebbero istituzionalizzati”.

 

 

[…] io sono per il mantenimento della mafia e anche della Ndrangheta. Il sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità di comando. Che cos’è la mafia? Potere personale portato fino a delitto. Io non voglio ridurre il meridione al livello europeo.

Sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina la crescita

economica. Alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno di essere istituzionalizzate.[…]

 

 

Da una parte quindi le informazioni sui rischi di attentati politici, dall’altra la strategia separatista…informazioni che ora sono note. Tanto note che Scotti avvertirà direttamente Mannino di essere uno degli obiettivi. Cosa che non aveva bisogno di un avviso ufficiale. Da tempo Mannino riceveva mazzi di crisantemi e ritrovava bare disegnate sulla porta del suo ufficio. Lo stesso Mannino ovviamente preoccupato per la sua incolumità confiderà al maresciallo Guazzelli i suoi timori. Guazzelli resterà vittima di un attentato il 4 aprile dell’anno. Un altro segnale di morte per Mannino.

 

Non vogliamo fare i puntigliosi ma ricordiamo e insistiamo sul “presunto” incontro tra Mannino e Riina nella sagrestia di San Giuseppe Jato. Ora forse appare più credibile?

In questo periodo Mannino si incontra spesso col capo della polizia Parisi, con quel Bruno Contrada dei servizi segreti e con il comandante del ROS Antonio Subranni del quale si scopriranno le collusioni con Cosa nostra. L’oggetto degli incontri è senza dubbio la sua situazione di “morto che cammina”. Quello che resta da capire è perché né il diretto interessato né i suoi interlocutori si rivolgeranno mai alla magistratura e non sporgeranno mai denuncia. Sembra chiaro si voglia risolvere la cosa per “altre vie”.

 

Il secondo atto non può che chiudersi con una tragedia.

Il 23 maggio 1992 sull’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci, muore il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e le scorte Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.

Cosa nostra ha alzato il tiro. Ha mostrato il suo volto orribile e le sue possibilità illimitate.

Occorre fare qualcosa e farla subito. Per esempio attuare una trattativa. Non è vero forse che si arriva a trattare col nemico quando una delle due parti ne riconosce la forza e la supremazia? Non è l’ultimo atto prima di una resa?

 

Con la morte di Falcone l’Italia si consegna all’indignazione. Le persone comuni

rifiutano lo stato di cose e riconoscono negli uomini del governo i responsabili della morte del giudice che, sebbene materialmente eliminato dalla criminalità, non può che essere stato consegnato ai suoi carnefici dall’atteggiamento “complice” di uno Stato che, non solo doveva vigilare e proteggere, ma che addirittura non riesce ad evitare le accuse di una qualche collusione.

 

 

Frettolosamente Il governo si da un nuovo Presidente. Scalfaro. Frettolosamente perché nei giorni prima della strage di Capaci, si assiste alla disfatta totale di un intero sistema statale. A Milano tangentopoli ha sconquassato ogni ordine di partito. Decine di politici e faccendieri vengono tratti agli arresti. Il governo è caduto dopo le dimissioni di Cossiga e tutto lascia pensare che se non si pone rimedio, la futura guida del paese andrà ai socialisti di Spadolini che in quel momento occupa il Senato. E va in scena l’ennesima agenzia di stampa Repubblica questa volta con due veline che non solo hanno dell’inquietante ma suonano addirittura profetiche:

 

giovedi 21 maggio 1992

 

siamo all’empasse? c’è da temere a questo punto che qualcuno rispolveri la tentazione tipicamente nazionale al colpo grosso. Le strategie della tensione costituiscono in questo paese una metodologia d’uso corrente in certe congiunture di blocco politico […]”

 

venerdi 22 maggio 1992

 

…a questo punto i partiti popolari sono ritenuti fuorigioco […] Avremo dunque la candidatura obbligata e vincente di Giovanni Spadolini? Manca ancora perché passi in modo indolore questa candidatura del partito trasversale, qualcosa di drammaticamente straordinario. I partiti cioè senza una strategia della tensione che piazzi un bel botto esterno, come ai tempi di Moro, a giustificazione di un voto di urgenza, non potrebbero accettare di auto-delegittimarsi. Per fortuna, le Brigate Rosse e nere oggi sono roba da museo. E comunque, i poteri dello Stato hanno accumulato esperienza e dimostrato professionalità…[…]”

 

Il giorno prima della strage di Capaci, in una agenzia di stampa si leggono parole come “botto esterno” che se anche “casuali” non ci possono lasciar indifferenti. L’Italia tutta è seduta e ben legata accanto ad una polveriera di proporzioni gigantesche. Si attende solo che qualche incauto lasci cadere un “mozzicone di sigaretta”.

Ora appare tragicamente naturale pensare che nel disperato tentativo di evitare che la polveriera esploda, si tenti ogni strada percorribile, anche quella che di fatto mette lo Stato in ginocchio davanti a Cosa nostra, pregando che risparmi questa sventurata nazione dalle stragi e dagli attentati. Ora appare credibile. Se con tutto lo sforzo possibile possiamo accettare questa versione dei fatti, perché non dichiararlo subito? Perché non rendere partecipe del tentativo ogni forza possibile dello Stato?

 

Perché è meglio tentare di

convincere l’opinione che dopo tanta disfatta e tanto ritrovarsi sull’orlo del baratro, in quel disperato tentativo che avrebbe perfino compromesso la spina dorsale di uno Stato che non deve mai trattare col nemico, l’unica strategia possibile, consiste nell’insulsa proposta paventata dal Mori ai boss della mafia, di costituirsi spontaneamente. Chi è che mentre legge, ora, non ha un giusto sentimento di rifiuto, fosse altro derivante da un’offesa all’intelligenza comune.

 

Qui si riposiziona nel nostro racconto, il giudice Paolo Borsellino. Il nostro sceneggiatore impietoso ci strattona avanti e indietro in un flusso di immagini e nomi e date che hanno fatto per molti anni confondere i magistrati alle indagini.

 

E’ questo il suo tentativo. Farci sentire un magistrato che viene a sapere le cose mai con un ordine nemmeno vicino ad una qualche forma di coerenza. Si sta chiudendo il secondo atto e non può non puntare il faro prima di lasciarci sospesi nell’incredulità dei fatti, su Paolo Borsellino. Designato successore di Falcone e ostacolo trasversale al dialogo e alla trattativa con Cosa nostra. Le ore passano e Borsellino percepisce sempre con maggiore chiarezza qual’è la fine della strada che ha intrapreso. Una strada senza via d’uscita. Sembra ancora una volta una metafora maligna, quella strada senza uscita che porta il nome di Via D’Amelio. Un solo imbocco. Nessuna rimozione forzata delle auto in sosta.

Eppure è una delle strade più frequentate dal giudice. In quella via, vive la madre con la sorella. Lo diranno anche gli uomini della sua scorta, utilizzando immagini forti e di cultura tipicamente siciliana:

 

“questa strada è una tonnara! “

 

 

 

Le ore passano e con loro la fatica di Paolo Borsellino di infrangere il tempo a

disposizione. Un uomo braccato che si vede solo e senza rete. A meno di voler dare alla moglie Agnese della bugiarda, dobbiamo prendere per vere le parole che il marito le riferiva negli ultimi giorni e che lei ha reso nelle sue testimonianze:

 

“oggi ho respirato aria di morte”

(lo dirà in occasione dell’incontro al Viminale col ministro Mancino)

“sto vivendo la mafia in diretta”

“Il comandante Subranni è punciutu” (affliato)

“La mafia mi ucciderà. Ma solo quando qualcun altro darà l’ordine”

 

 

Il 19 luglio 1992 alle 15.58 davanti alla casa della madre, il Giudice Borsellino e gli uomini della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, e Claudio Traina perderanno la vita. Curioso che in questi casi si dica sempre “perdere la vita”. Questo paese è pieno di distratti uomini di Stato che hanno perso la vita. In effetti l’espressione è pertinente. Si sono davvero distratti questi uomini e queste donne. Si sono accorti troppo tardi e si sono ritrovati soli. Da soli non si ritrova la propria vita. Va cercata negli altri, nelle persone e nelle istituzioni delle quali naturalmente dovresti fidarti. Così non è…e quindi inevitabilmente si finisce per distrarsi proprio nell’attimo in cui si è soli e fragili. Lo disse Falcone:

 

“a Palermo si comincia a morire quando si resta soli”

 

 

 

 

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