La trattativa. Chi sapeva e chi doveva sapere. primo atto.

July 26, 2019

 

La questione “trattativa” tra lo Stato e la mafia o come si sarebbe detto più tardi delle “due trattative”, resta un’oscura vicenda. Aldilà della sentenza della Corte d’Assise, che con le motivazioni depositate il 19 luglio 2018 ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che una qualche forma di dialogo deviato e illegittimo, tra organi dello Stato e Cosa nostra è in effetti esistito, ancora oggi mancano le risposte che si possono trovare solo all’interno di quei vuoti tra i frammenti di verità e le contraddizioni delle deposizioni di chi sapeva, sa e ancora tace. In generale quando si parla di “trattativa” si fa riferimento ai giorni tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino.

 

Almeno per quanto riguarda la “prima trattativa”, alla quale sarebbe seguita dopo l’arresto di Vito Ciancimino, la seconda a giuda di Dell’Utri. Questo accade soprattutto se si riflette sull’anomalia della morte di Borsellino così a breve distanza da quella del collega Falcone. L’anomalia consiste nel fatto che appare inverosimile che la morte del magistrato in via D’Amelio, sia semplicemente la prosecuzione dell’intento criminale di Cosa nostra. Troppo a ridosso di una clamorosa azione, le abitudini della mafia corleonese dimostrano che ci devono essere “altre ragioni” che hanno reso necessaria e impellente l’esecuzione del giudice, che tragicamente possiamo accettare sarebbe avvenuta ugualmente, non possiamo non dubitare e domandarci perché sia di fatto stata messa in atto appena 57 giorni dopo la morte di Falcone.

 

La teoria più accreditata al riguardo è quella che vede il giudice Borsellino, diventare un obiettivo primario, perché venuto a conoscenza del dialogo o se preferite della trattativa tra alti ufficiali del ROS, uomini di stato e Cosa nostra. E’ naturale pensare che se ciò fosse vero, e noi sosteniamo che lo sia, una persona come Borsellino non avrebbe potuto mai accettare un simile atteggiamento da parte

dello Stato, neppure quando questo viene giustificato come una estrema manovra

disperata per tentare di porre fine agli attentati.

 

ATTO PRIMO

 

Se si prendono in considerazione le dichiarazioni delle parti aventi causa, ci si accorge subito di essere in presenza di una verità che fatica a raccontarsi. Si compone in frammenti che si mischiano in un ciclo continuo ai nebulosi resoconti e alle devianti contraddizioni. Perché? Perché non era ammissibile, naturalmente, concepire una qualunque forma di accordo con la mafia. Perché sarebbe stato possibile ma con altri presupposti? Perché qualcuno ha violato semplicemente una procedura gerarchica?

Perché la trattativa c’è stata, ed è andata avanti oltre un’accettabile compromissione dello Stato? La magistratura e la Corte presieduta dal Giudice Alfredo Montalto, il 20 aprile 2018 ha espresso la sentenza della quale il 19 luglio corrente anno leggiamo alcune motivazioni contenute in oltre 5000 pagine.

 

“una forma di trattativa c’è in effetti stata e ne risulta il dolo specifico di colui che abbia lo scopo di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso o che comunque abbia fatto propria tale finalità”.

 

e ancora la Corte si esprime così:

“…non vi è alcun elemento di prova che possa collegare la morte di Borsellino alle indagini mafia - appalti. Non vi è dubbio che i contatti tra Mori, De Donno e Ciancimino ben potevano essere percepiti da Riina come forieri di sviluppi per l’organizzazione mafiosa, nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato."

 

Si parla poi di:

“condotte omissive, atte a salvaguardare da interferenza la propria condotta con i vertici di Cosa nostra”

E non in ultimo la condanna per “minaccia o violenza al corpo politico dello Stato”

 

Durante tutto il dibattimento invece, si è tentato di far apparire l’operato degli uomini che l’hanno condotta, non ascrivibile ad un reato di fatto, se non a quello di un involontario favoreggiamento frutto solo della conseguenza di errori procedurali”

Sostanzialmente in buona fede. A noi preme però soffermarci sull’effetto che questa trattativa ha avuto, configuratasi tragicamente nella morte del giudice Borsellino.

L’innesco dei fatti va trovato in quel 23 giungo 1992. In questa data si fa riferire non senza qualche fatica, l’incontro tra il capitano De Donno dei ROS (stretto collaboratore di Mario Mori, numero due del ROS) con Liliana Ferraro, direttore degli affari penali presso il ministero di Giustizia al posto di Falcone. In quella occasione De Donno comunica che, vista la tragicità dei fatti appena accaduti occorre muovere qualunque

passo in qualunque direzione per arrestare il fenomeno degli attentati. In tal senso dichiara di voler o di aver già messo in atto le mosse per attivare un dialogo “investigativo” con Vito Ciancimino, attraverso il figlio Massimo, incontrato sull’aereo.

 

[…] ".....Mí colpì molto I'incontro che ebbi col De Donno perché lo stesso mi parve molto provato e mi disse che era molto difficile accettare la morte del dr. Falcone e trovare il modo di continuare a svolgere le proprie funzioni, anche perché riteneva il dr. Falcone il loro punto di riferimento per il rapporto mafia-appalti e l'organo di polizia in cui era inserito, a suo dire, non aveva uguali buoni rapporti con altri magistrati della Procura di

Palermo. In tale contesto mi disse che anche era venuto il momento di provare tutte le strade e che, essendo Vito Ciancimino un personaggio di spessore, avevano pensato di sondare la possibilità che lo stesso iniziasse un rapporto di collaborazione. Mi disse anche che aveva preso contatti col figlio Massimo e che, attraverso di questi, pensava di poter agganciare o aveva già agganciato, non ricordo bene, Vito Ciancimino"

 

dichiarazione del 14.10.2009 resa ai magistrati delle Procure della Repubblica di Caltanissetta Palermo, Lari, Gozzo, Marino, Luciani, Ingroia e Guido.

 

Come dentro un film, lasciamo per il momento questa data e questi due protagonisti per fare alcune riflessioni. La prima ci pone l’obbligo di riproporci la domanda se quella fosse l’unica iniziativa da intraprendere o se siamo davanti ad un totale atto di imprudenza, dettato da un eccesso di spirito di servizio, se desideriamo essere anche noi in buona fede, oppure totalmente illegittimo e subdolo se facciamo appello al senso critico. L’altra riflessione urgente ci pone la domanda sul perché riferire alla Ferraro e non almeno congiuntamente anche alla magistratura. E perché se non lo fece De Donno, lo fece poi la Ferraro solo il 28 dello stesso mese, quando avrebbe incontrato Borsellino nelle circostanze che vedremo. Per tentare di rispondere non possiamo sottrarci dal formulare un parere personale che trova suffragio nell’ammettere che un personaggio come Borsellino da tutti conosciuto come un monarchico di destra con un alto senso della fede e dello Stato, non sarebbe mai stato in grado di accogliere una simile proposta, tanto meno a un mese dalla morte dell’amico e collega Falcone. Ci pare di dover concludere che “per ora Borsellino non deve sapere.” Interrogati su questo punto, gli uomini del Ros si contraddiranno. Sulla bontà degli intenti e a screditare le accuse, Mori dichiarerà che non si poteva parlare di trattativa dal momento in cui, in un primo colloquio con Vito Ciancimino, l’alto

comando del ROS non pose alcun offerta se non quella di una posizione forte che

voleva nelle dichiarazioni del Mori esprimersi con la forzosa intimazione di una

“consegna spontanea dei capi mafia Riina e Provenzano a fronte di un trattamento di favore nei riguardi delle loro famiglie”. Quale persona dotata di minimo intelletto può anche lontanamente prendere sul serio questa affermazione? Dovremmo pensare che il Colonnello Mori, in rappresentanza della più alta immagine dell’Arma dei Carabinieri, fiore all’occhiello delle procedure investigative, pensasse possibile che, dopo anni di lotta e di omicidi politici, stragi ed efferati attentati, ad un mese dal più grave fatto di cronaca del nostro Paese, Cosa nostra si sarebbe consegnata spontaneamente senza indugi… ???

 

E’ ovvio che quanto segue dalle stesse dichiarazioni del Mori sia di fatto molto più che credibile. Alla formulazione della richiesta, Vito Ciancimino saltò sulla sedia. Non fatichiamo a crederlo. E’ ovvio che da questo momento gli interlocutori appaiano per lo meno poco credibili e che si renda necessaria una “copertura politica” totale nell’espressione di forze politiche di maggioranza e dell’opposizione. Un intero Governo cioè, chiamato a garantire per il buon esito della trattativa.

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Post recenti
Please reload

Archivio
Please reload

Cerca per tag