"Menti raffinatissime"...ombre lunghe sul mare.

July 25, 2019

Nella vita non bisogna commettere l’errore di considerare casuale un semplice incontro, un saluto, una deviazione sul percorso. Neppure si può vivere però con un radar che ci tenga in continuo allarme. Il confitto irrisolvibile lo chiamiamo destino.

Ed è proprio questo a segnare l’ultimo atto della vicenda di Emanuele. Un giorno come tanti incontra per caso l’amico Ciccio. Si trova insieme ad altri individui che Emanuele non conosce.

C’è un veloce saluto e nulla di più. Tanto basta per allarmare uno degli uomini che si trovano insieme a Ciccio il cui nome corrisponde a quello di Salvatore Biondino. Boss della mala legato proprio a Totò Riina. Biondino rimprovera Ciccio dell’amicizia con un poliziotto e ritiene che la cosa vada risolta nell’unico modo che Cosa nostra conosce.

 

Non si può anteporre nessuna amicizia alle regole della famiglia, tanto meno quella con un poliziotto. E’ proprio Francesco (Ciccio) a dover risolvere la cosa. Attirato con l’inganno, Emanuele andrà ad un appuntamento con l’amico presso il mobilificio di un certo Traina, anch’egli mafioso. Accompagnato sul retro sarà subito braccato dagli uomini di Biondino che assiste al fatto. Emanuele morirà strozzato dalle mani di Simone Scalicci e sarà disciolto nell’acido. Qui finisce la storia e il mistero della scomparsa di Emanuele.

 

Ma non può non restare una domanda. Se Francesco Onorato non aveva fatto menzione della sua amicizia con Emanuele (avrebbe violato una delle regole più rigide di Cosa Nostra), come faceva Salvatore Biondino a sapere di Emanuele?.

Antonino Agostino ed Emanuele Piazza. Cosa hanno in comune questi due “poliziotti”. E cosa c’entrano con l’attentato all’Addaura. Molto più di quanto sembra.

Nei dettagli anche piccoli si possono trovare se non altre risposte almeno i presupposti per nuove domande. Ed è così che procede il racconto.

I due agenti sono in servizio presso lo stesso commissariato di San Lorenzo, una delle borgate più organizzate e meglio preparate della mafia Palermitana. Sono entrambi esperti sommozzatori, un dettaglio che ritroveremo C’è quella strana telefonata indirizzata al commissario Sica con la quale si denuncia Agostino quale esecutore materiale dell’attentato al giudice Ci sono i suoi viaggi a Trapani, dove si trova un centro per l’addestramento del SISDE. (Forse anche lui ne faceva in qualche modo parte) C’è

quell’uomo con la faccia da mostro (Aiello) su due delle scene descritte fin ora. E c’è “quell’uomo che doveva venire da Roma” e le sue confessioni al collega su una pista da seguire per cosa? C’è un verbale di servizio nel quale risulta che Agostino nei giorni 20 e 21 giugno, precedenti immediatamente al fallito attentato è in servizio scorte sulla volante San Lorenzo. E chi sono Francesco Onorato (amico di Emanuele) e Salvatore Biondino. Due degli esecutori materiali dell’attentato alla villa di Falcone.

 

La dovizia di particolari della deposizione proprio di Onorato, mosso anche dal dramma personale per la morte dell’amico, darà una rilettura dell’intera vicenda purtroppo a distanza di molto tempo.

Torniamo alla scena iniziale. Torniamo al vociare dei poliziotti attorno al borsone poco prima di farlo brillare.

Ufficialmente si dirà che fu ritrovato durante un’ispezione di routine. Che fu portato dal mare da un gommone con due uomini a bordo vestiti di muta. Chi? forse aveva ragione la voce della telefonata anonima?

Le dichiarazioni dei collaboratori avrebbero come sempre rovesciato le tesi e rimesso in discussione le conclusioni dei magistrati.

Si capirà che gli uomini del commando non arrivarono dal mare ma via terra. Che in quel giorno furono notati strani movimenti alle spalle della villa del Giudice.

 

Movimenti di uomini della mafia ma non solo. In mare qualcuno avrebbe notato un gommone a largo con a bordo due uomini in muta da subacqueo. Fu proprio questo elemento a insospettire gli uomini preposti alla sicurezza del giudice e a far scattare l’allarme. In un identikit sommario ricavato dalle testimonianze raccolte in zona, è stato ricostruito anche se non con assoluta certezza che gli uomini sul gommone potevano essere proprio l’agente Agostino e il Piazza. L’identikit curiosamente come tutti i documenti di queste storie non fu recapitato né presso i comandi della zona né presso gli inquirenti della procura. Semplicemente non c’è.

 

Sono molte le domande che ci poniamo allora. La prima è la più banale ma forse siamo noi a non comprendere cosa vuol dire essere un professionista della “zona grigia”. Se sul gommone si trovavano due uomini con l’intenzione di salvare il giudice dall’attentato, perché non hanno agito direttamente in quella direzione? Se sapevano,  perché non hanno informato anche attraverso l’anonimato chi era alla protezione del giudice? Ci troviamo in presenza di quella sottile linea che divide la ragione da più complessi meccanismi di un ambiente che vive dentro quelle cortine di fumo utili a nascondere, sia le azioni che ci sembrerebbero legittime che quelle che ci appaiono spietate e crudeli.


Non sono mai piacevoli i teoremi sui complotti, soprattutto se sono forzati, e neppure in uno scenario come quello della mafia dove tutto è complotto e si presta a esserlo aldilà di qualunque fantasia. Dobbiamo però per “dovere” e scrupolo, raccontare i fatti esattamente come sono anche quando appaiono marginali.
Le sottili convergenze di interesse di quelle “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone, hanno determinato il destino di un Italia che si è segnata per sempre nei drammi che si potevano evitare e non sono stati evitati. Nei delitti che si potevano fermare e sono stati agevolati. Da chi? Da complici di una macchina perfetta che mischia bugia e verità
rendendo impossibile la ricerca di una verità oggettiva. Di ombre lunghe che
accompagnano silenziose e sempre vigili e ubique la strada di chi per lavoro o anche per caso si trova prima o poi a pagare con la vita per aver capito e saputo troppo, di un Paese nel quale il “silenzio” è l’arma più violenta e definitiva.

 

 

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