"Menti raffinatissime". Il fallito attentato all'Addaura e qualcos' altro.

July 24, 2019

 

21 giugno 1989. E’ una bella giornata. La prima giornata d’estate. Siamo nei pressi di una bassa scogliera che digrada velocemente verso il mare. Un piccolo sentiero conduce da una casa sulla sommità della scogliera, verso una piattaforma di cemento, unico accesso al mare. C’è molto rumore. Molte voci. Molte persone. Non sono turisti però.

Sono poliziotti in divisa, in borghese e alcune persone anche in abiti istituzionali, giacca e cravatta. Si lanciano comunicazioni e richiami all’attenzione quegli uomini. Poi si allontanano frettolosamente dalla piattaforma, sulla quale un brigadiere. protetto da un costume in ordinanza agli artificieri, è ricurvo ed intento ad armeggiare con un borsone. Quel borsone è stato ritrovato alle 7:30 della stessa mattina durante un’ispezione di servizio. Si, perché quella casa sulla scogliera non è la casa di una persona comune. Quella è la casa di villeggiatura del Giudice Giovanni Falcone.

Palermo. Località Addaura. Lungomare Cristoforo Colombo, N° 2731. L’artificiere fa brillare il borsone. Esplode con una deflagrazione controllata. Un attentato. O forse solo un atto intimidatorio. Le indagini non saranno definitive sull’argomento.

 

L’innesco e l’assemblaggio fanno pensare che la bomba non dovesse esplodere. Già. Ma quale innesco? L’esplosione ha distrutto in mille frammenti quello che doveva essere un ordigno da controllare e studiare nel dettaglio. Troppo tardi. Tutti gli uomini sono ora costretti ad una ricerca complicata dei frammenti sparsi su tutta la scogliera. Alcuni sommozzatori cercano in fondo al mare i resti della bomba utili al vaglio degli inquirenti. L’artificiere che ha “esploso” l’ordigno si chiama Tumino. Troppo frettoloso diranno.

 

Come al solito, diranno qualcosa di accettabile. Diranno che la bomba è stata ritrovata durante l’ispezione. Quando saranno individuati i responsabili materiali dell’attentato, tra i quali Giovambattista Ferrante e Francesco Onorato, diranno che quella mattina, con un gommone, sono arrivati ai piedi della scogliera alcuni uomini dei servizi, avvisando dell’attentato. Diranno cose come questa. Fa una certa differenza, ritrovare per caso una bomba, o essere avvisati della sua presenza. Fa una differenza sostanziale se per giunta stiamo parlando di un attentato ai danni del primo nemico di Cosa nostra.

 

Ma sarà solo la mafia a temere il giudice Falcone.? Insieme a lui nella casa

dell’Addaura ci sono due magistrati svizzeri.

[…] “il Pubblico Ministero Carla DEL PONTE ed il giudice istruttore Carlo LEHMANN, della giurisdizione sottocenerina, entrambi da pochi giorni a Palermo per completare un'attività giudiziaria, in sede di commissione di rogatoria internazionale…”[…]


 

Chiudiamo questa parte con un dettaglio. Una donna presente quel giorno nella villa del giudice, dirà di aver notato tra le persone e gli agenti, uno in particolare che non indossava una divisa e lo ricorda perché il suo volto era segnato in maniera drammatica da cicatrici forse dovute ad una forma violenta di acne.

 

 

5 agosto 1989. Villa Grazia di Carini. N° civico 699.

Una coppia di neo sposi sta entrando dal cancello dell’abitazione. Sono le 19:40. Una moto con a bordo due uomini protetti dal casco si avvicina. Uno di loro estrae una pistola ed esplode colpi all’indirizzo dell’uomo. La donna urla “ stanno ammazzando mio marito”. Viene uccisa anche lei. Lui è Antonino Agostino. Lei Ida Castelluccio.

Antonino è un semplice poliziotto in servizio alle volanti presso il commissariato di San Lorenzo, Palermo. Non si occupa di indagini di mafia. Perché allora. Ci sono come al solito elementi che costruiscono l’idea che non si tratti di un omicidio della criminalità locale. Il giorno dell’attentato, Agostino non doveva essere in quel luogo.

Avrebbe dovuto prestare servizio come sempre. Si era però fatto sostituire per raggiungere i genitori e festeggiare il compleanno della sorella Flora.

 

Il 12 agosto, presso i carabinieri arriverà una strana telefonata indirizzata a Domenico Sica, alto commissario per la lotta alla mafia. La voce riferirà:

“ …non importa chi sono, informate il dottor Sica che ad installare il tritolo, presso la villa

del giudice Falcone, è stato l’agente di polizia assassinato a Villa Grazia di Carini…non è uno scherzo e non cambi telefono…”

 

La telefonata non è inquietante solo per il contenuto. E’ arrivata all’indirizzo di un apparecchio telefonico senza registratore. Chi ha chiamato sa dove chiamare. Intima di non cambiare telefono, sicuramente per impedire di farsi rintracciare e riconoscere.

Nei giorni prima di partire per il viaggio di nozze, Antonino D’Agostino è nervoso e preoccupato. Confida laconicamente ad un collega che sta indagando “su una cosa” e che deve incontrare una persona che viene da Roma.

Durante le ore che seguono l’attentato, tra i rilievi della scientifica e il via vai dei giornalisti, qualcuno consegna al padre della vittima, Vincenzo, il portafogli del figlio.

Come se fosse una scena scritta per un film, l’uomo distrutto dal dolore, lo lancia violentemente contro un muro. Il portafogli si apre esplodendone il contenuto. Tra i documenti da raccogliere si trova anche un foglio nel quale è scritto “ cercate nel mio armadio”.

 

La sorella Flora dirà che la sera stessa accompagnerà alcuni agenti presso la casa di Altofonte e che nell’armadio sarà ritrovata una cartellina contenente strani appunti. Tra questi spunta il nome di una donna. Lia. Alle domande degli agenti, Flora risponde di sapere che quella donna è stata una ex fidanzata del fratello. Non è una ex come altre.

Lia appartiene ad una famiglia di mafiosi.

Al funerale di Antonino e della moglie Ida, ci saranno le alte cariche dello Stato, tra le quali I giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Non è un funerale normale.

Nel luglio dello stesso anno, più o meno il periodo nel quale la coppia era in viaggio di nozze, due uomini in motocicletta si presentano alla porta dell’abitazione dei genitori di Antonino. Chiedono di lui e quando il padre risponde che è via in viaggio, i due fanno per andare. In quel momento vengono ancora trattenuti da Vincenzo che vuole sapere

chi cerca suo figlio. Risponderanno semplicemente che sono poliziotti colleghi. Ma il dettaglio che ci interessa è quello che ha notato Vincenzo. Uno dei due, quello con i capelli lunghi ha il volto segnato da una forma violenta di deformazione epidermica.

Vincenzo la identificherà come le conseguenze di una forma di vaiolo. Lo stesso volto che quella donna vide impressionandosi nelle ore convulse trascorse all’Addaura durante il fallito attentato al giudice.

Chi è allora Antonino Agostino? Cos’altro c’è in quella cartellina ritrovata nel suo armadio. A dire dell’avvocato della famiglia, nulla riguardo quello che secondo Antonino doveva trovarsi. Anche su questi documenti, in perfetto stile giallo, si addensano le nubi. Come abbiamo detto, la ricostruzione della sorella dell’agente, Flora, colloca il ritrovamento della cartellina la sera stessa dell’attentato.

 

Dal verbale

della polizia invece risulterà ritrovata solo tre giorni dopo. Dettagli. Ma sono sempre questi a fare la differenza.

C’è un’altra domanda che dobbiamo farci. Chi è quest’uomo dal volto sfigurato?

Potremmo aprire un’altra storia ma per dovere di sintesi ci basti sapere che si tratta di uno dei protagonisti più importanti e misteriosi dell’intero periodo stragista. Si Chiama Giovanni Aiello. Ha il volto sfregiato da un colpo di fucile. Ufficialmente lascia la polizia nel 1977 per invalidità, dichiarando di non avere più intenzione di tornare in Sicilia. In una perquisizione durante alcune indagini, sono stati ritrovati nella sua casa in Calabria, titoli per l’ammontare di un miliardo ancora di lire in un periodo nel quale c’è già l’euro

corrente. Insieme ai titoli viene rinvenuto un biglietto per una nave con destinazione proprio la Sicilia. Muore sulla spiaggia di Montauro in Calabria il 21 agosto 2017.

 


 

Cambiamo scena.

 

C’è un ragazzo. Un bel ragazzo sportivo appassionato di arti marziali e immersioni. Ama gli animali. Nella sua villetta di Sferracavallo a 12 km da Palermo vive da solo con un cane di nome Chad e una scimmietta. Dopo il servizio di leva svolto nella polizia resta nell’arma come scorta del Quirinale al seguito del presidente Pertini.

Dopo un breve passaggio alla narcotici fa ritorno a Palermo. Trascorre alcuni mesi a interrogarsi cosa fare prima di tentare la carta dell’ingresso nel SISDE. In qualche modo ci riesce e nel tentativo di fare carriera si iscrive all’Università per conseguire la laurea che lo avrebbe aiutato. Il suo nome è Emanuele Piazza.

 

La sera del 17 marzo 1990 il padre Gustavo, avvocato, festeggia il suo compleanno.

A casa tra gli altri è atteso ovviamente il figlio Emanuele. Dopo un eccessivo ritardo la famiglia cerca invano di raggiungerlo al telefono. Preoccupati ormai dalla sua assenza raggiungono l’abitazione del figlio. Quella che appare agli occhi dei famigliari è una scena tranquilla. Troppo tranquilla. La casa è in ordine. Ma sembra abbandonata all’improvviso. Sul fornello c’è uno scolino con la pasta appena cotta. Una scatoletta di cibo per cani aperta pronta da versare ma intatta nel contenuto. Il cane affamato.

Emanuele non c’è. E’ sparito. Non tornerà mai più.

Come è naturale che sia i famigliari danno l’allarme e attraverso gli amici colleghi del figlio cercano di avere informazioni. Le prime indagini nell’arco delle 24 ore si chiudono con un responso tanto banale quanto inquietante. Il commissario D’Aleo del commissariato di Mondello liquida la cosa col solito movente della fuga passionale.

 

Emanuele è scappato probabilmente con una donna.

Prima di continuare dobbiamo soffermarci sul fatto che il movente passionale è sempre invocato nelle circostanze di attentati o sparizioni “pericolose” nel tentativo di screditare la figura della vittima, suggerendo all’opinione pubblica che la conseguenza della sua scomparsa o morte sia da ricercarsi principalmente nelle responsabilità personali a causa di una vita privata, connotata da tinte fosche e frequentazioni equivoche. Come a voler dire che in qualche modo se l’è cercata. Un operazione di delegittimazione morale e professionale.

 

Anche in questa parte della storia non potevano mancare i soliti “documenti ritrovati”.

Nel caso di Emanuele, durante le ricerche nella sua casa di Sferracavallo viene ritrovata una lista contenente una serie di nomi di mafiosi e boss del calibro di Provenzano e Riina. 136 nomi.

In più riprese lo stesso Giovanni Falcone si interessa del caso ma le sue richieste di informazioni si tradurranno sempre in normali relazioni di servizio. Per sette mesi cala il silenzio. Per qualche ragione la polizia ha suggerito al padre Gustavo di mantenere il silenzio sul fatto e di sviare i potenziali curiosi affermando che il figlio è partito per un viaggio. Gustavo Piazza mantiene il patto. Ma accade qualcosa. Un giornalista di Repubblica, Franco Viviano sta portando avanti una sua personale inchiesta sul caso.

 

Quando si mette in contatto con il signor Gustavo sembra essere a conoscenza di molti dettagli. L’avvocato cede alla voglia di sapere e confida le sue informazioni infrangendo l’accordo con la polizia. La notizia arriva ai giornali e perfino in trasmissione “chi l’ha visto” su Rai Tre. Quando i carabinieri chiederanno con non poca sorpresa perché il padre e i famigliari di Emanuele non abbiano mai sporto denuncia, questi risponderà con altrettanta sorpresa che fu subito sporta. Della stessa però presso il comando dell’arma, non vi è traccia e non vi è mai stata. l’insistenza del giudice Falcone si spinge a interrogare gli ufficiali del SISDE a Roma. Il 4 ottobre 1990 il capitano Grignani conferma che Emanuele Piazza era un operatore dei servizi segreti. A dire del capitano però, non era ritenuto uno esperto e affidabile.

 

Era dunque un uomo dei servizi ma in prova. Dal 13 novembre 1989 al 13 febbraio 1990. Fermiamoci un attimo con la storia di Emanuele Piazza e torniamo alla scena dell’attentato fallito presso l’Addaura.

Sono state formulate le solite ipotesi sul perché dell’attentato e la più offensiva di tutte probabilmente è quella che vedrebbe Giovanni Falcone armeggiare con un borsone per fingere lui stesso un attentato ai suoi danni. A quale scopo? Con quello di crearsi il consenso sottrattogli con la mancata nomina al consiglio superiore della magistratura… le solite bugie cattive…le spine di un ambiente ostile. Dalla sentenza del processo a Bruno Contrada 1988 si possono estrarre elementi utili a comprendere la situazione che si sarebbe venuta a creare propedeutica all’attentato.

 

Oliviero Tognoli è un professionista dedito al riciclaggio di denaro sporco che opera soprattutto in Svizzera. Sul suo conto stanno indagando il Giudice Falcone e tra gli altri il magistrato Carla Del Ponte presente alla villa il giorno dell’attentato. Tognoli viene raggiunto da una telefonata che lo informa di un mandato di cattura a suo carico, offrendogli quindi la possibilità di fuggire.

 

La sua fuga dura poco e quando viene arrestato, tra le confessioni spontanee che

rilascia ai poliziotti vi è una che accende il giudice Giovanni Falcone. Tognoli sostiene, parlando con il commissario Gioia ,che la telefonata che ha reso possibile la sua se pur breve latitanza è arrivata da parte di un parigrado dello stesso commissario. Sarà Falcone a suggerire il nome di Bruno Contrada. A questo nome Tognoli confermerà ma senza la volontà di mettere a verbale. Ha paura. Solo l’aiuto del suo avvocato lo convincerà a collaborare. Due mesi dopo, ci sarà l’attentato alla villa del giudice. In quel giorno, i magistrati Del Ponte, Lehmann e il commissario Gioia sono ospiti di Falcone proprio per discutere delle indagini a carico di Tognoli e del traffico di denaro sporco a lui collegato.

 

L’impianto investigativo, proposto e suggerito ai colleghi della procura di Caltanissetta dallo stesso Falcone, si dimostra convincente e a favore della tesi per la quale il movente dell’attentato va certamente individuato nelle indagini che il giudice sta portando avanti. Torniamo alla vicenda di Emanuele Piazza.

Ha un amico Emanuele, un amico particolare. Si chiama Francesco Onorato detto Ciccio ed è un piccolo criminale con qualche trascorso burrascoso e guai con la giustizia.

Tra Emanuele che all’epoca di questi fatti è ufficialmente stato un poliziotto e l’amico criminale c’è una stretta amicizia.

Sotto i nostri occhi è passato un elemento, che come nei migliori gialli abbiamo lasciato scorrere senza rumore. Una lista di nomi di mafiosi e boss di alto livello. Emanuele e Ciccio stanno discutendo della lista perché quella non è solo un elenco. Accanto ad ogni nome c’è una cifra. E’ una lista di taglie. Emanuele suggerisce all’amico di darsi da fare per individuare proprio Totò Riina sul quale c’è una taglia di un miliardo e mezzo.

 

L’idea è quella di consegnarlo alla giustizia e con i soldi rifarsi una vita in Tunisia. Non sa Emanuele, che l’amico non è un semplice delinquente. Francesco è il reggente della famiglia mafiosa di Partanna Mondello. Ha sul suo curriculum numerosi omicidi perché un abile killer. Sarà nel gruppo di fuoco dell’omicidio Lima. Appare evidente a tutti l’approssimazione con la quale Emanuele sta pensando all’eventualità di catturare il boss dei boss.

 

 

continua...

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