Luigi Ilardo. L'occasione "scomparsa". seconda parte.

July 16, 2019

C’è una “spaccatura in Cosa nostra.

 

 

La mattina del 4 febbraio 1994, Luigi Ilardo incontra ancora il colonnello Riccio. C’è una importante informazione, di quelle che aprono scenari impensabili fino a quel momento. All’interno di Cosa nostra, le reticenze e i malcontenti derivanti dalla scellerata gestione Riina, hanno causato una “spaccatura”.

 

Nella relazione del colonnello si legge:

 

[…] è avvenuta una spaccatura all’interno dello “zoccolo duro” delle famiglie palermitane legate ai corleonesi. Provenzano in prima persona con il supporto di Pietro Aglieri e delle altre famiglie palermitane si è schierato contro Leoluca Bagarella , colpevole si seguire ciecamente la politica sanguinaria di RIINA. Strategia che aveva condotto l’organizzazione a compiere anche gli attentati del dr. FALCONE del dr. BORSELLINO su autonoma decisione di RIINA, inasprendo la reazione dello Stato che aveva condotto allo sbando << cosa nostra >> ed al fenomeno del pentitismo.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

 

Dopo il ritorno a Corleone della famiglia di Provenzano, il 6 aprile 1992, si era pensato che il padrino fosse morto. Le dichiarazioni di Ilardo rimettono in discussione le “certezze”, e le ipotesi investigative. L’infiltrato riferisce anche che Provenzano aveva dato precisi ordini di mantenere un basso profilo, attendendo una “situazione politica” più favorevole all’organizzazione.

Quale nuova situazione politica si attendeva lo “zio”?

 

Per verificare le informazioni, Russo viene costretto ad usare un telefono Star Tac, che in realtà è un registratore. Deve quindi infrangere la promessa di riservatezza fatta ad Ilardo. E’ emblematico un episodio.

 

Il colonnello incontra Ilardo e quando questi comincia a parlare si Simone Castello, come del “postino” di Provenzano. Riccio poggia il cellulare sul cruscotto dell’auto. Il telefono si illumina segnalando l’inizio della registrazione. Ilardo ha capito tutto, e mentre osserva con attenzione la campagna circostante, commenta:

 

lo sa che noi, quando facciamo le riunioni, togliamo la batteria? Per sicurezza!

 

Il colonnello è mortificato ma non si scompone. Ilardo parla di lettere che devono essere spedite. Riguardo a queste, sostiene che non possano essere scritte direttamente da Provenzano, dal momento che devono avere un qualche scopo che non sia semplicemente quello di comunicare internamente i desdierata del boss. Non si tratta cioè di “pizzini”.

Castello è un personaggio di spessore dell’entourage di Provenzano. A lui sono affidati incarichi di “corrispondenza” molto delicati. Per queste lettere Castello deve recarsi in Calabria a spedirle.

Per Ilardo sono la prova di un qualche collegamento di macchinazioni rivolte, o a sabotare l’operato dei pentiti, o più direttamente intese a coinvolgere parte della magistratura che non si è ancora piegata sotto le bombe. Per capirsi, stile lettere del “corvo”.

 

Grazie al lavoro di Ilardo l’operazione si trova sotto un impulso che porta alla cattura di numerosi mafiosi dall’altissimo profilo, alcuni dei quali sono:

 

Vincenzo Aiello, Ciro Fisicaro, Giuseppe Nicotra, Vincenzo Scuderi, Giuseppe Barbaglio, Domenico Vaccaro, Lucio Tusa, Salvatore Fragapane, Aurelio Quattroluni, Francesco La Rocca.

 

L’organizzazione criminale vive un momento di forte sbandamento, e nessuno riesce a comprendere il senso di questi arresti. Bisogna considerare, che Cosa nostra, come hanno rivelato molti pentiti, ha sempre avuto informatori puntuali nella polizia e nelle questure. Ogni volta che stava per essere spicccato un mandato di cattura, il latitante ne era informato.

Ora succede che queste informazioni non giungono, e tutto ciò appare come il segnale che esiste una qualche operazione di polizia, della quale Cosa nostra non è informata.

Questo stato di cose mette Ilardo in una difficile situazione, dal momento che la sua condizione di infiltrato lo espone particolarmente. Deve muoversi con cautela senza commettere l’errore di dimostrasi troppo interessato alle cose. Ma è un mafioso nel vero senso della parola e se c’è una cosa che i mafiosi sanno fare bene, è aspettare di sapere senza fare domande.

 

Tragediare

 

A questo punto però serve una manovra che porti dritti al cuore dello “zio”. Occorre trovare un contatto diretto e un motivo per incontrarlo. Non si incontra Provenzano se non è lui a volerlo.

L’occasione arriva con una brutta faccenda legata ad una tangente delle ditta MEGARA, destinata ai catanesi. Si parla di 500.000.000 che non sono mai arrivati. Inoltre, gli arresti compiuti grazie alle informazioni di Ilardo, hanno lasciato un vuoto di comando e molti personaggi si sono eletti spontaneamente alla guida delle famiglie, senza il consenso del padrino. E’ l’occasione per mettere in atto quella antica pratica tutta siciliana che prende il nome di “tragedia”.

Il tragediatore però deve essere cauto e coprirsi bene le spalle. La fine che questi personaggi hanno fatto quando sono stati scoperti, è sempre stata solo una.

 

Il carteggio

 

Il 13 luglio 1994, Ilardo scrive al padrino.

“Carissimo zio è con gioia che ti scrivo queste righe, nella speranza che godi di ottima salute. Oggi ho parlato con M della situazione nostra in generale ed in particolare della questione del Ferro. Come certamente saprai qualcuno ha cercato di mettere in cattiva luce F e noi tutti sarebbe bene che la cosa si chiarisca, anche perché sto ricevendo dai catanesi richieste per recuperare quanto loro dovuto. Altra questione quella che riguarda i riesani che hanno incassato diverse somme di denaro senza dar conto a nessuno […]

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Il meccanismo consiste del consegnare la lettera a Castello che la porterà al padrino. Ora bisogna seguire il “postino” fino alla tana del lupo. L’obiettivo però è altissimo e non bisogna avere fretta in queste circostanze. Ilardo deve incontrare Provenzano e di questo è necessario esserne certi. Il sistema di “consegne” messo a punto dai protettori del padrino, è un complesso processo di cambi di auto, di passaggi di mano, di percorsi densi di deviazioni e la velocità delle auto dei corrieri è sempre molto sostenuta, per assicurarsi di non essere seguite, nel senso che si accorgessero di una auto che mantiene la stessa velocità alle loro spalle, sarebbe il segnale di un pedinamento.

 

C’è bisogno quindi di un “segnalatore” che comunichi i percorsi senza l’impiego di uomini. Riccio si fa consegnare dalla DEA americana con la quale collabora spesso, una cintura che contiene un segnalatore capace di rilevare la posizione.

 

La trappola sta per innescarsi e scatta qualche giorno dopo, quando Provenzano risponde alla lettera.

 

“Mio carissimo G Con Gioia, ho ricevuto il tuo scritto, mi compiaccio tanto, nel sentire, che godeti tutti di Ottima Salute. Lo stesso posso dirti di me […] Mi auguro una sengera, ecorretta collaborazione. Anche sé, abbiamo molte avversità, sia fuori che dentro di noi stessi, cercati di recuperare, il massimo del recuperabile.

Sendi io ascolto tutto quello che tu mi dici, mà non ti posso rispondere con precisione, se non in quello che capisco […] Poi mi parli, che c’è qualcuno che hacercato di mettervi in cattiva luce, con delle falsità, mà ha che cosa ti riferisci, parlando di F e voi tutti, e vuoi che si chiarisca, mà che cosa? Io non mi posso riaccapezzare, e non so, se io ti posso essere di aiuto, mà là dove, tu crede che io ti possa essere di aiuto, ti prego di essere chiaro ha cosa specifica io ti possa aiutare, e s’è nelle mie possibilità ti aiuto,

Per esempio, tu mi parli che, i catanesi ti fanno richiesti di recupero ha quando loro dovuto mà io non so ha quali recuperi ti riferisci fammeli saperi […]

Ora sendo, che per tutte le altri discorsi, tutto sembra andare per il verso giusto, anche sé resta qualche zona d’ombra per quei discorsi che io so, riguardo C Reisani, e Ant. Controllati bene le discorsi, e la situazione tenetela sotto controllo.

Sendi forse sei tu che tramite Gnn mi hai mandato questo discorso, se fosse possibile, fare cedere un lavoro dopo essere stato agiudicato (diga Garcia) in favore di un certo Grego di Gela. Amme mi dispiace non poterti essere di aiuto, e per più ragione, e che principalmente non conosco L’impresa che si è agiudicato il lavoro. Allora G per tutte quelle cose là dove io secondo il tuo parere possa io aiutarti, scusami se ti chiedo la massima chiarezza, ha scanzo di equivoci, e perdita di tempo: dimmi cosa io possa fare per voi tutti è se è nelle mie possibilità sono ha vostra compreta disposizione. Ora ti prego volermi scusare dei miei errore, felicissimo del tuo condatto resto in attesa di tue notizie pregandoti di dare miei Saluti tutti e bacetti ai bambini che ora saranno fatti grandicelli bacetti per bambini e i suoi genitore augurandovi un mondo di bene inviandovi i più cari Aff. Saluti.”

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Nella risposta il padrino si dimostra disponibile e appare come un buon padre di famiglia. Non si espone però, anche se a suo modo e per chi sa leggere tra le righe, ha già dichiarato la sua intenzione di mantenere un contatto diretto con Ilardo. In molti passi della missiva, insiste sulla necessità di essere meglio informato, raccomandandosi precisione delle notizie. E’ il sintomo che l’esca comincia a funzionare e che lo “zio” si fida del “nipote”.

 

Il carteggio entra nel vivo con questo altro scambio di lettere.

 

24 luglio 1994. Ilardo scrive a Provenzno.

 

[…] Caro zio ho letto con interesse la tua lettera mi dispiace di non essere stato chiaro, ma non tutta la colpa è mia, in quanto mi era stato detto che la questione del Ferro tu ne eri al corrente. Da ciò che m dice, la confusione già esistente, anziché diradarsi si infittisce, finendo così di ingarbugliarsi più le cose. Adesso ti spiego ciò che mi è stato detto […] Ora ti chiedo se puoi darmi qualche suggerimento su come fare per uscire da questa confusione e se c’è qualcuno in grado di fare delle delucidazioni e se i soldi effettivamente sono stati dati e in tal caso a chi […] Spero che queste cose possa risolverle tra di noi in modo di portare un po’ di tranquillità nella nostra provincia dopo l’uragano abbattutosi in questi ultimi tempi, scusami se nella mia precedente lettera ti ho accennato dei problemi che mi hai ben detto spetta solo a noi risolvere.

[…] Per il resto, togliendo qualche problema di carattere personale che mi riprometto di parlartene quando ci sarà più calma, in quanto credo che tu potresti aiutarmi. Spero di sistemare le cose insieme […] f/to Gino.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

 

Con questa lettera Ilardo rimandando al “momento in cui ci sarà più calma”, apre lo spiraglio di un incontro risolutore con Provenzano.

La risposta del capo di Cosa nostra è quella sperata. Inoltre rappresenta un’investitura di carattere ufficiale, completa di codici comportamentali. “Gino” è entrato nelle grazie di Provenzano che ora lo addestra al ruolo di mediatore e ambasciatore.

 

[…] Mio carissmo, ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto, nel sapervi di Ottima Salute, Lo stesso posso dirti di me. Mio caro, mi dici che sei dispiaciuto per non, tu non essere sta chiaro: non ci penzare, lo sa tu e lo sòo io che la colpa, non è né tua, né mia. Ma io ti chiedo, se lo puoi, perdonami, della mia puntualizazione, considerato, che i discorsi possono essere più di uno. E racconti distolti, che possono portre più confusione, che giustificazione.

[…] Ora sendo quando ti ha detto F e devo purtroppo dirti, si èevero, che io sono ha conoscenza, ma nò, che io, ne faccio parte delle responsabilità, e lui da me, è stato informato, fino ha dato punto […] Sendi io conosco poco, sia atte, che a mm, amme mi sembra che mm è una brava persona, e forse molto semplice, e umpò inespriende della malvagia vita di fra noi, e à bisogno che uno lo guida è bene, e può andare avande: di te mi perdonerai, ti ho visto solo una volta, e non posso dirti niente, solo di prego di essere calmo, e retto, corretto e coerente, sappia sfruttare l’esperienza delle sofferenze sofferti, non screditare tutto quello che ti dicono, e nemmeno credere ha tutto quello che ti dicono, cerca sempre la verità prima di parlare, e rigordati che non basta mai avere una sola prova per affrontare un ragionamento per esserni certo in un ragionamento occorrono tre prove, e correttezza, e coerenza. Mi fa piacere sendire alcune tuoi parole, in pase alla saggezza che ci volessi, e che purtroppo non c’è. […] mà mi puoi perdonare se ti cito una massima? Che dici (Che bene, sta attento, al nemico suo, e alle azione sue no ha bisogno di avviso altrui) è un buo proverbio. Mio caro continuere ancora, se non fosse impedito di altri impegni, e devo concludere, chiedendoti perdono, sia delle miei errore, e sia perché non rispondesse ha tutto quello che ti agrada, comunque, sappia, che là dove ti posso essere utile, con il volere di Dio sono ha tua completa addisposizione, mà sappia pure che detesto le confusione, e quindi avendo le cose dette chiari in modo che io possa capirle, se è nelle miei possibilità sono felice di poter essere utile.

[…] io con il volere di Dio voglio essere un servitore, caomandatemi, e sé possibile con calma e riservatezza vediamo di andare avandi e spero tando, per voi nella vostra collaborazione tra tu, e mm. Smetto con la macchina, mà non con il cuore, inviandovi i più cari Aff. Saluti per tutti.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

 

Ora Ilardo ha la fiducia di Provenzano che dispensa consigli e si dimostra agli antipodi rispetto a Riina. Il boss vuole essere una guida spirituale e un collettore di virtù. Vuole dimostrarsi disponibile ad ascoltare i “figli” e per loro si mette al servizio. E’ uno stile nuovo ma antico quello del padrino. Quel vecchio modo di fare mafia che insieme impone rispetto ma diffonde la “democrazia della Cosa nostra”, con un capo che non governa come un dittatore, ma al servizio del mantenimento della pace e degli interessi di tutti.

Allo stesso tempo, non si tratta di una disponibilità anche a farsi contraddire. E’ ovvio. Sebbene nelle lettere non perda occasione di “chiedere scusa”, sembrando quasi inopportuno nel domandare un favore, la realtà è bene diversa. E’ solo l’apparenza del linguaggio usato a farlo apparire mite e servizievole. Il padrino, “lo zio” , mantiene tutta l’autorità del capo della mafia, e i suoi inviti, sono “ordini”.

 

Non si affida un compito in Cosa nostra se non si è certi che l’incaricato lo porterà a termine. Non si assume una responsabilità se non la si può sostenere. Non ci sono test in Cosa nostra.

Ricevere un incarico, quindi, implicitamente, significa riconoscere nel mandatario la “professionalità mafiosa” necessaria per l’ottenimento del risultato, che può essere solo uno. Se poi l’incarico viene direttamente dal capo della mafia, dal padrino Provenzano, non vi è dubbio che significhi o meglio, sia il conferimento di una laurea, e che con questa giunga anche l’investitura a uomo di fiducia e quindi l’obbligo di infallibilità assoluta.

 

L’incarico assegnato ad Ilardo prevede quanto indicato nella missiva di Provenzano.

 

[...]Carissimo, con l’augurio che la presente vi trova di Ottima Salute. Come posso assicurarvi di me. Senti scusami se insisto con questi raccomandazzione, mà come tu sai io cerco di servire.

 

Insieme a queste brevi parole, incluso si trova un messaggio:

 

“Ditta Aiello: deve fare lavoro

strada interpoderale a Buduello

Lago di Pergusa ENNA

Ditta Aiello: deve fare lavoro

Strada interpoderale al Bivio

Catena Piazza Armerina”

 

Non si tratta come si può notare di consigli e suggerimenti. E’ un preciso ordine di servizio. Non è in discussione la bontà della scelta, e non ci sono richieste di accoglienza dell’incarico. Ufficialmente, Ilardo è un ambasciatore del padrino. Insieme a questo viene autorizzato a tenere i rapporti e le comunicazioni tra i Madonia e Provenzano.

 

 

Arriva l’autunno.

 

Con la stagione fredda, cambia anche il clima all’interno dell’Operazione Oriente. La DIA e De Gennaro lasciano il coordinamento al gruppo operativo del ROS e alla guida infelice di Subranni e Mori. A quanto già detto riguardo l’operato del reparto dei carabinieri ( chiamati qui in causa, per i quali si deve usare comunque tutto il rispetto dovuto a quanti invece adempiono al loro dovere ) , si aggiunge la sfiducia manifestata da Ilardo nel Procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Di lui si dirà in altre circostanze. Il supporto puntuale sempre disponibile di De Gennaro lascia il posto a confuse e non meglio precisate necessità di servizio e una già manifesta superficialità nella gestione delle informazioni. Sono le parole di Riccio a confermarlo.

 

“Io ero pronto a far venire la mia squadra da Genova, piazzare il segnale che avevo usato a Bagheria nella cinta di Ilardo e aspettare che mi arrivasse il segnale per arrestare Provenzano. Ho detto a Mori che la strumentazione l’avrei ottenuta dai colleghi dell’Antidroga americana, com’era già avvenuto per le indagini su Bagheria, e che volevo informare la Procura di Palermo di quanto stava per avvenire. Mori però fu irremovibile: mi disse di non chiamare gli americani per il segnalatore e di non avvertire i magistrati. Replicai: datemi voi allora la strumentazione per poter seguire Ilardo. Mi fu detto che non ne avevano. << Tu di’ a Ilardo di creare i presupposti per un secondo incontro, di acquisire tutti i dati possibili>>, perché poi li avrebbero sviluppati loro e avrebbero arrestato Provenzano nei giorni a seguire. Ecco cosa mi venne detto.”

 

Nelle deposizioni nelle quali Mori sostiene la sua linea di condotta, si leggono affermazioni che già dalle lettura per altro sintetica (non certo faziosa) di quanto finora scritto, si possono certo cogliere contraddittorie e distorsive. (nda)

 

[…] Ma adesso non ricordo, nel senso che tenga presente che io non vivevo solo delle vicende del colonnello Riccio o di quelle di Palermo, io ero responsabile operativo di una struttura, quella del ROS, che è a livello nazionale, quindi avevo una serie di problematiche. Proprio per questo io avevo delegato alla fattispecie investigativa due ufficiali di cui mi fidavo e che potevano seguire con attenzione tutto lo sviluppo dell’indagine e mi fu detto che Ilardo aveva dato delle notizie così...né probabilmente le ho chieste nemmeno io di sapere di più perché non mi compete...non era il mio livello di competenza.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Non sembrerebbe di sua competenza, seguire da vicino un’operazione che potrebbe portare alla cattura del latitante più ricercato, il capo della mafia. Ha altri impegni. E non ha chiesto informazioni.

 

Ancora si esprime così Mori

 

[…] Io a Riccio l’ho sempre sollecitato di concludere la vicenda con una riserva mentale che ho sempre avuto, io non credevo che Ilardo ci avrebbe portato a Provenzano ma questi sono fatti che si possono...adesso è facile dirlo, quindi io mi sono attenuto a quello che mi diceva, ho messo a disposizione gli ufficiali e dei funzionari perché sviluppassero l’attività investigativa e basta e aspettavo.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Lui aspettava e non credeva che Ilardo potesse condurli da Provenzano, ma tanto per non “passare per quello che getta sfiducia nel gruppo”, ha messo a disposizione alcuni uomini, e aspettava…

 

In un’altra dichiarazione poi si contraddice, tentando anche di far passare Riccio per quello che non voleva intervenire, mentre lui sarebbe stato dell’avviso di compiere il blitz il prima possibile.

 

[…] Tutto sommato noi ci rassegnammo, tra virgolette, a questo tipo di soluzione perché eravamo convinti, in effetti, che ci fossero ulteriori incontri, personalmente quando ci sono questi grossi latitanti è meglio intervenire subito, a mio avviso, ma questo è il senno di poi...perché se [Riccio] ce lo avesse chiesto ben volentieri l’avremmo fatto...Noi eravamo per l’intervento, ma chi aveva la sensazione immediata della cosa, perché conosceva il soggetto, sapeva le sue potenzialità, sapeva la sua psicologia, era solo Riccio, certamente non noi.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Non crede che Ilardo possa consegnare ai carabinieri Provenzano, ma è dell’avviso che bisogna intervenire. Per catturarlo poi in che modo, se Ilardo avesse fallito o addirittura era probabile fallisse!? Non fu Riccio a chiedere la strumentazione necessaria per collocare Ilardo nell’incontro con Provenzano e rintracciandolo, intervenire per catturarlo? Se c’è una persona che ha parlato di “raccogliere dati e procedere in un secondo momento”, quello è Mori, come abbiamo visto. Ma se non bastassero queste contraddizioni, ci venga in soccorso l’ennesima dichiarazione di Riccio nelle sue note riportate in agenda.

 

[…] Ambiente non molto unito. […] riunione con Mori e i suoi per Oriente, come intervento e mezzi tecnici non mi sembrano professionali, anzi! Ma non vogliono richiedere aiuto. Vogliono che Oriente si penta, come sempre vogliono solo prendere e lasciare agli altri la incombenze...la musica non è cambiata, vogliono che Utlimo lo prenda tranne che non ci sia qualcosa sotto.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

E’ scettico Riccio sulle professionalità del reparto e intravede situazioni già tristemente note, come la mancata perquisizione del covo di Riina sempre ad opera di Mori e Ultimo (Sergio De Caprio) Nei giorni a seguire si susseguono balletti ridicoli di portata comica e irreale. Gli uomini del ROS dopo essere stati più volte accompagnati in sopralluoghi presso l’area di Mezzojuso, dove avverrebbe l’incontro, da soli si perdono e sono costretti a richiedere l’intervento di Riccio che si ritrova a “rifare la strada”. Perfino Ilardo commenta così:

 

ma come, lei e io a questa benedetta casupola ci arriviamo in un attimo...non è che questi sbagliano provincia?

 

Provenzano non si tocca

 

 

La mattina del 30 ottobre, qualche giorno prima dei fatti poc’anzi esposti, Ilardo riceve l’informazione che sarà condotto alla presenza di Provenzano . Il RE è sotto scacco! La trappola è scattata. La fiducia che Provenzano ha riposto in Ilardo sarà la sua condanna. Gino è contento ed eccitato, sebbene dimostri sicurezza e determinatezza nell’andare in fondo alla partita. Quello che segue è il triste ripetersi di circostanze nelle quali sembra che si faccia di tutto anche a sforzo di dinamiche incomprensibili in contrasto con il semplice buon senso.

 

Ilardo è dal padrino. Le auto dei mafiosi che numerose lo scortano, sono parcheggiate fuori dalla masseria . Tutto attorno all’area c’è il cordone del nucleo di intervento dei carabinieri. Si osserva seguendo le disposizioni. Si continua ad osservare mentre dentro possiamo immaginare l’ansia crescente di Ilardo, faccia a faccia con il capo della mafia.

Ilardo lo osserva e probabilmente non può fare diversamente. Se che si parla con lo “zio”, lo si deve guardare negli occhi. Aspetta da un momento all’altro quel rumore di porte che si spalancano e le magiche parole: “Signor Provenzano la dichiaro in arresto...” o qualcosa di ugualmente scenico. Qualcosa che suoni come il segnale della vittoria. Il suono della libertà.

 

Nulla di tutto questo. Si continua ad osservare. E si continuerà a farlo anche quando la riunione sarà finita, e le auto ripartiranno dalla masseria portando via l’irripetibile occasione di mettere fine alla latitanza del numero uno di Cosa nostra.

 

 

“Non intervenite!” Questo è il comando.

Quando anche L’ufficiale Mauro Obinu, collaboratore di Mori, sarà chiamato a deporre sulla mancata cattura dirà:

 

[…] Noi abbiamo localizzato il casale [ dove Ilardo ha incontrato Provenzano] ma va considerata la difficoltà tecnica di entrare, in quel posto, in quanto era costantemente occupato da pastori, da mucche e da pecore.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Credo che sia quanto meno sconcertante che un ufficiale del ROS dichiari che il nucleo operativo più specializzato in Italia per le azioni sul campo, si sia fermato davanti a pastori, mucche e pecore!

(nda)

 

Riccio riferirà della cosa al Procuratore Caselli e al Giudice Pignatone. Quest’ultimo ha sempre smentito di aver appreso dell’incontro tra Ilardo e Provenzano il 31 ottobre presso la masseria di Mezzojuso.

 

La triste conclusione.

 

Se tre indizi fanno una prova, allora mettendo insieme, la mancata perquisizione del covo di Riina, la mancata cattura di Nitto Santapaola (dovuta ad un errore di numero civico, che ha visto gli uomini in tenuta da irruzione, del ROS, entrare armi in pugno nell’appartamento del signor Fortunato Imbesi, scambiato per Pietro Aglieri, concedendo nello stesso frangente al latitante che dimorava qualche centinaio di metri più in là, di fuggire indisturbato), la mancata cattura di Bernardo Provenzano, il quadro della situazione non appare di difficile lettura.

 

I soliti errori di valutazione, gli uomini del ROS che con tutte le indicazioni continuano a sbagliare luogo dell’incontro, le informazioni confuse e un coordinamento degno più che altro del consiglio di studenti di un liceo.

 

E così, per ben tre volte, Mori e compagni, non si può negare (la sentenza non lo nega) hanno finito con il loro operato, col favorire Cosa nostra. E non è certo dovuto a ragioni di una qualche “forza di volontà estranea”! Illustri accademici come il Professor Fiandaca, condannano vivamente questa ipotesi. Non si può parlare di “collusione dello Stato”. Semplicemente accade!

 

Accade ai migliori uomini che l’Italia disponga. Accade di sbagliare. E accade anche che sia sempre lo Stato a pagare. Ma certo! Lo Stato siamo noi!

 

E in qualità di Stato dobbiamo prendere per buone le intenzioni, mai i fatti e le conseguenze di questi. Meglio lasciarli fuori dalle considerazioni. Ci bastino le intenzioni.

 

Come quella del Procuratore di Caltanissetta Tinebra, che doveva essere, come si dice, delle migliori, quando “si lasciò” sfuggire l’informazione che da lì a poco Luigi Ilardo sarebbe divenuto un collaboratore di giustizia, un pentito a tutti gli effetti.

 

Gino quindi è a Catania. Sta spiegando alla famiglia che uomo diverso desidera essere, e come abbia tentato di diventarlo. Ha bisogno del sostegno di tutti Ilardo. Quello di Riccio lo ha sempre avuto. Quello dello Stato che doveva proteggere e approfittare della prima e forse unica anomalia mafiosa della storia, è venuto meno.

 

 

Ilardo sarà ucciso proprio a Catania la sera del 10 maggio 1996, in via Quintino Sella. I giornali diedero la notizia come di un normale regolamento di conti tra bande. Di normale, Gino, non ebbe mai nulla. Di normale in questo Paese, non ci sono neppure i funerali ormai. Di normale, c’è l’abitudine a dirsi che tanto, “si sa come stanno le cose”.

 

Le cose stanno così. Quanto raccontato non è un “montaggio” ad arte costruito con estratti fuori contesto delle dichiarazioni, per far apparire necessariamente Mori il cattivo. Non è Mori il cattivo. Lui esegue solo gli ordini! (nda)

 

E siamo tornati su quella soglia di casa del colonnello Riccio. Con la porta aperta, il suono alto della televisione, e il volto addolorato della moglie che sa di stare per comunicare una notizia, al marito, come si comunica la triste e definitiva notizia di un lutto.

 

“Hanno ammazzato Gino!”

 

Gino non è morto. E’ stato ammazzato. Poi si saprà da chi, e come. Poi si sapranno i nomi. Quelli che certamente si possono sapere. Quelli che dovremmo conoscere si possono solo intuire. E con loro si intuisce che se la legge non riesce a trovare la “prova” della colpevolezza, la coscienza non ha bisogno di processi, e la logica si può discutere ma non dichiarare “inammissibile”, se per ora, quello che manca non è una colpa, ma la “prova” che questa sia la conseguenza di una minaccia contro la legalità e contro lo Stato.

 

Il giorno dopo la notizia dell’agguato subito da Ilardo, Riccio è sconvolto e affranto. E’ intenzionato a denunciare i fatti e a trascinare in giudizio Mori e quanti si sono resi complici di quell’atteggiamento “opaco” rilevato anche dalla sentenza riguardo il processo sulla Trattativa.

 

Tinebra, quel Procuratore che si lasciò sfuggire la notizia della futura collaborazione di Ilardo, incontrando Riccio, commentò

 

“povero Riccio! Ti hanno ammazzato il confidente!”

 

 

 

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