Luigi Ilardo. Il mafioso "infiltrato" che stava per consegnare il "re". Prima parte.

July 15, 2019

 

10 marzo 1996. sera.

Il colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, sta rientrando in casa. E’ stata una giornata difficile, in un periodo difficile. Si sta occupando di una faccenda molto delicata, che vede implicate strane correnti di interessi di uno Stato mai limpido nei suoi intenti, colleghi al servizio di contingenze e convergenze che in quelle ore appaiono evidenti e sconcertanti. E’ giunto sul pianerottolo dell’ingresso mentre nota la porta di casa semi aperta. Dall’interno i suoni della televisione, concitati, allarmistici, un tg. Entra in casa e la moglie, davanti alla tv ha solo la forza di riferirgli :” hanno ammazzato Gino”

 

Un uomo anziano, alla macchina da scrivere. Una vecchia macchina. L’uomo appare molto stanco e sofferente. Abita una stanza scarna in una masseria nell’entroterra palermitano. Batte sui tasti con la lentezza di chi non conosce neppure correttamente l’italiano. E’ una seconda elementare.

 

“Mio carissimo, ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto, nel sapervi di Ottima Salute. Lo stesso posso dirti di me. Mio caro, mi dici che sei dispiaciuto per non, tu non essere sta chiaro: non ci penzare, lo sa tu, e lo sòo, pure io che la colpa, non è nè tua, nè mia. Mà io ti chiedo, se lo puoi, perdonami, della mia puntualizazione, considerato, che i discorsi possono essere più di uno. E racconti distolti, che possono portre più confusione, che giustificazione.”

 

Mi piace cominciare così i racconti, “in media res”. Perché viviamo tutti, altro, quando le cose accadono, e del resto, lo disse anche Lennon “la vita è quello che ti accade mentre fai progetti per il futuro”. Per il suo futuro “Gino” aveva progetti precisi.

 

“Mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”.

Comincia così il libro di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci. Da quel libro ho mosso verso la comprensione di un fatto che ha dell’incredibile, come del resto tutti i fatti che parlano di mafia e Stato. Il binomio, è esso stesso impossibile e incredibile, anche se oggi, ci sono ancora illustri accademici e studiosi che dichiarano sia ridicolo parlare di mafia e Stato come un connubio solidale.

 

Luigi Ilardo.

 

Nato il 13 marzo 1951, mafioso, cugino del noto Giuseppe Madonia detto Piddu. Nel settembre del 1993 è detenuto presso il carcere di Lecce. Ha moglie e due figlie. Contrariamente alle “buone regole” di Cosa nostra, Luigi Ilardo (Gino), ha anche una relazione extraconiugale. Una compagna alla quale è molto legato. Indicato da un collaboratore di giustizia, Nino Calderone, viene accusato dal Pool Antimafia di essere un uomo d’onore di Cosa nostra.

Gino, è un mafioso per generazione. Sebbene sia catanese, appartiene alla famiglia dei Madonia di Caltanissetta. Sono una famiglia molto potente, alleata dei Corleonesi fin dai tempi di Liggio (Luciano Leggio). Al vertice dei Madonia c’è Giuseppe detto Piddu.

La famiglia ha forti legami con la borghesia imprenditoriale e agganci con la magistratura. Piddu Madonia viene accusato di essere l’esecutore delle stragi del “92 e “93 e si trova in regime di 41 bis. Vita dura per Piddu, abituato comandare e possedere ogni cosa.

 

Il padre di Luigi Ilardo è un mafioso legato alla massoneria e più volte sprona il figlio a farvi parte, ma Gino ha un debole per lo zio Ciccio, Madonia. Un boss vecchia scuola, temuto, rispettato e generoso.

 

Nella vita di Luigi Ilardo c’è anche lo studio. Si iscrive presso l’Università di Messina, mentre comincia a lavorare a diverse rapine con Pietro Rampulla, un extraparlamentare di destra, che avrebbe partecipato alla Strage di Capaci, preparando il tritolo nel cunicolo dell’autostrada. Insieme a loro c’è anche Minuccio Turro, anch’egli extraparlamentare di destra ed esperto in esplosivi.

 

Gino non ha mai commesso un omicidio. Non ne ha avuto l’occasione e mantiene ancora un sentimento avverso alla gratuità di alcuni delitti, dei quali negli ultimi tempi sembri abusare l’organizzazione Cosa nostra.

Quando assisterà alle stragi, ne resterà colpito e non riconoscerà, come molti altri, la mano della mafia, o almeno non solo quella. Quello che accade con Capaci e D’Amelio, e con le stragi a Milano, Roma e Firenze, confonde molti uomini d’onore che sono certi, che in quelle operazioni “terroristiche” ci siano altri protagonisti che muovono interessi molto alti.

 

Sa bene Gino che lo Stato, almeno una parte, ha sempre usato la mafia come una agenzia che fa bene il suo lavoro nella più totale riservatezza. Sua sorella era fidanzata con un suo amico, Gianni Chisena. Apparentemente un uomo del Ministero dell’Interno, dato che portava con sé il tesserino blu del suddetto ministero, ma usava anche incontrare molto spesso, esponenti eccellenti della cupola mafiosa.

 

Ilardo pensa e ripensa. La vita che aveva immaginato in Cosa nostra e i motivi per i quali vi era entrato è evidente siano solo un lontano passato. Il presente e il futuro sono fatti di violenza senza quartiere e smania e ossessione di potere. Non è questa la sua mafia...quello dello zio Ciccio. Pensa a come potrebbe essere divenire collaboratore di giustizia, a che vita avrebbe fatto e cosa avrebbero pensato di lui i famigliari, la moglie e le figlie…

 

 

Michele Riccio.

 

Riccio è un colonnello dell’Arma dei Carabinieri. Comanda la direzione investigativa antimafia di Genova. Ha lavorato col Generale Dalla Chiesa nel suo pool, conducendo indagini delicate su massoneria e politica.

Dal Generale, Riccio apprende che lo Stato, non è sempre dalla parte giusta, o una parte di esso non è mai veramente “Stato”. Queste nebbie aveva imparato a conoscerle, e quando il suo maestro e mentore morirà nel 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e la scorta Domenico Russo, nell’attentato di Via Carini, il colonnello riconoscerà in quel delitto, la mano silenziosa di ombre lunghe. Ma è uno che lavora Riccio.

E il giorno che per la prima volta legge di Ilardo, e tiene fra le mani il suo fascicolo, è perché un avvocato di Lecce ha riferito che il detenuto si è reso disponibile e “riconoscere gli uomini della mafia”, che hanno messo le bombe nelle stragi del “93.

Ne conosce i volti. Una bella occasione anche perché il fascicolo arriva dalle mani di De Gennaro. Capo della DIA, ha lavorato con Giovanni Falcone ed insieme a lui è l’autore della “conversione” di Tommaso Buscetta.

De Gennaro è un uomo duro dalla faccia dura. E’ un poliziotto di quelli veri. Quando incontra Riccio per discutere della situazione di Ilardo, sarà come al suo solito pronto a sostenere le operazioni, anche attraverso eventuali infiltrazioni.

E’ un uomo d’azione che ha capito quello che Falcone ripeteva di continuo “ se si vuole davvero combattere la mafia, bisogna accorciare i tempi tra il dire e il fare”.

 

Operazione infiltrato

 

L’idea è di quelle folli, ma è anche l’unica possibile in un momento nel quale le indagini ordinarie non aiutano la ricerca e la cattura dei latitanti. Nel 1992 la politica italiana e l’intero sistema repubblicano è caduto sotto i colpi delle inchieste di Tangentopoli. Capaci e Via D’Amelio hanno lasciato l’intero Paese in un senso di angoscia e incredulità che solo le stragi nel continente avrebbero rilanciato in uno scenario che non ha nulla in meno, rispetto agli anni del terrorismo. Ed è proprio con lo strumento dell’infiltrato che si deve procedere dunque.

Ma infiltrare un uomo in cosa nostra non è praticamente possibile. Occorre che impari le sottigliezze di un linguaggio fatto di “non parole” e “non gesti”, di ammiccamenti e leggere inflessioni e intonazioni che dicono molto più delle parole. Occorre conoscere il territorio e le sue pieghe. E’ una operazione impossibile. A meno di non avere per la prima volta nella storia della lotta alla mafia, un “mafioso infiltrato”.

       Luigi Ilardo è perfetto. Generazioni di mafiosi, cugino di Piddu Madonia. “Gino non è mai entrato nella mafia. C’è sempre stato”. Verso la fine di settembre 1993, Il colonnello Riccio con il pari grado colonnello Domenico Di Petrillo, visitano il carcere di Lecce. Sono in borghese e si spacciano per avvocati in visita presso i propri clienti. In una sala per i colloqui, Riccio incontra Ilardo. Alto quasi un metro e novanta, dai forti bicipiti scolpiti, Ilardo è il mafioso che uno si aspetta di incontrare. Diffidente, parla più per gesti che per parole. Le sue occhiate, le sue leggere pause, sono un codice che indica la sua perfetta provenienza e il suo altissimo potenziale.

 

       Sono molte le cose che bisogna mettere a punto prima che “Gino” cominci la sua nuova vita da infiltrato. Fra tutte il suo trasferimento presso il carcere di La Spezia. Poi ci sono da verificare le reali intenzioni di Ilardo. Perché non ha preferito “buttarsi pentito”? La risposta a questa domanda la fornisce lo stesso Ilardo.

Vuole operare concretamente per ottenere un risultato eclatante. Vuole contribuire a smantellare dall’interno, quella “cosa” che ormai non è più “Cosa nostra”. La sua collaborazione in effetti è una anomalia nel sistema dei pentiti. Di solito si assiste o a una disponibilità a collaborare perché si teme per la propria vita, o perché si comprende che il vento del cambiamento in Cosa nostra porterebbe comunque a rischi per i quali, conviene anticipare i tempi e collaborando, garantirsi sconti di pena e possibilmente una nuova vita per gli stessi famigliari.

Ilardo non contempla per ora nessuna di queste ipotesi.

 

     Lui rientrerà in Cosa nostra e deve farlo da capo, da protagonista, ricostituendo una rete di persone utili alle attività criminali, che però non possono essere il racket e il traffico di stupefacenti, attività troppo rischiose perché attraggono l’interesse delle forze dell’ordine. Deve far vedere che i soldi non gli mancano, dal momento che un uomo d’onore che si rispetti, deve avere un giro d’affari solido.

Tutto da rifare, senza tradire l’obiettivo.

      Tradire è una parola che tutti i mafiosi conoscono bene, è sinonimo di condanna a morte. Il prezzo più alto per la colpa più grave. Ilardo non ha solo intenzione di tradire, non rinnegherà semplicemente il passato, se stesso e la mafia, ma vuole puntare al cuore dell’organizzazione. L’uomo da tradire è il Re. Bernardo Provenzano.

 

Modus operandi

 

Il 17 gennaio 1994, fra le campagne della piana di Catania, il colonnello Riccio incontra Luigi Ilardo, per la prima volta nella veste di infiltrato. Gino riporta tutto a memoria e pretende che anche Riccio faccia lo stesso. Niente registrazioni, niente appunti. Non bisogna lasciare tracce. Bisogna tenere a mente, che la partita contro Cosa nostra , si gioca contro un avversario che ha un mazzo di carte truccato.

Gli efficientissimi informatori della mafia, potrebbero essere ovunque, e la posto in gioco è, o la cattura di Provenzano, o la vita di Ilardo. Qualche ora dopo, Riccio, comunque, redigerà il suo primo verbale, con le prime informazioni.

 

 

( Cosa che non ha mai fatto Mario Mori nei suoi colloqui con Vito Ciancimino)

 

[...]

Oggetto: Fonte Oriente

La fonte nell’incontrarsi con alcuni esponenti della “famiglia “ MADONIA, era venuta a conoscenza del grave senso di malcontento esistente in seno alle famiglie siciliane nei confronti dei << Corleonesi>>. Tale dissenso era dovuto alla feroce politica adottata dai <<Corleonesi>> (vedasi il verificarsi delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio in Palermo) che avevano ulteriormente determinato la reazione degli organi dello Stato con l’arresto di moltissimi loro affiliati ed il sequestro e la conquista dei loro patrimoni. Questo malcontento era maturato in misura ancora maggiore all’interno delle carceri, ove tantissimi affiliati affermavano di essere stati ormai dimenticati e non più sostenuti dalle loro organizzazioni per cui si temevano ulteriori pentimenti. A fronte di queste considerazioni, cominciava a prendere corpo la volontà di proporre un incontro ai massimi vertici di tutte le “famiglie” siciliane con i <<Corleonesi>> per affrontare il “problema” prima che nascesse una nuova guerra di mafia. […] Quali artificieri ed esperti in congegni esplosivi confermava il ruolo avuto nelle stragi di: Pietro RAMPULLA, che aveva avuto, in passato, legami con gli <<ambienti della destra extraparlamentare>>; Pitrino BALSAMO, originario di Mazzarino o San Cono, che era una persona a cui mancano alcune dita di una mano; entrambi utilizzati, nel passato, proprio per queste capacità anche dallo stesso Piddu MADONIA.

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

 

Non sono le uniche informazioni delle quali Riccio viene in possesso. Alcuni sottufficiali dell’Arma dei Carabinieri in servizio presso Barcellona Pozzo Di Gotto (Messina), risultano collusi con la mafia. Si sono resi favoreggiatori di personaggi come Nitto Santapaola, in questioni riguardanti l’utilizzo di alcuni terreni sui quali sarebbe dovuta passare la ferrovia Messina – Palermo.

 

Al rientro di Ilardo in Cosa nostra, c’è un vuoto di potere lasciato da Piddu Madonia che si trova in regime di 41bis. Molti esponenti di spicco vedono una naturale successione in Ilardo. Questa posizione però esporrebbe l’infiltrato a pressioni troppo grandi anche nel caso in cui, si trovasse costretto in qualità di “capo”, a decidere per un omicidio. Questo, Ilardo, proprio non vuole neppure considerarlo.

C’è un occasione importante nella quale “Gino” incontra un potente uomo d’onore della Sicilia orientale. In quella circostanza il boss conferma che gran parte degli uomini d’onore sono scettici sull’operato di Riina, riguardo agli effetti derivanti dalle sue azioni stragiste. E’ raro sentire un uomo d’onore mettere in discussione le strategie della cupola e dei capi. In una condizione normale, quel mafioso, sarebbe un mafioso morto.

 

chi te lo ha fatto fare a uscire! Qui solo cose tinte ci sono! Per vivere bene Gino, bisogna dimenticarsi di tutto e di tutti. Poi finisce che macari l’autri si dimenticano di noi, e così si va avanti. Ma minchia, dico io, così manco le bestie ragionano. E noi come bestie ci stiamo comportando, senza manco capirci niente

 

[ Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci. Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato. Milano, Chiarelettere prima edizione 2010 ]

 

Quando parliamo di “trattativa”, la presunta conseguenza che la stessa ha avuto nell’accelerazione dell’esecuzione del Giudice Borsellino, ne ha fatto il polo dell’attenzione mediatica, e con essa si è letta come il rilancio delle strategie del terrore di Cosa nostra nelle stragi di Milano, Roma, Firenze del “93.

Ma per i magistrati e per il senso della “storia”, il caso Ilardo rappresenta un perno fondamentale della trattativa, manifestando chiaramente una “disattenzione” tutta funzionale, in occasione della mancata cattura di Bernardo Provenzano.

 

 

Dimostra almeno su base logica, (poi le pieghe della sentenza renderanno lo scenario logico più credibile dal punto di vista giuridico) che deve esistere un “movente”. In molte occasioni Mario Mori, che all’epoca dei fatti era subentrato nell’operazione a De Gennaro, spiega che in passato, si era comportato, seguendo le tecniche apprese dal Generale Dalla Chiesa, cioè quelle di “osservare e seguire” per giungere ad un bottino più grosso, anche a rischio di lasciare in giro pericolosi criminali.

Se così fosse anche nel caso descritto, si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di aver lasciato fuggire il latitante più importante in Italia e nella storia della criminalità Italiana. Non c’erano pesci più grossi da catturare! Grazie a quell’errore, Provenzano continuerà a governare per altri 11 anni.

 

A tal riguardo le motivazioni della sentenza di primo grado sul processo “trattativa Stato mafia” così si esprimono;

 

[…] Ancora più netto, sul punto, è il giudizio espresso dalla Corte di Appello con la sentenza del 19 maggio 2016. In tale sentenza, innanzitutto, viene complessivamente definito “opaco” l’operato del ROS dell’epoca (dalla perquisizione del covo di Riina del gennaio 1993 sino all’episodio oggetto di quel processo relativo alla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nell’ottobre 1995, passando per la mancata cattura di Benedetto Santapaola nell’aprile 1993 di cui si dirà nel Capitolo La Corte di Appello), in proposito, peraltro, ha espressamente confutato la tesi difensiva dell’imputato Mori sulla insussistenza della condotta materiale.

Per l’effetto, la Corte di Appello ha respinto la richiesta della difesa di assoluzione per insussistenza dei fatti contestati.

Ed allora, la Corte di Appello di Palermo, conformemente, peraltro, alla pronunzia di primo grado, ha ritenuto di giungere all’esclusione dell’elemento psicologico del reato, soltanto per l’assenza di prove univocamente idonee a dimostrare in termini di certezza che gli imputati avessero voluto favorire la latitanza di Provenzano. […]

 

[ Marco Lilli e Marco Travaglio. Padrini Fondatori. (estratti delle motivazioni della sentenzadi primo grado nel processo sulla “trattativa Stato Mafia. Estratti ufficiali delle motivazioni depositate il 19 luglio 2018). PaperFirst. 2018 ]

 

 

A commentare questo passaggio basterebbe l’affermazione per la quale “l’assenza di prove non è prova della loro assenza”.

 

Ancora così si esprime la sentenza e le conseguenti motivazioni.

 

 

[…] 4) è assolutamente evidente che il servizio predisposto in occasione dell’incontro tra Ilardo e Provenzano del 31 ottobre 1995 fu del tutto inadeguato rispetto all’importanza del possibile obiettivo ed alle capacità investigative dell’allora Col. Mori, da tutti riconosciute e decantate nonostante l’altrettanto evidente “flop” della mancata perquisizione del covo di Riina di cui si è già detto e della mancata cattura di Benedetto Santapaola di cui di dirà;

5) è assolutamente inspiegabile, per un Reparto d’élite qual’è il ROS, L’inerzia investigativa che seguì nell’immediatezza dell’avvistamento delle autovetture giunte nei pressi del casolare in cui avvenne l’incontro (nonostante questo fosse durato ben otto ore secondo quanto poi riportato nella informativa “Grande Oriente) e, ancor di più, soprattutto l’inerzia investigativa dei giorni immediatamente successivi, quanto meno per l’omessa attivazione di ulteriori servizi di osservazione, per l’omessa immediata identificazione degli intestatari delle autovetture avvistate, per l’omessa conseguente attivazione di intercettazioni ambientali e telefoniche e persino per l’identificazione dei proprietari e degli utilizzatori del casolare, attività tutte che certamente qualsiasi capace investigatore (anzi, qualsiasi “normale” investigatore) avrebbe tentato di compiere indipendentemente dalla aspettativa di un possibile ulteriore incontro di Ilardo con Provenzano; [...]

 

[ Marco Lilli e Marco Travaglio. Padrini Fondatori. (estratti delle motivazioni della sentenzadi primo grado nel processo sulla “trattativa Stato Mafia. Estratti ufficiali delle motivazioni depositate il 19 luglio 2018). PaperFirst. 2018 ]

 

[…] In altre parole, sebbene le condotte materiali accertate, per giudizio concorde del Tribunale e della Corte di Appello, siano state tali da favorire oggettivamente la latitanza di Bernardo Provenzano ( e ciò, è bene ancora sottolinearlo, non soltanto con valutazione ex post, ama anche con valutazione ex ante: v. sentenza della Corte di Appello del 19 maggio 2016), non può escludersi che le medesime condotte ( v. ancora sentenza della Corte di Appello di Palermo del 19 maggio 1996): <<...pur avendo presente la connessione causale tra il loro agire e l’evento – sottrazione del Provenzano alla cattura - [...]>>), siano state poste in essere << per trascuratezza, imperizia, irragionevolezza o, piuttosto per altro biasimevole motivo >> ( v. ancora sentenza della Corte di Appello citata), nonostante gli imputati si fossero rappresentati tale possibile effetto.

 

[ Marco Lilli e Marco Travaglio. Padrini Fondatori. (estratti delle motivazioni della sentenza di primo grado nel processo sulla “trattativa Stato Mafia. Estratti ufficiali delle motivazioni depositate il 19 luglio 2018). PaperFirst. 2018 ]

 

Nel primo passaggio quindi la sentenza concorda con altre, sull’ ”opacità” dell’operato del ROS ( reparto operativo speciale dei Carabinieri) riguardo alle circostanze nelle quali, non sembra siano state messe in atto le pur semplici e normali procedure, prima nei confronti del covo di Riina, poi nel complesso caso della mancata cattura di Provenzano e poi della mancata cattura del latitante Santapaola.

Definire “opaco” l’atteggiamento di un reparto organizzato e preposto alla cattura di pericolosi criminali, appare già una grave accusa. Prima ancora di verificarne le circostanze, emerge con forza una “predisposizione” ad una certa superficialità. Una volta può ben trattarsi di un errore, sebbene l’addestramento e l’altissima preparazione dovrebbero scongiurare tali eventi. Due volte appare preoccupante. Alla terza volta, se ne dovrebbe dedurre che, o gli uomini preposti al coordinamento delle operazioni siano “incapaci” o peggio si è legittimati a sospettare un operato complice di interessi e volontà “altre”.

 

Nello specifico il secondo punto chiarisce, sia il controsenso derivante da un operato completamente omissivo delle basilari procedure investigative, sia l’inspiegabile condizione nella quale queste, siano nella responsabilità di un ufficiale del quale pure si riconoscono indiscutibilmente le grandi qualità e competenze. Le omissioni sono tali e tante da lasciare basiti. Appare evidente che debba esistere “un motivo” per non agire, come la prassi e la circostanza impongono.

Quel motivo che però, nonostante l’accertamento di una condizione che ha indirettamente “favorito” Provenzano, non è indice di responsabilità penale, dal momento in cui non è dimostrabile attraverso la prova, che nelle omissioni siano comprese volontà specifiche degli imputati di compiere dette omissioni. In gergo tecnico non è dimostrato “l’elemento psicologico”. Va però sottolineato che questo elemento, semplicemente, non è dimostrabile, senza che questo per logica significhi che “non esista del tutto” (nda).

 

Il terzo punto conclude con un affermazione importante riguardo le caratteristiche dell’operato che risulta imputabile di “trascuratezza, imperizia, negligenza o qualunque altro biasimevole motivo.”

Questo, per l’art.43 del codice penale, rappresenta un reato. Il fatto però non può essere contemplato in seno ad un processo, che veda il capo di imputazione identificato nel solo “favoreggiamento”, neppure quando, durante il dibattimento, emergono sostanziali motivi per individuare un secondo reato, per il quale occorrerebbe istruire un altro processo.

 

A questo però va aggiunto anche che, lo stesso eventuale processo attraverso un nuovo capo di imputazione, sarebbe in ogni modo rivolto a dimostrare con tale condotta negligente, che si sarebbe stati intenzionati a favorire la latitanza di Provenzano.

 

       Dal momento che il principio giuridico “non bis in idem” vieta il ricorso ad un secondo processo nel caso in cui in uno precedente sia stata emessa sentenza di assoluzione, appare impossibile riscontrare una colpa dal punto di vista giuridico, tale per una condanna degli imputati.

 

      Se la legge non lo consente, la logica non ha codici e articoli, e non può negare l’opacità, le omissioni e la negligenza, come elementi di un operato che suggerisce una “volontà precisa”, di non procedere alla cattura di Provenzano. (nda)

 

L’irripetibile occasione di catturare il latitante più ricercato in Italia, (da circa 30 anni in quel momento), considerato da tutti un fantasma, sfuma a qualche centinaio di metri dall’obiettivo.

 

 

 

 

 

 

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