Totò Riina. " io sono il Tortora di Napoli"

July 14, 2019

 

(Salvatore) Corleone (Palermo) 16 novembre 1930. Mafioso. “Bracciante agricolo analfabeta”, secondo un libretto di lavoro del 48. Ha sposato nel 66 Antonietta Bagarella • La prima denuncia (per omicidio, assieme a Luciano Liggio) è del 58. Arrestato nel 69 per triplice omicidio, viene assolto.

Sfugge al soggiorno obbligato e inizia la latitanza. È stato arrestato il 15 gennaio 93. Dal 75 è il capocosca dei Corleonesi. La sua scalata fino a divenire “il boss dei boss” inizia nell’81, con l’uccisione di Stefano Bontade (Bontate) e l’inizio della “guerra di mafia”.  

Il processo per mafia ad Andreotti (poi assolto) si basava sulla testimonianza di pentiti che sostenevano di aver visto Riina baciare Andreotti:

 

«Totò Riina è, innanzitutto, il bacio. Così com’è magistralmente raccontato dal procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e dai suoi sostituti nell’atto di accusa contro Giulio Andreotti: “Riina non è un comune delinquente né un rozzo ex contadino di Corleone. Riina è il capo di uno Stato, lo Stato di Cosa Nostra. Come tale egli percepisce se stesso e si autorapporta ad Andreotti, esponente di vertice dello Stato legale e alleato storico. Riina dunque non ha nei confronti di Andreotti nessun atteggiamento di ‘motus reverentialis’.

   È Riina che prende l’iniziativa di salutare in modo rituale, col bacio appunto, Andreotti e non viceversa. Riina sceglie, come gesto di esordio del suo incontro con Andreotti, il bacio, vale a dire un gesto che assume un significato distensivo e rassicurante che sdrammatizza la situazione.

Ad Andreotti si deve far capire che egli non può prendere le distanze: deve invece ricordare sempre che lui e Riina sono stati, sono e saranno ‘la stessa cosa’.

    E Riina glielo ricorda a modo suo, nel più tipico linguaggio mafioso... trae a sé Andreotti e lo bacia sulle guance...”. Riina e Andreotti “ibridati”, disse il sostituto di Caselli nella requisitoria finale del grande processo. Se i giudici gli avessero creduto, conoscere Riina, l’altra metà di Andreotti, sarebbe un problema insieme più semplice e più complicato. Ma dopo che hanno assolto Andreotti, sono ricominciati i dubbi.

 

“A guardare il suo corpo tozzo e grosso” dice lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, “a guardare le mani dalle dita gonfie, la testa piantata direttamente sul busto, il viso bolso, spugnoso sotto un casco di corti capelli imbiancati alle tempie, a guardare quegli occhi ingottati, segnati di fegatoso, occhi impassibili, privi di luce, ti sembra di fare un tuffo indietro nel tempo, un tuffo di trenta, quarant’anni nel tempo della mafia contadina, della mafia della lupara, quella che vestiva di nero e portava la coppola, quella che una iconografia insistita ha rovesciato in farsa, in macchietta.

 

E ti chiedi come può essere accaduto che un uomo dall’aspetto così poco ‘moderno’, così paesano, così dialettale, un uomo così ‘arretrato’ possa aver preso il comando di un’organizzazione criminale come Cosa Nostra”. Ed è lo stesso Riina che lo vuole sapere. Quando, dopo la sua cattura, compare per la prima volta dinanzi ai giudici, vuole che siano loro a spiegargli come è potuto succedere. Chiede al presidente:

 

“Mi dia dieci minuti di tempo. Glieli debbo rubare per forza...”. E si racconta così: “Io vorrei partire un poco da lontano. Anche alla Corte delucido un poco la mia vita. Racconto che cosa mi succede che io da ragazzino sono andato alla scuola, alla seconda elementare, e papà viene richiamato militare. È il 38, papà è stato richiamato il mese di maggio, non ho finito nemmeno la seconda elementare... Quindi avevamo il cavalluccio, avevamo il mulo. Mi sono fatto l’agricoltore, me ne sono andato in campagna e mi sono portato dietro il mulo. Perché questo Corleone, non so se lei lo sa, è un paese strettamente agricolo... Quando io avevo tredici anni noi abbiamo avuto la disgrazia che papà ha trovato un ordigno di questi di guerra. Lo portò in casa per lavorarci la campagna, è scoppiato dentro, è morto papà, è morto mio fratello, è stata ferita mia madre, è stato ferito l’altro mio fratello. Mi sono trovato a darmi da fare per portare avanti la famiglia... A diciotto anni ho avuto una lite, non ricordo più, una questione di ragazzi, che purtroppo io sono stato ferito. Una rissa di giovinastri, e ho preso una condanna a 12 anni e 4 mesi. Sei anni condonati e sono uscito nel 54, e sono tornato a lavorare. Mi sono fatto l’agricoltore e mi sono portato dietro il mulo...”.

 

      E come è successo che da agricoltore col mulo è finito latitante?

 

“Signor pubblico ministero, non diciamo latitanza... perché io ero un libero cittadino, andavo a lavorare quindi... Io latitante? Per più di vent’anni nessuno mi ha cercato, io prendevo l’autobus, il treno, l’aereo, ho lavorato, ho viaggiato...”. E i processi? “Mentre sono lì che lavoravo mi fanno un mandato di cattura per omicidio. Mi portano al processo a Bari, dove mi hanno assolto per non aver commesso fatto di tutte le cose... Così mi sono innamorato delle Puglie e ci dico al mio avvocato: io in Sicilia non ci vorrei tornare... Dice: beh, se vuoi restare, ti prendi un pezzettino di terreno... perché, signor presidente, agricolo sono” 

 

Allora è rimasto nelle Puglie?

 

“Io mi ero pigliato la residenza a Bitonto... ma mi hanno fatto un foglio di via obbligatorio, per poi mandarmi al soggiorno obbligato, mi hanno dato quattro anni per andare a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna... Appena arrivato in commissariato non mi hanno fatto neanche andare a salutare mia madre e le mie sorelle... non mi sono sentito di andare al soggiorno e così è cominciata la mia storia di essere latitante”.

 

E le condanne?

 

“Poi mi hanno imputate altre cose... Ma sono tanti i processi dove sono stato assolto. Sono stato assolto a Bari per associazione, sono stato assolto a Genova per il processo Scaglione, sono stato assolto a Reggio Calabria per il processo Terranova... Se invece di avere due, tre, quattro, cinque, sei, dieci processi, ne avrebbi avuto uno solo come quello fatto, il maxi-ter del presidente Prinzivalli, io sarei un libero cittadino”.

 

E di cosa campava questo libero cittadino?

 

“Ero agricoltore quando ero giovane. Dopo mi sono dato da fare: ho lavorato in questi ultimi tempi in una ditta di costruzioni, e quindi ho campato la famiglia... C’era una persona anziana che mi dava lavoro da più di vent’anni, aveva un cantiere piccolino, faceva dodici, tredici, quattordici appartamenti. Prima mi dava 300 mila lire al mese, poi alla settimana. Negli ultimi tempi mi dava 400 mila lire alla settimana, e campavo la famiglia...”. “I giornali hanno scritto come facevo a vivere con la moglie e quattro figli con un milione e 600 mila lire al mese?

La mia, signor presidente, è una famiglia modesta, mia moglie e i miei figli non sono abituati ad andare al ristorante e a fare la bella vita. E poi mia madre in tutti questi anni non mi ha mai abbandonato, mi ha sempre mandato soldi quando ne avevo bisogno, mia madre ha tre pensioni, una di invalidità ce l’ha pure mio fratello, quello coinvolto nello scoppio dell’ordigno nel ’41...”.

 

Gli chiedono come fa a sapere quello che scrivono i giornali, visto che ufficialmente è in isolamento.

 

E lui:

 

“Signor presidente, le vie del Signore sono infinite”.

 

Ma allora, perché tutti questi pentiti l’accusano? Per quali ragioni tutti accuserebbero uno sconosciuto?

 

“Salvatore Riina non è uno sconosciuto perché ci sono giornali e televisioni che lo fanno diventare grosso e alto, non rendendosi conto che invece è piccolo e corto... Ecco perché i pentiti si avvalgono di questa propaganda. Sono tragedianti, dicono bugiarderie... Io sono il parafulmine di questi qua, praticamente il loro ricercato. Io sono la Belva... I giornali, le televisioni scaricano tutto su questa persona e i pentiti prendono più soldi, sono più creduti. 

Signor presidente, sa cosa sono io oggi per l’Italia? Io sono il Tortora di Napoli... Se si ricorda del processo Tortora, questi pentiti che facevano droga con Tortora, che facevano associazione con Tortora e tutte cose... Poi Tortora è stato assolto perché non faceva droga, non faceva associazione con nessuno, e all’ultimo l’hanno fatto pure morire di crepacuore... Io sono il Tortora di Napoli oggi in Sicilia per i pentiti.

 

Ecco perché mi accusano tutti, perché ognuno parlando di Salvatore Riina alza la pagella, perché lei sa, signor presidente, che lo Stato paga a questi signori... Ai pentiti ci viene facile accusare Salvatore Riina perché hanno più soldi, più case, più ville, hanno più benestare, e allora: Riina mandante, Riina fici questo e quest’altro”.

 

Il presidente gli chiede: e che, tutti questi pentiti, si sono messi tutti d’accordo? E Riina:

 

“Certo, i pentiti sono gestiti, signor presidente, si tengono tutti per mano...”.

 

E il presidente: “I pentiti sono gestiti, ma da chi?”. E Riina:

 

“Da chi? Da chi di dovere, io non lo so. Se lei vede, quello che dice l’uno, dicono tutti gli altri, una specie di fotocopia è, signor presidente... E allora, cosa si deve dire, che questi sono riscontri? Signor presidente, io di giurista non ne capisco, non ho studiato, ma credo che i riscontri siano tutte altre cose... Sto leggendo un libro del cardinale Martini, che si chiama: Dove va il Signore?... Signor presidente, io domando: dove sta andando l’Italia con questi pentiti...”.

 

La sera, quando la televisione trasmette integralmente nelle case di milioni di cittadini stupiti e affascinati il monologo di Riina (4 marzo 1993 – ndr), è il finimondo. Si entusiasma anche il critico televisivo del Corriere della Sera: “A Palermo la televisione non ha certo messo alla gogna l’imputato... O siamo di fronte a un abbaglio clamoroso, oppure il boss ha una confidenza straordinaria con le astuzie del Male... Il suo incedere, il suo eloquio, il suo abbigliamento sconvolgono anni e anni di iconografia cinematografica e televisiva: Riina non ha niente del capo, né i toni sprezzanti, né il gesto imperioso. Altro che i computer della Piovra, altro che i viaggi in aereo da un capo all’altro del mondo. Lui vive in una nicchia agricola, pretecnologica. Quando appare, di moderno ci sono solo i pavimenti, l’arredo, i microfoni dell’aula bunker. Il resto è Sicilia di Salvatore Giuliano. ‘Sono agricoltore, nullatenente - dice - sono una quinta elementare, un analfabeta’; ma intanto traccia una fenomenologia del pentito di rara lucidità. Da contadino scaltro si cuce addosso il ritratto del capro espiatorio: sono la Belva. E tuttavia si rivela di una pignoleria impressionante, incalza ogni obiezione, si permette persino giochi verbali”.

 

S’infuria invece il presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante: “Totò Riina al processo non sembra un imputato, ma un invitato... Con la sua deposizione ha voluto scardinare lo Stato, accreditare Cosa Nostra e indicare i prossimi obiettivi. Cosa che gli hanno permesso di fare con grandissima libertà”. Gli fa eco l’ex capo dell’ufficio Istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto: “Provo sdegno nel vedere come Totò Riina si comporta e lo si lascia comportare. Dovrebbe essere il detenuto più isolato che c’è al mondo, dovrebbero impedirgli di guardare la tv, di leggere i giornali, di vedere e parlare con nessuno”. Interviene il procuratore Caselli, che tenta di rimediare alla brutta figura fatta in aula dai suoi sostituti, e minaccia di processare il processo: “Chiederemo alla Corte la trasmissione dei verbali della deposizione di Riina. Vogliamo capire se ci sono gli estremi per ipotizzare il reato di calunnia e di minaccia nei confronti dei funzionari dello Stato (i poliziotti e/o i magistrati che hanno gestito i pentiti)”.

 

    Commentano gli avvocati: “Sono loro che hanno creato il personaggio... e ora che Riina va lì a difendersi, la cosa gli dà fastidio, dicono che lancia messaggi... Vorrebbero che Riina non fosse il personaggio che hanno creato e che sia al tempo stesso ingigantito dall’accusa e ridimensionato quando si difende... Ma Riina si sta affezionando al ruolo che gli hanno assegnato e ora chiede a loro di spiegargli come ha fatto a ritrovarsi al vertice di Cosa Nostra...”. Al posto dei pm, a spiegare ci prova Tommaso Buscetta:

 

    “Voi non vi siete resi conto - dice ai giudici, indicando Riina che ha rifiutato il confronto col principe dei pentiti - del personaggio che avete davanti... Avete davanti a voi l’uomo che vi ha aiutato a distruggere Cosa Nostra...”. E ne riassume la carriera: “Volete sapere la sua scalata gerarchica? Ha cominciato uccidendo a Corleone il suo capo, Michele Navarra, insieme a Liggio. Poi si è liberato di Liggio attraverso lo Stato. Ha fatto lo stesso con Badalamenti utilizzando Salamone. Poi disse a Michele Greco che era lui il capo della Commissione. Ma non era vero. Il vero capo è sempre stato Salvatore Riina. E quando Riina decise di ammazzare Bontade, Greco non sapeva niente, lo ha saputo dopo”.

 

    Navarra, Liggio, Badalamenti, Bontade, Michele Greco: la mafia, quella autentica, quella “moderata”. Quella felicemente “ibridata” con lo Stato del quieto vivere, quella mai abbastanza rimpianta da Buscetta e da mille pentiti, non l’ha insomma fatta fuori lo Stato, l’ha distrutta Riina, il Corleonese, per la sua follia stragista... E senza la prosopopea di Buscetta, lo conferma con un aneddoto delizioso un pentito minore, Giuseppe Marchese. Marchese è il fratello della moglie di Leoluca Bagarella, il numero due dei Corleonesi, che è a sua volta il cognato di Riina.

 

E Riina non conosce il cognato di suo cognato?

 

“No, non lo conosco, e posso dire pure il motivo. Perché mio cognato Bagarella ha sposato una sorella di questo Marchese, ma non ha fatto in tempo a presentarmi a lei quando era fidanzato perché mio cognato poi è andato a finire in carcere circa dodici, tredici anni, non ci siamo più visti. E quindi se non conosco nemmeno mia cognata, come posso conoscere questo Giuseppe Marchese?”.

 

Ma Marchese ricorda di quando era ragazzo e stava seduto accanto a zu’ Totò sul muretto nella piazza di Corleone: “Non ti ricordi - gli dice dinanzi ai giudici - e tu mi facevi: ‘Quattru chi cugghiuna e purtammo ’a Sicilia unni vulemo’ (quattro di noi corleonesi con i coglioni e facciamo della Sicilia ciò che vogliamo)”. E vuole dirgli: guarda come siamo finiti, stiamo tutti in galera...

 

E incalza Gaspare Mutolo, e gli ricorda la profezia di Gaetano Badalamenti:

 

“Chisti sunno cunsummati e ci consummeranno a tutti (questi corleonesi sono rovinati e ci rovineranno tutti)”.

 

Mutolo? Ma chi è Mutolo? “Mutolo lo conosco - ribatte Riina - perché è stato in carcere con me. Lui era un ladruncolotto di giornata, andava a rubare di qua e di là. Eravamo insieme in cella, uscivamo per l’ora d’aria, ma niente di più. Poi credo che la madre di questo Mutolo era anche pazza, quindi questo qui era un povero diavolo. Mutolo è quella persona che ogni volta che l’arrestano, lo trovano con le mani nel sacco che fa droga, è un bellissimo droghiere questo Gaspare Mutolo...”.

 

Ma perché con Mutolo e Messina Totò Riina ha accettato il confronto, e con Buscetta no? Per ragioni etiche:

 

“Io con Buscetta non voglio dialogare. È uno che ha avuto tante donne... Io parlo per la mia famiglia. Mio nonno è rimasto vedovo a 40 anni, aveva cinque figli e non ha accettato più mogli. Mia madre è rimasta vedova a 36 anni. Noi viviamo qui, nel nostro paese, di correttezza morale...”.

 

Ma Totò Riina, questo “pitoffu” di Corleone, come un tempo i palermitani sussiegosi chiamavano i paesani, questo contadino semianalfabeta e dalla privata, ineccepibile moralità, che ha scalato e ha distrutto Cosa Nostra e che, secondo i giudici, non è stato aiutato nella sua impresa da Andreotti, non sarà stato “ibridato” con qualcun altro?»

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