Il pentito, uomo d'onore o mafioso?

July 10, 2019

 

 

 

Nel pentito di mafia avviene una rottura psicologica dei suoi riferimenti simbolici, ed è costretto a smentire un ordinamento morale che ha sorretto le sue scelte e il suo intero approccio all’esistenza.

L’idea che l’uomo d’onore ha del suo “stato” si identifica nel binomio complesso: 

“mafia = fede/fiducia” da un lato e “Stato = sfiducia/minaccia” dall’altro.

 

Nella condizione di collaboratore di giustizia deve affrontare il trauma di essere costretto a riporre fiducia nel “soggetto” che per tutta la sua esistenza ha imparato a temere e combattere. La sfiducia nello Stato e nelle sue espressioni, rappresenta l’impulso primordiale che spinge l’uomo d’onore a rivolgersi alla mafia, nella quale il rispetto assoluto e irrevocabile delle regole, insieme all’efficacia e all’efficienza delle sue “funzioni sociali”, rappresentano la gamma intera delle certezze e insieme a queste una profonda proposta identitaria. Nell’organizzazione mafiosa si realizza pienamente il passaggio da uno stato individuale di esistenza, rischioso e precario, ad uno sociale e pluralmente identitario. L’ IO viene sostituito da un NOI che insieme conforta e sopperisce alle mancanze individuali, a favore di una ampia condivisione di responsabilità sociale.

 

     Nella sua “conversione”, il pentito deve “traumaticamente” rinunciare a quella identità plurale e condivisa, per ricomporre una condizione individuale che lo riporta ai limiti umani del singolo, contro la sfera “sociale”che ha conosciuto e della quale riconosce la superiorità. A questo va aggiunto che la manifestazione di “potenza” mafiosa sullo Stato, è un elemento di grande sconforto per il pentito che dopo essere stato “dalla parte del più forte” deve passare dalla parte che conosce essere fragile a causa di regole inadeguate, leggi troppo spesso evase ed eludibili, riscontri nella giustizia tardivi e spesso assenti.

 

Le armi che ha per combattere prima di tutto contro la sua stessa identità, sono inadatte se non potenziate da una ritrovata fiducia nella giustizia “istituzionale” e nello Stato. Vi è di più. L’uomo conosce i principi sotterranei del mal funzionamento dello Stato insieme alle macchinazioni esterne/interne, capaci di sottometterlo agli interessi mafiosi (criminali).

Ne conosce cioè i punti deboli. Questo elemento in passato ha trovato una posizione correttiva quando il pentito ha riconosciuto nel suo interlocutore quella “anomalia” che lo garantiva. Quando cioè il magistrato o il funzionario, da un lato si dimostra avverso ai metodi di collusione e alle atmosfere contigue, e dall’altro sia un profondo conoscitore dell’impianto e del linguaggio mafioso.

 

      L’iniziale timida allusione, tipica del mafioso è il banco di prova sul quale costruire un dialogo più ampio e diretto. Occorre però che tra l’operatore (il magistrato) e il collaboratore di giustizia si instauri un rapporto di fiducia basato sulla comprensione del fenomeno dal punto di vista umano e sociale. I comportamenti e gli atteggiamenti mafiosi (non criminali) non devono cioè essere vietati o infranti, dal momento in cui, essi rappresentano l’unico codice linguistico che il pentito (uomo d’onore) conosce.

 

In tutta la sua vita di uomo d’onore, il mafioso vive costantemente nell’idea della morte. Le regole alle quali conviene, presuppongono una sola ed ineludibile pena nel caso di infrazione. La morte. A questo va aggiunto che l’organizzazione mafiosa (criminale), non prevede un codice di procedura penale e un ordinamento giuridico per la ricostruzione del fatto, e quindi le sue sentenze muovono o possono muovere da presupposti di interpretazione della colpa, univocamente rivolti alla salvaguardia del potere che non deve essere messo in discussione, anche quando il delitto ha il carattere e lo scopo di ammonire.

 

Non sempre cioè sussistono reali fondati motivi per l’eliminazione fisica. Questa atmosfera incerta, condiziona l’intera esistenza dell’uomo d’onore. Ne è un esempio quanto riferito dal pentito Mannoia al quale avevano ucciso il fratello Agostino a cui era molto legato. In quella situazione, per le regole interne, data la morte ritenuta anomala dell’affiliato, il congiunto avrebbe avuto titolo e diritto di chiederne motivo e ragione.

Questo però, poteva anche essere il presupposto per la sua stessa esecuzione, dal momento in cui poteva “sembrare” legittimo un sentimento di vendetta. Fu questo elemento di crudele e pervasiva violenza a muovere Mannoia, esperto chimico raffinatore di eroina, a decidere di collaborare con la giustizia.

 

     Un altro esempio dell’atmosfera “critica” nella quale vive l’uomo d’onore (criminale), lo ritroviamo in un episodio raccontato da Giovanni Brusca, mafioso di spicco e oggi collaboratore. Racconta di come Totò Riina all’epoca dei primi esordi della guerra di mafia degli anni Ottanta, che lo avrebbe condotto al vertice di Cosa nostra, fosse divenuto un obiettivo sensibile delle famiglie palermitane Bontate e Badalamenti. Alla fine di un appuntamento nel quale Riina sarebbe dovuto essere ucciso, si salvò solo per il fatto che, uscendo dalla tenuta Ficuzza, prese una strada diversa rispetto a quella prevista, sulla quale si erano appostati gli uomini del commando omicida. Non fu una “furbata” di Riina, ma solo fortuna.

Questo secondo Brusca rappresenta quel mondo misterioso di fatalismo e ineluttabilità che condiziona la vita del mafioso (criminale) nel bene e nel male.

 

La sorte. L’ineluttabile. Tipico della cultura siciliana. La morte è accettata come condizione del tutto certa e inevitabile. C’è di più. E’ così forte il senso della morte che ad essa va riconosciuta una dimensione epica. Essere uccisi da un valido avversario è onorevole. Uccidere un valido avversario è onorevole. Nessuno può dirsi mai realmente pronto all’estremo evento, ma nell’uomo d’onore, il costante stato d’allerta alza il livello di accettazione del fatto, in alcuni casi portandolo quasi a liberazione da una condizione “prigioniera”.

 

Antonino Calderone, racconta di suo zio e delle sue estreme confessioni nel letto di morte. Antonino non era ancora “combinato”, cioè affiliato, eppure lo zio, evadendo la prima regola, “non parlare mai della mafia, a un non mafioso”, lo metteva in guardia sull’illusione di una vita “eroica” e avventurosa.

“Vedi quella rosa sul davanzale della finestra? E’ bella, molto bella, ma se la prendi, ti punge. Sapessi come è bello addormentarsi senza il timore di essere svegliato brutalmente nel cuore della notte. E camminare per strada senza doversi continuamente voltare per paura di ricevere un colpo alla schiena”

Era una chiara indicazione di quello che sarebbe stata la vita del nipote una volta affiliato. Era un tentativo di dissuaderlo ad entrare in una cultura di morte .

[cfr. Cose di Cosa nostra. Giovanni Falcone]


 

Un ultimo esempio di come gli uomini d’onore possono affrontare la morte, lo troviamo nella descrizione dell’omicidio di Mimmo Teresi e Santo Inzerillo. Mentre stavano per essere uccisi, Teresi piangeva mentre Santo che stava per essere strangolato con un cappio, esordì spavaldo:

“ Smettila di piangere e dì a questi cornuti di sbrigarsi”

[cfr. Cose di Cosa nostra. Giovanni Falcone]

 

       Esiste e va fatta una distinzione tra mafioso atteggiamento mafioso e “uomo d’onore”. Certamente l’essere mafioso estruso dalle applicazioni dello stato d’essere, è manifestato attraverso un sistema di codici comportamentali che si innestano sul passato storico e sociale del siciliano. Esiste in esso un principio di sopportazione della dominazione che passa attraverso una ipocrita reverenza e una rappresentazione scenica della propria sudditanza, nei confronti del dominatore. Il siciliano è stato “occupato” da chiunque, eppure la sua antica “personalità” è rimasta intatta, dominazione dopo dominazione. Un proverbio siciliano recita: “calati giuncu, ca passa la china” Calati giunco che passa la piena.

 

Una resilienza endemica che ha garantito il mantenimento di una psicologia individuale praticamente intatta. Il mafioso (non criminale) finge di asservirsi, riconoscendo solo in parte la forza del dominatore, considerato comunque transitorio, per il quale quindi non vale combattere una opposizione dichiarata. Si lascia passare il tempo. Si aspetta.

Lo dimostrano molti boss di altissimo livello che durante le deposizioni in aula alla presenza dei giudici, si dimostrano rispettosi oltre misura della corte e della istituzione, manifestando la loro umile provenienza spesso contadina, o di semplici e sprovveduti commercianti. Ciò però non va mai confuso con una onesta ammissione di “sconfitta”. Si ricorre a questo schema linguistico teatrale, perché si è consapevoli della forza avversaria, e sarebbe, in quella circostanza, inutile opporvisi apertamente.

 

     L’essere mafiosi implica una condizione fluttuante dell’esistenza, priva di durezza e capace di assecondare gli eventi e le contingenze.

 

    L’uomo d’onore militarmente inteso (criminale) fonda la sua psicologia nella convinzione di essere un “anti eroe” che ricorre al crimine per il paradosso di una necessità di giustizia equa ma assente. Come già esposto in altri passaggi, non bisogna però credere che l’individuo criminale sia il frutto di un processo evolutivo che muove il suo presupposto da una precondizione di giustizia positiva. L’uomo d’onore criminale nasce già in un contesto preordinato di profonda e radicata illegalità e violenza. L’ostentazione della forza mafiosa (criminale) è congenita al fenomeno fin dalla sua nascita, in quei tempi che si vogliono arcaici e fortemente condizionati da povertà e assenza di uno Stato di diritto.

 

In epoca moderna sono le tipologie di interesse economico che dettano le regole di un comportamento mafioso criminale.

La suddivisione geografica delle famiglie coincide con le possibilità di arricchimento offerte dal territorio che le stesse abitano. Questo è stato il reale motivo, motore di quella che oggi conosciamo come “scalata dei Corleonesi”. I così detti “viddhani” (villani, contadini) abitavano un territorio povero, dal quale era impossibile potessero trarre la necessaria sussistenza utile al mantenimento di una prospera condizione di dominio della famiglia.

Al contrario le famiglie palermitane potevano contare su un territorio ricco di offerta. Su questa differenza si trova già la prima contraddizione di un principio che si voglia individuare come tipico della mafia. Gli affari palermitani sono stati da sempre i più ricchi e hanno attratto le famiglie della provincia che però, per “cittadinanza”, non potevano penetrarli pienamente, rimanendo il più delle volte semplici “soci di minoranza”. Questa differenza ha contribuito in gran parte allo scoppio di vere faide fino alle guerre di mafia conosciute.

 

    Nei singoli frangenti di lotta per l’egemonia economica, l’uomo d’onore (criminale) è costretto a mettere da parte quell’idea di mafia organizzata, giusta e attenta ai sui membri. Non sarebbe possibile commettere delitti e costruire macchinazioni se sussistessero i principi di rispetto, uguaglianza e condivisione. Su queste basi l’uomo d’onore (criminale) costruisce l’alibi del “tradimento degli ideali” a carico di Totò Riina e la famiglia dei Corleonesi, e il presupposto “credibile” della sua volontà di pentirsi, perché tradito.

La realtà dei fatti appare ben diversa. Il senso di antica appartenenza agli schemi “ideali – mitici” della mafia antica, risiede forse nelle leve più anziane. Non si può dire ugualmente dei giovani. Se si fa eccezione di alcuni capi mandamento d’altro profilo, per altro appunto giovani, non si trovano tra i pentiti quei “grandi vecchi”, capifamiglia, che al contrario, anche quando arrestati e condannati all’ergastolo, mantengono il prestigio e l’aurea antica di una mafia che “non parla”.

 

     L’afflusso di pentiti nell’opera di contrasto alla mafia, deriva anche dal fatto che una ritrovata forza delle istituzioni nella lotta, avesse lanciato il segnale che la mafia e la sua epopea mitica, era giunta al tramonto. Fa eccezione Buscetta che ha tracciato la strada del copione al quale facilmente si sarebbero poi rifatti i successivi collaboratori. Pur evidenziando per primo “il crollo dei valori” mafiosi, circoscriveva il processo di disfacimento degli equilibri, al modus operandi di Totò Riina e della famiglia Corleonese.

In Buscetta esiste poi il preciso intento di attaccare e distruggere l’intero ordinamento mafioso, utilizzando lo strumento della legge. Una contrapposizione atipica e unica nel suo genere, in un uomo che era stato senza dubbio un esponente di spicco, sebbene per ragioni ancora oggi non del tutto realmente chiare, non abbia mai rivestito un ruolo di primo ordine in qualità di capo famiglia. Anche Buscetta quindi è un “semplice soldato” che decide di parlare. L’eccezionalità delle sue confessioni consiste nel fatto che sono senza dubbio le prime ad essere state prese in seria considerazione, e hanno investito l’intera sfera del fenomeno mafioso. L’impossibilità pratica per Buscetta di vendicarsi attraverso il suo stato di mafioso, dei crimini subiti nello sterminio della sua famiglia biologica, trova una risposta nell’offrire alla giustizia gli strumenti per affondare i colpi nell’organizzazione criminale più impenetrabile.

 

      E’ evidente che i principi morali tanto inalienabili, non coincidano con le numerose migrazioni di molti uomini d’onore, verso il miglior offerente. Tradire e mentire sono le colpe più gravi per Cosa nostra. Ma l’avvento di economie di vastissima portata ne ha infranto i rigorosi vincoli. I grandi appalti per l’edilizia e soprattutto il traffico di droga hanno cancellato le vecchie abitudini. La nuova ricchezza acquisita dal commercio in morte, ha contaminato inevitabilmente e irreversibilmente la personalità del mafioso uomo d’onore, che ora manifesta solo in apparenza quegli atteggiamenti sobri e distaccati. I modelli di virtù coniugale, di morigerato tenore di vita, lasciano il posto alla dissolutezza di uomini che non disdegnano di assecondare i propri vizi e godere del frutto del lavoro. Semplicemente si tiene riservata la frequentazione extraconiugale e si mantiene una apparenza sociale ancora di vecchio stampo. Addirittura, più è capace di nascondere le proprie debolezze, più è ampio il consenso attorno al mafioso, che dimostra di poter controllare la sua sfera privata e professionale.

 

      Non è però nella distinzione tra mafioso antico e moderno che dobbiamo ricercare il profilo psicologico dell’uomo d’onore. Essere mafioso non vuol dire necessariamente uomo d’onore, i cui presupposti sono sempre criminosi.

Ma sia chiaro. Mafia come concetto culturale può senza dubbio costituire un complesso linguaggio fatto di gesti e comportamenti, come si è visto, a volte perfino utili alla sopravvivenza. Mafia come organizzazione criminale incarna il complicato universo della rappresentazione scenico retorica, solo funzionale all’esercizio della violenza come strumento di dominio, attraverso il consenso pseudoculturale che ne confonde i reali intenti.

 

    Tornando al pentito, è dunque intendibile come egli si trovi a dover confutare i suoi principi sempre come detto, “costruiti ad arte” , e come si trovi a trasmudare il suo stesso concetto di verità in una chiave contraddittoria che, ne veda infrangere il divieto assoluto implicante l’omertà mafiosa, in una nuova forma di adesione alla verità sui fatti esposti, rivolti a favore di una istituzione che combatte la sua natura di uomo d’onore.

Perdere la dignità per riconquistarla è un processo laborioso e interno, che riproduce un ennesimo percorso di morte e rinascita, anche all’insegna di nuovi rituali come quello della confessione.

 

La trasmutazione completa dell’uomo d’onore si compie durante le deposizioni e i confronti in aula alla presenza di soggetti (altri uomini d’onore) che il pentito accusa, davanti ai quali si ritrova mancante di quella dignità finora largamente condivisa, contro i quali egli è solo, senza l’appoggio di una appartenenza ad una organizzazione, quella civile, della quale ancora non fa parte, e per la quale sente il rischio di dover pagare un prezzo altissimo, anche in relazione all’incolumità dei propri cari.

 

E’ in questo scenario che la teatralità tutta siciliana gioca il suo ruolo mistificatore, abbondando in moralismi ormai sepolti, devianti principi di vigliaccheria, e infamia, inscenando la tragedia del tradimento bifronte: quello imputato dagli accusati nei confronti del pentito e quello invocato dallo stesso nei suoi riguardi, dalla decadenza dei modelli per i quali si era affiliato.

 

     La moralità mafiosa dunque è una pantomima che non prescinde dai soggetti che ne manifestano la retorica, sia dai soggetti che ne ricevono gli effetti di principio. Essa è contingente alla situazione e contigua al nucleo che ne possiede i principi, modificandone gli scopi e le intenzioni secondo interesse.

 

L’uomo d’onore è un ossimoro e ha paura. Vince la paura attraverso l’ossessione.


 


 

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