Processo Trattativa Stato - mafia. Verità altre. Confronto "ideale" col Professor Fiandaca.

July 8, 2019

L’obiettivo che mi pongo in queste pagine è arduo e forse non del tutto alla mia altezza. Servirebbero ben altre competenze per smentire le parole del Professor Fiandaca,

 

illustre studioso di diritto e riconosciuto autore e sostenitore di teorie sulla giurisprudenza, che ne fanno per me un avversario praticamente insormontabile.

Devo in ogni modo provarmi, perché dal punto di vista intellettuale non sarei onesto se non provassi attraverso il ragionamento, l’unica arma che posso riconoscermi, a dare voce alle mie di idee, e anche per il fatto che decidendo di scrivere, io mia sia posto nella condizione obbligatoria quanto naturale di dover prendere una posizione sui fatti.

 

L’argomento in questione è sempre e ancora il processo Trattativa Stato – mafia e le legittimità delle accuse, insieme all’impianto storico – giudiziario.

 

Prima di argomentare, è doveroso consegnare al lettore la visione del Professor Fiandaca, che più ampiamente è esposta nel libro “la mafia non ha vinto”, di Salvatore Lupo e dello stesso Fiandaca, edito da Edizioni Laterza.

 

A nota della citazione del libro dirò che questo è stato scritto nel 2014. Quattro anni prima della conclusione del processo e della pubblicazione nel luglio 2018 delle stesse motivazioni a cura del Giudice Montalto.

Mentre leggevo le pagine dell’encomiabile saggio, non riuscivo a distrarmi dal fatto che appunto fosse stato scritto molto prima di aver conosciuto quella che oggi ci piaccia o no se non vogliamo proprio prendere come “unica verità”, dobbiamo almeno configurarla come una possibile e molto probabile.

Ho cercato quindi di individuare una posizione post sentenza, dello stesso Fiandaca, per riscontrare eventuali ravvedimenti o cambi di opinione.

 

Prima di passare a questa visione successiva alla sentenza, va fatta una riflessione importante.

Il processo sulla Trattativa è senza dubbio (anche se il professore è di ben altro avviso), un evento storico di portata quasi comparabile al maxi processo. Dico quasi perché a differenza del maxi, nel quale per la prima volta si ammetteva senza dubbi, l’esistenza della mafia come forma organizzata e radicata di criminalità, nel processo Trattativa semmai, si cerca di dimostrare che questa forma di criminale organizzazione, soprattutto nell’ultimo ventennio, ha avuto appoggi formidabili da parte di alcune frange del Governo e degli organi di Polizia Giudiziaria.

 

Dopo le motivazioni del 18 luglio 2018, non possiamo più dire che “potrebbero esistere convergenze di interesse e macchinazioni occulte”, quelle “menti raffinatissime” delle quali parlò Falcone nel 1989, oggi sembra possano anche avere un nome e un cognome.

 

Dico questo perché dovrebbe venire spontaneo pensare che, dopo tale sentenza, sebbene di primo grado, molta della letteratura sulla mafia siciliana andrebbe rivista. Siamo ad un nuovo punto di partenza non perché le informazioni contenute nella sentenza siano travolgenti nelle loro rivelazioni, ma perché sono confermative di timori, che nel corso degli ultimi venti anni hanno oscurato la vita civile del nostro Paese.

 

Veniamo alla posizione del professor Fiandaca.

 

“Caro Di Matteo, no: la storia nazionale non è una storia criminale

 

Che rapporto c’è tra la storia in versione giudiziaria e la storia ricostruita dagli storici di professione? Interrogativi come questo sorgono specie da quando i giudici, in particolare nei processi di criminalità politica o di mafia, hanno cominciato a mostrare una certa tendenza a inquadrare i fatti di causa entro grandi scenari storico-politici, con la pretesa di fare anch’essi storiografia: così finendo non solo col fare concorrenza agli storici di mestiere, ma persino talvolta col contrapporre alle tesi sostenute da questi ultimi proprie (presunte) verità storiografiche. Un esempio ancora recente di questo possibile contrasto di vedute è offerto dal cosiddetto processo-trattativa, insieme con la encomiastica sintesi divulgativa che ne è stata ben presto fatta nel libro-intervista "Il patto sporco” (ed. Chiarelettere) del pubblico ministero Nino Di Matteo e del giornalista Saverio Lodato.

 

Cominciamo dal libro. I due coautori concordano nel biasimare lo storico Salvatore Lupo – autorevolissimo e tradotto in diversi paesi per i suoi fondamentali studi di storia della mafia – non solo per il fatto di non aver condiviso la tesi ispiratrice del processo sulla trattativa, cioè l’idea di un grande complotto politico-istituzionale volto a porre in salvo il potere mafioso nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica: il loro biasimo si spinge addirittura fino allo scherno nel contestargli, altresì, di aver assunto “una chiave di lettura negazionista, anche a costo di rischiare il ridicolo”, confutando che sarebbe stata la mafia insieme con i servizi segreti statunitensi ad organizzare lo sbarco dell’esercito americano in Sicilia nel luglio del 1943 – vale a dire una verità che, secondo Di Matteo, sarebbe stata invece messa da tempo nero su bianco da autorevoli commissioni d’inchiesta americane e da sentenze della magistratura.

 

Orbene, pensa davvero il pubblico ministero Di Matteo di disporre delle conoscenze e degli strumenti critici sul piano storiografico per tacciare di negazionismo ai limiti del ridicolo un esperto storico di mestiere come Salvatore Lupo, che indaga da parecchi anni le relazioni tra la mafia siciliana e quella americana, compulsando con rigore metodologico documenti e archivi? Anziché vestire i panni di storici improvvisati e orecchianti, suscitando oltretutto l’impressione di privilegiare aprioristicamente le tesi più confacenti ai loro teoremi accusatori, i magistrati dovrebbero in realtà limitarsi a esercitare con prudenza cognitiva il loro ruolo: ciò vuol dire che, di fronte a questioni che vedono divisi gli stessi specialisti della materia, non dovrebbero far altro che prendere atto dell’esistenza di visioni divergenti tra gli storici di mestiere. Senza parteggiare, in mancanza di una autonoma e comprovata competenza specifica, per uno degli orientamenti in conflitto. Diversamente, il magistrato finisce col mettere a rischio la sua credibilità professionale anche come operatore del diritto.

 


     Più articolati spunti di riflessione sono ricavabili dal processo-trattativa in sé considerato. Mi limito a esplicitarne alcuni, a partire dalla constatazione che delle oltre 5200 pagine della motivazione della sentenza di condanna quelle dedicate a questioni di stretto diritto ammontano a poche decine: a prevalere è, di gran lunga, lo spazio riservato per un verso all’evoluzione storica della mafia siciliana nel corso degli ultimi decenni e, per altro verso, alla ricostruzione – come si legge nella sentenza – di “vicende complesse e mai del tutto chiarite che hanno riguardato la storia repubblicana in un arco temporale ricompreso tra la metà degli anni sessanta e i nostri giorni”. Un assai ambizioso impegno storiografico, dunque, che gli stessi giudici estensori arrivano immodestamente a definire “arduo e quasi titanico”: ciò nella convinzione che la cosiddetta trattativa Stato-mafia segni un momento essenziale per comprendere le dinamiche storico-politiche che si sono sviluppate nel nostro paese negli ultimi decenni. Ma il processo e la sentenza sono davvero riusciti a dimostrare che la trattativa ha improntato di sé la storia italiana con la S maiuscola, trascendendo i limiti di un caso giudiziario di per sé non molto più importante di altri?


 

     Sorvolando qui sui punti deboli dell’impianto giuridico del giudizio di condanna (rinvio in proposito a un mio lungo commento in corso di pubblicazione nella Rivista italiana di diritto e procedura penale), e circoscrivendo appunto l’attenzione alla parte ricostruttiva degli eventi storico-politici, quel che non a caso emerge è un approccio storiografico di tipo criminalizzante: cioè una inclinazione pregiudiziale a rileggere la storia e la politica del biennio 1992-94 in una ottica strumentalmente volta ad accreditare l’ipotesi accusatoria di un turpe patto tra vertici politico-istituzionali e vertici mafiosi per restaurare una compromissoria convivenza tra Cosa nostra e lo Stato. Senonché, a dispetto di ogni sforzo dimostrativo da parte della Corte d’assise palermitana, la tesi di un patto ordito da vertici istituzionali rimane un’ipotesi tutt’altro che dimostrata con quel rigore probatorio che ci si dovrebbe attendere da un organo giurisdizionale: in più punti la ricostruzione storica –- come peraltro gli stessi giudici ammettono – si basa infatti soltanto su convergenze di elementi, deduzioni logiche o ipotesi dotate di un certo grado di plausibilità, per cui rimane in ogni caso aperta la possibilità di narrazioni alternative.


 

E la migliore riprova della natura fondamentalmente congetturale di questo tipo di storiografia giudiziaria è, paradossalmente, fornita dallo stesso pubblico ministero-simbolo del processo, cioè proprio Nino Di Matteo: il quale, in più di una intervista rilasciata dopo l’emanazione della sentenza, ha riconosciuto che occorrerebbe un “pentito di Stato” per fare finalmente chiarezza sui vertici istituzionali implicati nella trattativa.


 

     Se è così, siamo allora ben lontani da verità acquisite secondo quella logica probatoria dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” che dovrebbe, secondo lo stesso codice di rito, orientare l’accertamento processuale dei fatti che fondano la responsabilità penale. Così stando le cose, ne deriva dunque che sono a tutt’oggi legittime letture divergenti delle vicende italiane dei primi anni ‘90. Ma prenderne atto rende, appunto, del tutto inammissibile – anche sul piano della deontologia professionale – che il magistrato Di Matteo condivida o assecondi, manifestandolo pubblicamente, l’infamante etichetta di “negazionisti” rivolta a studiosi che avanzano riserve critiche nei confronti del processo- trattativa.

     E sarebbe il caso anche di prendere una buona volta atto che, tra gli storici di mestiere, non è il solo Salvatore Lupo a disconoscere la centralità della cosiddetta trattativa nella storia italiana dell’ultimo venticinquennio. Consultando la storiografia più recente e qualificata sugli anni dal dopoguerra ad oggi, così come rappresentata ad esempio da autori come Guido Crainz, Giovanni Orsina ed altri, ci si avvede che mai viene presa in considerazione, o soltanto affacciata l’ipotesi che la transizione dalla prima alla seconda Repubblica sia stata fortemente condizionata da occulte alleanze criminali col potere mafioso. Miopia della storiografia professionale o sopravvalutazione della mafia da parte dei giudici-storici?


 

Che possa esserci, in una parte della magistratura penale, una sorta di pregiudizio “mafiocentrico” o “criminocentrico” nell’interpretare la storia politica, con la conseguente tentazione di appiattirla sulla dimensione criminale, vi sono in effetti ragioni per sospettarlo.

Infatti una storia ricostruita in chiave giudiziaria risente, inevitabilmente, della logica intrinseca al processo penale: una logica che obbliga a ricondurre a forme di colpevolezza individuale, o di complicità criminosa, dinamiche politiche complesse e ambigue proprio per la molteplicità dei fattori eterogenei che le condizionano.


     Per cui tali dinamiche trascendono, per incommensurabilità, l’eventuale reato commesso da questo o quell’attore istituzionale. Ma vi è di più. La tentazione di leggere la storia nazionale come storia criminale, già emblematicamente affiorata nel processo del secolo (scorso) a carico di Giulio Andreotti, può ricevere ulteriore impulso (anche inconscio) da una certa propensione di alcuni settori della magistratura ad autoassegnarsi il ruolo di unica istituzione in grado di contrastare la degenerazione della politica e di distinguere, a vantaggio dei cittadini, tra esercizio buono e esercizio cattivo del potere politico.


 

     Ma questa pretesa, oltre a esorbitare dalle competenze e dalle capacità di prestazione della giustizia penale, provoca per altro verso effetti distorsivi del pubblico dibattito democratico. Se ad esempio un pubblico ministero dotato di carisma politico-mediatico afferma in televisione che la trattativa è la dimostrazione che la politica e la mafia in Italia sono strettamente compenetrate, non poche persone saranno indotte a credergli proprio perché a dirlo è un magistrato antimafia, in quanto tale accreditato di un superiore potere veritativo. O saranno portate a credergli perché la tesi dello Stato criminale conferma i loro radicati pregiudizi. È evidente che tutto ciò non giova al buon funzionamento del nostro sistema democratico. “

 

Fonte: IL FOGLIO, Giovanni Fiandaca, 20 gennaio 2019

 

 

 

Sono molti altri i punti che Fiandaca tocca nel libro “la mafia non ha vinto”, alcuni dei quali strettamente condivisi con il suo coautore Salvatore Lupo, affermato storico specializzato proprio nella storia della mafia siciliana.

 

Partiamo dal punto sul conflitto tra verità giudiziaria e verità storica.

Fiandaca sostiene esistere un pregiudizio che definisce “mafiocentrico” nel lavoro dei giudici che hanno istruito il processo e in più sostiene che questo pregiudizio sia frutto di un percorso storico sociale che lo ha consolidato nel tempo. Le risposte che i magistrati vogliono trovare cioè, sembra si vogliano cercare senza possibilità di alternative nel contesto di un patto solidale tra mafia e Stato.

Questo avrebbe condizionato lo stesso principio alla base di un processo, che già celebra i suoi colpevoli prima di averne trovato i moventi, le prove e i contesti del loro crimine, per il sol fatto che “deve esistere una contiguità tra Stato e Cosa nostra”, e che tutto ciò sia da dimostrare solo giuridicamente, dal momento che storicamente deve essere dato per certo.

 

Laddove quindi esista una verità storica, essa non e garantisce anche l’eventuale responsabilità penale sul fatto in sé, bisogna dimostrarne l’illegittimità legale e giuridica. Fatto storico che Fiandaca e Lupo mettono in discussione, ponendo interessanti domande e riflessioni, che pure a mio giudizio, si tradiscono nei presupposti stessi del loro principio di “possibilità altra”.

 

Un secondo punto riguarda l’esposizione mediatica alla quale i magistrati protagonisti si “sarebbero esposti” allo scopo di trarne vantaggio in termini di autorevole notorietà. Unitamente a questo punta il dito anche sul tono dei libri scritti dai magistrati, e scrittori dell’ultima ora (forse comprende anche me) che individua come troppo giornalistico e incentrato sul “racconto di una narrativa suggestiva” che pare abbia come scopo quello di raccogliere consenso sociale.

 

Per la questione dell’approccio storico nelle indagini, mi viene in mente che la contraddizione che il professore non vede o non vuole vedere, la suggerisce egli stesso quando ritiene di dover separare i due strumenti di ricerca della verità.

Se poggiassimo tutte le speranze sulla legge e le sue applicazioni non potremmo non evidenziare il fatto che proprio la storicità del fenomeno ci ha insegnato quanto inadeguata sia stata la giurisprudenza nell’identificare ciò che poteva essere reato e ciò che non lo fosse.

Il reato di “associazione mafiosa” non sarebbe mai stato possibile se non si fosse preso in considerazione che “un atteggiamento consolidato nel tempo” nascondeva i presupposti alla concreta posa in opera di esecuzioni criminali.

 

Fino al 1982 per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all'art. 416 c.p. (associazione per delinquere), ma tale fattispecie risultò ben presto inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafioso, e le sue manifestazioni tipiche. Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve n'erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all'applicazione dell'art. 416 del codice penale.

Ad introdurre nel codice penale l'articolo 416 bis (delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso) fu la legge 13 settembre 1982, n. 646 promulgata, a seguito dell'omicidio del segretario del Pci regionale Pio La Torre (avvenuto il 30 aprile 1982) e di quello del prefetto di Palermo, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (avvenuto il 3 settembre, nella Strage di Via Carini).

Paolo Borsellino, commentando la sentenza su Dell’Utri, ebbe a formulare quel principio per il quale “non ci si può schermare dietro la sentenza” dal momento in cui la legge si muove nei contesti ad essa concessi e con le garanzie di fatto, per le quali è possibile non imputare qualcuno di reato ma che questo non significhi che sia innocente.

Ciò vuol dire anche che la giurisprudenza ha bisogno di costruire percorsi logici e connessioni che se di fatto non contemplano l’individuazione di un reato, possono illuminare contesti nei quali l’atteggiamento di persone coinvolte, diventi foriero per taluni, di espliciti consensi e contingenze che nella sostanza appaiono illegittime e illegali. Esattamente quanto è accaduto con le imputazioni di Mario Mori, De Donno e Subranni.

 

Fiandaca trova irrilevante e fuorviante l’approccio storico espresso da magistrati, ch’ egli sostiene impreparati all’analisi storica. Se con questo però si spiega come sia possibile, a dire del suo collega storico Lupo, dichiarare che “non è vero che lo Stato è debole e ha dovuto trattare, ma al contrario è stato forte e lo ha dimostrato con la cattura di molti mafiosi e molti boss tra i quali i capi indiscussi di Cosa nostra”, non si spiega però e non ci spiega come questo sia avvenuto in un biennio seguito a oltre venti anni di fallimenti tragici. Finisco il concetto dopo aver chiuso il cerchio.

 

L’altro aspetto riguardante l’esposizione mediatica e la condivisione retorica dei successi della magistratura, appare altrettanto sconfortante.

Devo ancora citare: “ la lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere solo una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e sociale, che coinvolgesse tutti, in special modo le giovani generazioni, le più adatte a riconoscere subito il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della contiguità e quindi della complicità.” E ancora “ […] al di là degli sbocchi giudiziari del maxi processo, l’inchiesta ha avuto importanza proprio perché è stata diffusa […]

 

Sono le parole del Giudice Paolo Borsellino che riteneva da un lato fondamentale il sostegno mediatico all’indagine, dall’altro una lettura della stessa, che uscisse fuori dall’ambito giuridico e investisse le logiche anche narrative, se vogliamo, di quanti possono parlare del fenomeno, e insieme una lettura più ampia che non sia solo e semplicemente quella dell’individuazione corretta dei reati, che pure deve essere precisa e pertinente, ma evidentemente da sola non basta a spiegare e individuare gli elementi fattuali tanto cari al professor Fiandaca.

 

I “titoloni” dei giornali che suonano sensazionalistici sono endemici della scrittura giornalistica, è ovvio, e l’approccio giornalistico di testi sull’argomento forse ne ricalca il tono, ma c’è da dire che questo è stato lo strumento con il quale la società civile si è avvicinata e ha cominciato a parlarne come di un fatto reale e non più presunto.

 

Chiudendo il cerchio quindi.

Se lo Stato si è dimostrato forte tra il 1992 e il 1994, mettendo agli arresti Totò Riina, se lo stesso Stato di cui parliamo ha avuto bisogno proprio di un movimento culturale che obbligasse tutte le istituzioni ad osservare da vicino quel fenomeno che prima del maxi processo era ritenuto “un modo di fare” e non un reato, se lo ha fatto “obbligato dalla contingenza sociale e direi storica” di un’attenzione della società civile, che non offriva più il suo consenso passivo a quello Stato latitante che ora si “vedeva costretto” a reagire, mostrando sì la sua forza ma insieme a questa rendendosi colpevole di non averlo fatto prima e per tempo, quale colpa possiamo trovare nella rilettura “mafiocentrica” e “ pattizia” tra Stato e mafia, in un nuovo ambito nel quale sono i fatti storici a indicarci la coazione a ripetere di uno Stato, che si muove sinuosamente tra i tempi di ieri e di oggi, mantenendo le costanti di una convergenza tanto evidente da dover essere giustamente ricercata anche penalmente.

 

Come si può, in conclusione, non osservare una posizione dello Stato nebulosa nei confronti di quella lotta senza quartiere, che non ha bisogno di essere tenuta nascosta ma al contrario va palesata e manifestata. Non possiamo davvero credere alla bontà di affermazioni che vedono l’operato di uomini dei Servizi, del Ros e del Governo, come strategie “legalmente occulte” perché funzionali alle investigazioni che hanno bisogno di riservatezza.

 

      Nell’articolo sopracitato, Fiandaca non parla della sua posizione riguardo l’operato di Mori. Nel libro lo fa. Egli sostiene trattarsi di una procedura forse “borderline” di sicura pertinenza di un nucleo come quello speciale dei Carabinieri, in relazione anche alle teorie e tecniche investigative dettate sul campo dal Generale Dalla Chiesa. Il professore dimentica però che il Generale non fece mai mistero delle sue teorie e tecniche, e nelle sue operatività di massima, non si comportò mai con quella “oscura autonomia” tipica invece dell’operato di Mori.

 

Inoltre Dalla Chiesa che usava la tecnica del “lasciare il pesce piccolo in giro perché portasse allo squalo”, non mi pare abbia mai lasciato uno squalo in giro...ah si...Fiandaca ricorda Cutolo.

Il professore però anche qui trascura il fatto che il terrorismo non è la mafia, e ancora una volta abbiamo bisogno del contesto storico perché quanto dico abbia valore. Non mi sembra si possa immaginare il Generale Dalla Chiesa, predisporre gli uomini sul campo, osservare Bernardo Provenzano a poche centinaia di metri, per decidere di lasciarlo andare...per catturarlo poi magari insieme a chi altri? ( cosa che fece proprio Mori nella circostanza dell’operazione Oriente, nella quale l’infiltrato mafioso Luigi Ilardo si offrì di consegnare il boss, che venne invece lasciato andare liberamente).

Bernardo Provenzano, verrà catturato nel 2006. 13 anni dopo Riina e dopo 43 anni di latitanza. Uno Stato forte che sconfigge la mafia, impiega 26 per l’uno e 43 per l’altro? Forse all’epoca Cosa nostra era più forte dello Stato (che allora non è così forte), oppure si è indebolita ed è stata colpita proprio nel momento in cui l’Italia si trovava distrutta e frammentata politicamente dall’inchiesta “mani pulite”.

 

Certo lo Stato si è dimostrato all’altezza nel 1986 con il maxi processo, arrivato però dopo morti eccellenti, e vent’anni di una mafia forte e incontenibile. Certo, lo Stato ha reagito nel 1993 con la cattura di Riina, arrivata dopo l’insurrezione di una comunità civile che individua proprio nello Stato il complice e colpevole numero uno...e doveva tenersi l’accusa?

 

      Come sia possibile pensare che la forza repressiva si attivi e si spenga senza una continuità logica. E la logica, i magistrati come possono trovarla nell’indagine sul campo alla ricerca di prove, se non attraverso proprio il contesto storico nel quale si muove il fenomeno?

Sul ministro Mannino, il professore si esprime nello stesso modo. Ritiene che anche il Governo si muova e abbia il diritto di farlo seguendo strategie “non ortodosse”. Starebbe anche bene. Mi domando allora, come mai questa verità tanto legittima, abbia avuto bisogno di un processo per dichiararsi tale. Come mai la tanto “non ortodossa” strategia, prevedeva che Mannino, terrorizzato dall’idea di essere il futuro obiettivo di Cosa nostra dopo Lima, non prevedesse di coinvolgere tutte gli organi preposti alla sicurezza, muovendosi così con quella “forza” che Salvatore Lupo e Fiandaca riconoscono allo Stato! C’era bisogno quindi di operatività singolari e al limite, in una nazione che pure ci vogliono raccontare preparata e dinamica nella lotta alla mafia! Questo è un controsenso che proprio non capisco.

 

     Veniamo ora ad una disquisizione più teorica. La legittimità di una trattativa.

Secondo Fiandaca, il diritto moderno non definisce illegali alcuni atteggiamenti immorali. Il fatto quindi di aver titolato il processo “la trattativa Stato mafia” e di averlo corredato di aggettivi come “esecrabile”, “orribile” “vergognosa”, ha contribuito a suggerirne oltre alla immoralità, anche la stessa rilevanza penale.

Non sono io che devo ricordare al professore che il capo di imputazione non è “trattativa”, non previsto dal codice penale, ma il “ violenza o minaccia al Corpo Politico dello Stato”. Anche qui, Fiandaca cala l’asso della sua indiscutibile preparazione giuridica. Identifica prima di tutto il vizio per il quale il “Governo” non sia espressione di un corpo politico (come invece lo è un Comune) e che il reato imputato (che il professore descrive come “il topolino partorito dalla montagna”), sia tenuto in poca considerazione dalla giurisprudenza e si applichi nelle situazioni “di tafferuglio per le quali si impedisca il regolare svolgimento delle operazioni di un consiglio comunale”.

 

Invoca invece il reato di concorso in strage, che a suo dire sarebbe stato quello da individuare se ne fossero effettivamente riscontrabili i presupposti.

Ancora una volta tocca a me (ignorante) l’infelice compito di ricordare che il reato contestato a Mori che più si avvicina al “concorso” fu quello di favoreggiamento. Dal quale l’oggi generale è assolto perché non è dimostrabile l’intenzionalità e quindi la volontà di causare con questa un dolo.

In sostanza, le motivazioni che hanno fin ora prodotto una condanna a 12 anni per Mario Mori, non sono d’ attribuirsi né d un favoreggiamento, né alla messa in atto di alcuna trattativa.

Si tratta di una condanna per le modalità con le quali “attraverso la trattativa” ( che non è reato), si sia suggerito, direttamente o indirettamente a Cosa nostra, che lo Stato era disposto ad ascoltare le richieste della mafia, e per contro, anche disposto a concederne gli effetti, in cambio di una nuova pax.

“Di aver lasciato intendere”.

 

     Ma qui, per restare in quell’ordinamento tanto caro al giurista, dobbiamo riprendere quanto riportato in dibattimento riguardo le parole del Mori, da esso rese anche nelle sue dichiarazioni spontanee.

Mori afferma di aver incontrato Vito Ciancimino, il 5 agosto 1992, e di aver in quell’occasione riferito immediatamente con lui riguardo una possibilità di dialogo con i vertici di Cosa nostra.

 

Le sue parole esatte furono “ che cos’è questo muro contro muro!! Non si può parlare con queste persone?”. Qui servirebbe un analista del linguaggio per trovare in questa frase un significato diverso da quello evidente!! Una visione suggestiva di questo contesto suggerisce che l’intento di Mori non fu quello di intavolare una trattativa, ma quello invece di lasciarlo credere. Peccato questa teoria non sia la sua, dal momento che egli non afferma ciò, ma sostiene che il suo intento era quello di avviare un “dialogo investigativo” con l’unico fine di avere maggiori informazioni utili alla cattura dei latitanti.

 

E dunque: se si vuole avere informazioni sui latitanti, perché poi si vogliono anche catturare, a quale scopo far loro sapere che si raccolgono informazioni utili alla loro cattura?

Va precisato che Mario Mori ha deciso di rilasciare “dichiarazioni spontanee” seguendo una precisa strategia processuale per la quale così facendo si sottraeva legittimamente alla formulazione di tesi accusatorie in sede d’esame, garantendosi dunque di poter “ricostruire” la vicenda per proprio conto e secondo legittima convenienza.

 

Ciò detto allora, ricorderò che fu proprio lui a definire “il dialogo investigativo” col termine di “trattativa” per ben tre volte. Capisco che non possiamo o non dovremmo attaccarci ai termini, ma se lo accetto io, allora dobbiamo accettarlo con il conseguente risultato, di doverci ancora affidare ad una “logica interpretativa” e non del tutto alle contingenze giurisprudenziali.

 

Se vuole che lasci da parte la logica, il professore deve ammettere che giuridicamente la cosa scricchiola.

 

L’illegittimità della trattativa può anche essere messa in discussione, riducendo la stessa ad una semplice strategia, ma se per imperizia, o incapacità attraverso questa si giungesse a risultati imprevisti e tragici, bisognerebbe dichiararne penalmente rilevanti almeno i risultati. Mi pare.

Ma Fiandaca sostiene che la morte di Borsellino non sia da imputare alla trattativa in corso.

Di Matteo, (il magistrato che più di tutti è il protagonista dell’inchiesta) nonostante i primi successi del processo di primo grado, invoca la fortunata circostanza nella quale si presentasse un “pentito” che volesse finalmente dirci come sono andate le cose. Lascia aperta la porta quindi alle discussioni, rimandando l’elezione di una verità a circostanze e fatti incontrovertibili. Su questo Fiandaca non solo è d’accordo ma lo ritiene uno dei motivi per i quali il processo nei fatti sia una “boiata”.

 

Non abbiamo una vera e propria dichiarazione, ma possiamo mettere insieme alcuni fatti. Nel farlo non posso dilungarmi sull’intera vicenda Borsellino, (l’ho fatto nel libro “armi di distruzione di mafia, 2018, disponibile su Amazon) ma desidero individuare alcune conferme contestuali.

 

Salvatore Cancemi, è stato un capomandamento di spicco e ora collaboratore di giustizia. Insieme a molti atri “pari grado” sostiene che se l’attentato di Capaci rientrava in un ordine di strategie costruite all’interno dell’organizzazione, quello di Via D’Amelio, sembrò a tutti anomalo sia per l’obiettivo che due altre ragioni precise.

 

La prima.

 

Il 9 agosto del 1992 si sarebbe tenuta la votazione per l’approvazione del decreto 41 bis (il noto decreto sul carcere duro per i boss mafiosi) , per il quale molti esponenti anche tra i magistrati di idee garantiste avrebbero opposto il loro voto. Non aveva alcun senso “agitare le acque” in quel momento. Quello che avvenne non fa pensare ad una strategia tipica di Cosa nostra. ( Salvatore Lupo afferma che non ci sarebbe nulla di strano nel pensare ad un errore della mafia!).

Il 19 luglio viene ucciso Paolo Borsellino. (ricordare la scorta è un dovere non retorica) Insieme a lui muoiono Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, e Claudio Traina. Si salvò solo Antonio Vullo perché manovrava la sua auto per riposizionarsi su quella infame strada senza uscita.

L’attentato gettò l’intera opinione pubblica non solo nello sgomento (sarebbe solo giornalistico!) ma nella più totale e diffusa volontà di ribellione. Mai si sera assistiti ad una tale rivendicazione di desiderio di giustizia e verità da parte della società civile. Questa reazione obbligò anche i più riottusi, a votare a favore la notte stessa, per l’approvazione del decreto.

 

Quanto appare basterebbe già a farci sospettare che Cosa nostra, avesse ricevuto spinte esterne volte all’accelerazione di quella sentenza di morte, che con tutta probabilità sarebbe stata eseguita comunque.

Se non bastassero le dichiarazioni di Cancemi e soci, ci vengano in soccorso le intercettazioni del 20 agosto 2013, di Totò Riina che nel carcere di Opera di Milano confida al suo compagno di passeggiate alcune preziose informazioni.

 

Riporto per l’intero passaggio alcuni brani di un articolo del Giudice Scarpinato.

 

La seconda.

[…] Il 9 agosto 1992 scadeva infatti il termine per convertire in legge il decreto legge n, 306 voluto da Falcone che aveva introdotto il famoso 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Come è stato accertato nel processo sulla trattativa Stato-mafia, si aveva la certezza che il decreto legge non sarebbe stato convertito in legge perché in Parlamento esisteva una solida maggioranza garantista che riteneva quellarticolo in contrasto con i principi costituzionali. Era evidente, dunque, che la decisione più conforme agli interessi di Cosa Nostra sarebbe stata quella di attendere l’esito del voto parlamentare del 9 agosto e incassare il risultato della vanificazione del 41 bis. Invece eseguire la strage prima del 9 agosto, cambiando i programmi, era assolutamente controproducente perché - come infatti puntualmente avvenne - era prevedibile che l’ondata di sdegno popolare conseguente alla seconda strage avrebbe indotto molti parlamentari a retrocedere dalla loro precedente decisione, convertendo il decreto.
Di fronte alla motivate perplessità degli altri capi, Riina tagliò corto assumendosi la responsabilità di quanto sarebbe accaduto. E fu a quel punto che alcuni di loro capirono che Riina taceva qualcosa che evidentemente non poteva dire neanche a loro. All’uscita dalla riunione in cui era stato comunicato quel cambio di programma,Raffaele Ganci, prestigioso capo mandamento, aveva commentato:“Questo è pazzo, ci vuole rovinare tutti quanti”, come ha riferito il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi. Lo stesso Cancemi in occasione del suo esame dibattimentale nell'ambito del processo per la strage di via d’Amelio, ha dichiarato:“Io ho capito che Riina aveva preso un impegno e doveva rispondere a qualcuno”.In altri termini aveva capito che Riina stava assecondando interessi che non coincidevano con quelli di Cosa Nostra e anzi li ponevano in secondo ordine. Come è stato rilevato nella motivazione della sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l’intuizione di Cancemi è stata confermata dallo stesso Riina il quale nel corso di una conversazione intercettata il 6 agosto 2013 all’interno del carcere Opera di Milano, confidò al suo interlocutore che mentre la strage di Capaci era stata studiata da mesi, quella di via d’Amelio era stata invece “studiata alla giornata”, perché, come aggiunse in una successiva conversazione del 20 agosto:“Arriva chiddu, ma subito… subito… Eh… Ma rici… macara u secunnu? E Vabbè, poi ci pensu io… rammi un poco di tempo ca…”. E cioè era arrivato qualcuno che aveva detto che bisognava fare quella strage “subito, subito” e Riina aveva chiesto di dargli un poco di tempo.[…]

 

Fonte: antimafia2000

 

Quanto descritto è verità giudiziaria. Poi se volgiamo, anche storica ormai.

 

Vi è poi la questione secondo la quale, per il Professor Fiandaca e il Professor Salvatore Lupo, non si può parlare di Anti Stato. Sarebbe cioè improbabile e ridicolo. Su questo sono concorde. Non si può parlare di “deviazioni” e di apparati “deviati”. Lo dico da tempo. L’unica deviazione evidente è quella che porta verso la “legalità”.

    Io non ho problemi ad ammettere che proprio la storia ci insegna come da sempre sono esistite aree di “larga intesa” tra la mafia siciliana e gli organi dello Stato. Non ho problemi a riconoscerlo insieme al fatto che queste aree si sono sempre evolute nella loro ampiezza, in relazione ai tempi e agli obiettivi. La teoria del complotto che vede una Stato sempre pronto a sacrificare i pezzi migliori della sua scacchiera, mi trova meno disponibile se con questa volessimo affermare che preterintenzionalmente lo Stato si applichi all’eliminazione di uomini percepiti come “pericolosi” e trasversali ai poteri occulti.

Mi sembra però altrettanto paradossale non considerare che individuando uno scopo criminale, l’effetto di una passiva attività di prevenzione e protezione, risulti almeno ambigua e suscettibile di qualche dubbio di collusione e contiguità. In altre parole, o si uccide o si lascia che si uccida, la colpa non cambia.

 

Dovremmo altrimenti tornare a discutere della debolezza dello Stato davanti agli omicidi come quello del Generale Dalla Chiesa, per il quale non so quale forza dello Stato individuare.

Dovremmo tornare a discutere delle difficoltà nelle quali fu posto immediatamente dopo il maxi processo lo stesso Falcone, al quale fu reso praticamente impossibile, continuare il suo lavoro. Perché fu smantellato il pool antimafia che aveva certamente dimostrato di quale capacità offensiva,

era dotato “quello Stato”. Perché ancora oggi, non si riesce a fare chiarezza sulla scomparsa di documenti come l’agenda di Borsellino, dal momento che ogni video e foto della strage dimostra l’assenza inequivocabile sul luogo di uomini riconducibili a Cosa nostra.

     

     Se poi si volesse andare a fondo nelle cose, si potrebbe discutere a lungo della gestione “confusa e misteriosa” dell’Operazione Oriente, nella quale sotto la gestione Mori (ancora lui), fu lasciato fuggire Bernardo Provenzano e fu ucciso l’infiltrato Luigi Ilardo, casualmente individuato come futuro collaboratore, da una dichiarazione del Tinebra, Procuratore di Caltanissetta che, "inopportunamente" fece trapelare la notizia della prossima collaborazione dell’infiltrato.

    E se non possiamo parlare di Anti Stato, dovremmo chiederci ancora molte cose, sulla scomparsa dei diari di Giovanni Falcone, e della morte violenta dell’informatico che ne gestiva i contenuti.

    E ancora potremmo domandarci con quanta assoluta certezza, il commando di mafiosi uccise Ninni Cassarà che tornava a casa per pranzo, “fuori programma” sulle sue abitudini, e senza avvisare la moglie.

     E se non bastasse a parlare di Anti Stato, potremmo interrogarci sul perché oggi non abbiamo ancora una verità “pulita” sulla morte del medico chirurgo Attilio Manca, nel quale contesto non vi è una chiara dinamica dei fatti per i quali nonostante le dichiarazioni e le indagini tenute da quel Gava radiato dalla Polizia per falso ideologico, non si sia mai manifestata un volontà di quello Stato forte che combatte, nella ricerca di una verità da restituire ai famigliari.

 

Potrei continuare così e riempire il resto delle pagine, se non bastasse credo anche solo lo spiraglio del legittimo dubbio, a muovere verso un approccio investigativo, che non potrebbe proprio per i fatti esposti, non configurarsi con la necessità di costruire il contesto storico della contiguità tra “organi dello Stato” e la mafia o le mafie, e per questo sfortunatamente per noi proprio “mafiocentrico” e “pattizio”.

 

In qualunque modo si voglia vedere la cosa il risultato non è comunque accettabile dal momento che, o si inquadrano i fatti descritti come riconducibili ad una mafia potente contro uno Stato debole, o se si vuole tenere la linea e l’idea di uno Stato che dimostra invece forza, ne risulta dunque complice e colpevole.

 

E se ci venisse in mente che pure certi fatti si possono verificare con “l’ausilio” di poche persone e non certo di tutta una istituzione, dovremmo contarli proprio tutti, per concludere che sono davvero tanti “per non accorgersi di queste poche persone”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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