I limoni alla base nella nascita della mafia siciliana.

July 3, 2019

 

Tutti abbiamo visto almeno una volta un film sulla mafia, di quella per intenderci “con la coppola” e la lupara”. Abbiamo imparato superficialmente il gergo e quel modo di fare così “siculo”, che nel tempo è diventato o è finito per sembrare il modello di “mafioso siciliano”. Il mafioso cammina dunque a cavallo tra i covoni di grano giallo e una Sicilia povera e arcaica. Il mafioso si fa rispettare per il timore che incute anche in qualità di membro di un “clan” esclusivo che vive sotterraneo e misterioso, che non manca mai però di “far sentire” la sua presenza. La scena tradizionale del “morto ammazzato” del quale in ogni modo lo stesso assassino può dire indistintamente secondo convenienza “ era n’infame” o “ bonu cristianu era”...è letteratura. La verità è un’altra.

 

    Dopo l’icona letteraria, anche la “prima ricerca storica” si è lasciata influenzare dai cliché e dagli stereotipi, eleggendo erroneamente alcuni archetipi come “origine” del modello mafioso.

Per molto tempo si è pensato che la mafia siciliana, che non si può chiamare ancora Cosa nostra, nasca nell’entroterra, tra le aree più povere della regione. Il brigante protegge i gabellotti o è egli stesso un affittuario di “pezzi” di terra dai quali trae l’economia della sua sopravvivenza. Oppure appare al servizio di un possidente che si circonda di uomini di “malaffare” perché operino sabotaggi alle tenute agricole rivali e impongano l’acquisto e i prezzi di mercato a favore del “padrone”. Cose pure vere...per certi versi.

 

Questi concetti e principi “fondanti” delle origini, diremmo quasi mitici, hanno avuto come conseguenza quella di costruire il falso costume, anche tra gli stoici e gli accademici, che la mafia nasca come organizzazione povera e si vada poi industrializzando in tempi moderni, rispondendo alle esigenze del tempo. Niente di più sbagliato. La mafia è sempre stata industriale. La visione contadina non è fedele ai principi che la vedono nascere e svilupparsi. In altre parole, non poteva prosperare un’organizzazione che doveva “badare” agli interessi dei suoi adepti, semplicemente “vessando la miseria contadina”. La prospettiva di guadagno, al contrario, si intuisce e nasce sulla parte più ricca dell’isola e quella meglio organizzata dal punto di vista commerciale.

 

L’affare mafioso che costituisce le fondamenta del fenomeno si trova nella coltivazione e nella esportazione dei limoni.

 

    Siamo nella prima metà degli anni settanta del 1800. Le tenute agricole che si affacciano sulla costa e in particolare nella zona di Palermo sono tutte a base di agrumi. Da qualche tempo si assiste ad una interessante economia di esportazione tra la Sicilia gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Basti pensare che già nel 1840 si erano esportate circa 400.000 casse di limoni, e nel 1850 si era raggiunta la cifra di 750.000 casse. Alla metà degli anni Ottanta si arriva a ben 2.500.000 tra limoni e arance.

 

Per comprendere come le prime arcaiche forme di organizzazione criminale abbiano visto e individuato l’ affare, dobbiamo considerare il processo produttivo di una tenuta agricola di questo tipo.

Occorrono infrastrutture imponenti, come la bonifica dei terreni, la costruzione di canali di irrigazione e apparati di pompaggio dell’acqua, alte e robuste pareti che proteggano dal vento e dalle intemperie i fragili arbusti nella loro crescita. Una economia di questo tipo impiega dagli otto ai dieci anni per portare risultati sensibili che ne giustifichino l’ingente investimento. Siamo quindi in presenza di un’impresa “fragile e attaccabile” che con poco può essere messa in ginocchio.

Le prime minacce di esponenti della criminalità pseudo organizzata si rivolgono proprio verso questo tipo di fragile economia. I proprietari non hanno difesa contro gli atti di vandalismo che vedrebbero compromessa l’intera azienda agricola.

 

“L’affare” consiste nell’attività naturale di “controllo” delle tenute. Le “guardianerie”. I primi mafiosi dunque impongono la presenza di guardiani selezionati, contro la minaccia di contaminare, o distruggere il raccolto.

 

C’è poi da aggiungere che proprio il tipo di economia prevedeva la possibilità di vendere il futuro raccolto, tramite accordi di esclusiva previo anticipi sull’acquisto, prima che gli alberi arrivassero a maturare i frutti. Era necessario cioè capitalizzare l’investimento ben prima di avere concretamente il prodotto commerciale. Questo secondo aspetto rappresenta una ghiotta occasione per il mafioso che minacci il proprietario della tenuta, dal momento che potrebbe sabotare il raccolto, mettendo in seria difficoltà l’imprenditore nei confronti dell’acquirente, che ha già sborsato congrui anticipi per l’acquisto degli agrumi.

 

Una economia dalla struttura fragile quindi, diventa il terreno di “allenamento” della prima forma di mafia organizzata.

 

L’esempio storico, ce lo consegna quello che possiamo considerare il primo “vessato” della storia della mafia siciliana. Il primo del quale abbiamo documentazione.

 

    Si tratta del chirurgo Gaspare Galati. Sappiamo di lui, perché lo stesso fu uno dei primi se non il primo a documentare la vicenda, attraverso relazioni che via via inviava alle autorità e in forma più organizzata, alla fine del suo calvario, come una sorta di dossier, ricco di avvenimenti, considerazioni e analisi critiche sul fenomeno che si stava in quegli anni organizzando nelle forme che avremmo poi riconosciuto.

 

   Il Dottor Galati si trovò nel 1972 ad amministrare il Fondo Riella, che faceva parte di una ricca tenuta nella zona di Malaspina . Il fondo era ben organizzato e vantava una tecnologia importante come una macchina a vapore che alimentava di energia elettrica le pompe per l’irrigazione.

Il precedente proprietario , cognato del Galati, era morto di infarto a causa delle preoccupazioni derivanti da alcune lettere di minaccia che aveva ricevuto.

Si scoprì che a scrivere le lettere, (in realtà a dettarle) fu il guardiano della tenuta, Benedetto Carollo. A dire del Galati, il guardiano si atteggiava come fosse egli il proprietario della tenuta. Teneva per sé fino al 20/25% del prezzo di vendita e sottraeva il carbone necessario alla macchina a vapore, che poi evidentemente rivendeva.

Il piano di Carollo era ben altro però. Proprio come abbiamo descritto in precedenza, anche l’azienda del Galati vendeva gli agrumi su prelazione, per tutelare l’investimento iniziale, e coprire il rischio di annate difficili. Si venne a sapere che Carollo distrusse un gran quantitativo di agrumi già venduti, con l’obiettivo di danneggiare l’immagine dell’azienda che avrebbe visto crollare quindi il proprio valore. Lo scopo era quello di acquistarla poi per poco. Si noti in questo una grande modernità di pensiero.

 

    Al momento di prendere il controllo diretto dell’azienda, Galati per evitare le vessazioni che avevano ucciso il cognato pensò di affittarla. Ovviamente Carollo non mancò di minacciare ogni potenziale affittuario. Carollo a questo punto venne licenziato e Galati assunse un guardiano onesto.

La sera del 2 luglio 1984, il nuovo guardiano venne ucciso in un attentato.

Il gruppo di fuoco aveva usato quella che sarebbe divenuta una tecnica precisa e spesso utilizzata negli anni a venire. Si erano riparati dietro una barriera di pietre che avevano costruito ad arte per l’occasione e da lì avevano aperto il fuoco al passaggio della vittima. Carollo fu denunciato come sospettato dell’omicidio dal figlio di Galati, ma la polizia arrestò due ignari personaggi che furono ovviamente rilasciati perché con i fatti non c’entravano nulla.

 

Galati assunse un altro guardiano, anche se la situazione lo metteva nella difficoltà di trovarne di fidati. All’indirizzo del chirurgo giunsero molte lettere nelle quali senza troppi giri di parole si dichiarava quale errore avesse commesso nel licenziare un “uomo d’onore” come Carollo e l’aver invece assunto “un’infame spia”. Galati dopo tutta la vicenda terrà a precisare come anche la terminologia usata avesse suscitato l’idea che dietro a quelle parole si celasse un “linguaggio preciso” che andava studiato per essere compreso. Galati precisa come nel caso descritto si ribaltino i piani , “uomo d’onore” e “infame spia”, il primo da intendersi come “retto e di valore” il secondo come “ vigliacco e senza dignità”. La realtà vede, a dire dello stesso Galati, “l’uomo d’onore” come l’assassino e “l’infame spia” come la vittima. Così sarà fino ad oggi, almeno negli effetti pratici.

 

Sebbene anche questa volta il medico denunciò il fatto, come in precedenza, la polizia si comportò in modo stranamente superficiale, lasciando trascorre tre settimane prima di arrestare Carollo che dopo due ore fu rilasciato.

 

A questo punto Galati inserisce un altro elemento utile a decodificare quell’embrione che, vede muoversi le dinamiche arcaiche all’origine di una primitiva “organizzazione”. Le sue ricerche lo portano a comprendere che dietro ai fatti finora raccontati non può esserci la mano di una persona sola ma piuttosto una “collegialità” di interessi dei quali Carollo è un’estensione operativa. Individua un’area sensibile come incubatore del fenomeno, nella zona dell’Uditore, presso la quale una prima “congregazione” agiva sotto la copertura di una piccola confraternita di frati terziari dell’ordine di San Francesco, ed in particolare individua in questa, la figura di Padre Rosario. Il frate aveva un passato di “spia” durante il periodo borbonico ed era cappellano della prigione, approfittando di questo ruolo per porsi come latore di messaggi tra l’esterno e l’interno.

 

 

   Non era Padre Rosario il “capo della banda” . Il presidente della confraternita era un certo Antonino Giammona. Personaggio che si era guadagnato una posizione di prestigio durante i fatti che portarono all’Unità d’Italia. Il suo patrimonio, per l’epoca ingente, contava circa 150.000 lire. Si era reso protagonista di molti delitti di latitanti che aveva ingannato offrendo loro rifugio.

Galati non si lancia in teoremi del tutto personali. Conosce bene Giammona, perché aveva avuto in cura molti famigliari dello stesso tra i quali il fratello al quale aveva estratto due pallottole dalla gamba.

 

La mafia dell’Uditore aveva costruito il suo potere sulla base del racket e della protezione dei limoneti. Disponeva di una rete ben articolata di guardiani, fattori, intermediari, e si spingeva fino al controllo dei carichi e delle attività portuali di spedizione.

Compresa l’estensione del fenomeno, Galati si rivolse ad un magistrato. Delle sette lettere che aveva allegato alla denuncia, gliene furono restituite solo sei. La settima, quella che conteneva esplicite minacce nei termini difficili da smentire, era semplicemente “andata perduta”. Lo stesso magistrato ebbe a commentare la cosa con l’affermazione che “quel genere di circostanze e quel tipo di incompetenza, nel commissariato in questione era “moneta corrente”.

 

Le lettere minatorie continuarono ad arrivare spingendosi con quelle a minacciare anche le figlie del medico. Una in particolare va segnalata.

In una missiva si dava una settimana di tempo per licenziare il guardiano della tenuta. Alla scadenza dell’ultimatum, dato il fatto che Galati lo aveva voluto ignorare, Benedetto Carollo e due ex lavoratori del Fondo Riella avevano colpito a fuoco il guardiano. I tre furono arrestati come sospetti e sebbene le condizioni della vittima fossero gravi, la stessa ebbe a riferire che prima di svenire per le ferite aveva riconosciuto proprio i tre sospetti, posti in quel momento agli arresti. Galati si prodigò di accudire il guardiano giorno e notte, curandolo perché poi potesse testimoniare.

 

    Oltre alle minacce, il medico ricevette una informazione sostanziale, che traccia ancora come quei sistemi “antichi” non si discostano per nulla dai più moderni metodi di infiltrazione e controllo. Nelle lettere si diceva di essere a conoscenza delle informazioni che Galati riportava presso la magistratura, indicando così la presenza di un informatore nella polizia.

Galati riteneva a questo punto che una indagine accurata sui fatti avrebbe messo fine alla situazione e avrebbe fatto chiarezza sui metodi e su quanto si stava costituendo in seno all’organizzazione del crimine in Sicilia.

Una volta guarito il guardiano contattò Giammona con il fine di assicurarsi la pace. L’accordo fu sancito con un banchetto e la deposizione del guardiano mutò, facendo crollare le accuse, e poi, archiviando il caso.

 

Si giunge all’epilogo nell’unica maniera possibile. Galati, radunò la famiglia e i suoi averi e si trasferì a Napoli, abbandonando la tenuta e i clienti che si era faticosamente raccolto.

Non mancò però di raccogliere tutto in un dossier che inviò al Ministero dell’Interno a Roma, nel quale descrisse come in un villaggio di circa 800 persone si stesse assistendo allo sviluppo di una tentacolare forma di criminalità, capace di condizionare l’intera sfera delle istituzioni, e come la stessa esercitasse con spregiudicatezza la violenza senza escludere da questa donne e bambini.

Fu inviato un giovane magistrato. Emerse dalle indagini che il secondo guardiano assunto dal Galati era anche lui un mafioso e che quanto era accaduto, doveva inscriversi in quella che poteva essere una guerra tra bande.

 

    Anche ora che siamo arrivati in fondo, non mancano elementi che riportano ad atteggiamenti “noti” nelle strategie di interferenza mafiosa. Durante le indagini, Carollo ebbe (non sappiamo come) il permesso di cacciare nella tenuta del Fondo Riella. Tra i suoi compagni di caccia, si trovò anche un giudice della Corte d’Appello di Palermo. Altri influenti politici e ricchi possidenti presero le parti di Antonio Giammona. Gli avvocati difensori costruirono ad arte l’ipotesi che Giammona fosse stato preso di mira sol perché ricco e mal disposto a farsi derubare o truffare.

 

Perfino la legge cioè “vede” nelle manifestazioni criminali e nelle tecniche esecutive, un principio di “legittima difesa” degli interessi personali, da inscriversi sebbene illegali, in quello che per molto tempo sarebbe stato definito “un atteggiamento culturale”. O forse no. Semplicemente i legali di parte, contribuiscono a gettare le basi per un principio ben più pericoloso: l’impunità del mafioso.

 

In conclusione, la vicenda di Galati ci consente di comprendere chiaramente come la mafia siciliana ed in particolare quella che erroneamente chiamiamo “moderna”, non sia mai stata arretrata e improvvisata. Non siamo in presenza di quella immagine “romantica” del mafioso che difende i deboli perché parte di una giustizia endemica, distante dalla ben più istituzionale Giustizia nazionale, in un continente dimenticato dopo essere stato “complice e autore” della riforma unitaria che, ha si riunito l’Italia sotto una unica bandiera, ma si è ben guardata da coprire con la stessa, la Sicilia, abbandonandola al sole e alla miseria di campi da lavorare col duro lavoro delle mani.

Siamo invece davanti ad un fenomeno che nasce già fortemente industrializzato e che pone le basi sull’economia più importante dell’isola. La capacità di permeare le istituzioni, la comunità, sono armi che nascono bene affilate. Le logiche “imprenditoriali” di quella che ancora non possiamo chiamare “Cosa nostra”, hanno però tutto lo schema perfettamente definito che rimarrà immutato negli anni, e nella sua terribile efficienza.

 

Nessun campo assolato dunque. Nessun panorama brullo e misero. La Conca d’Oro è la culla della civiltà mafiosa, e i limoni il frutto aspro dal quale trae il seme la più grande e radicata e ramificata organizzazione criminale che il nostro Paese abbia conosciuto.

 

 

[cfr; John Dickie. Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana. Edizioni Laterza ]

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