Io sono Luigi Ilardo

July 1, 2019

"Mi chiamo Luigi Ilardo. Mi chiamo Luigi Ilardo. Mi chiamo Luigi Ilardo". Così comincia il libro "Il patto" di Nicola Biondo e Sfgrido Ranucci, che racconta l'Operazione Oriente e la tragica fine del "primo infiltrato mafioso" in Cosa nostra, Luigi Ilardo. 

 

 

    All'epoca dei fatti Ilardo propose la sua collaborazione con la giustizia in una chiave assolutamente inedita. Prima di diventare "collaboratore di giustizia", dal momento che nessuno ancora sospettava nulla sulle sue volontà, si propose come infiltrato nell'organizzazione criminale, con lo scopo di "consegnare" niente di meno che Bernardo Provenzano, all'epoca il numero uno della mafia Siciliana e latitante introvabile.

Ilardo cominciò la sua missione sotto la guida attenta di Gianni De Gennaro, famoso per la sua collaborazione con Falcone e Capo della Polizia, e l'ex colonnello  Michele Riccio. 

 

L'occasione era di quelle irripetibili. Per la prima volta, un mafioso "tradiva" nel vero senso del termine il "patto" con Cosa nostra. Non poteva non essere consapevole dei rischi che avrebbe corso. Abbiamo tutti imparato a conoscere la potenza di Cosa nostra e la sua grande capacità di controllo. Così pericolosa dunque l'operazione, che Luigi Ilardo era costretto a memorizzare (a mente) ogni informazione, numeri di targhe, di telefono, date, nomi...Il colonnello Riccio ogni sera lo incontrava e registrava le sue informazioni. 

 

    Ci era riuscito "Gino" a portare a poche centinaia di metri dal "covo" nella masseria di Mezzojuso le Forze dell'Ordine. Va fatta però, prima, una precisazione. Al momento cruciale dell'operazione, Gianni De Gennaro aveva già lasciato l'incarico affidando il colonnello Michele Riccio al Ros e alla persona di Mario Mori. Quel Mori. 

 

Mario Mori, numero 2 del Ros all'epoca dell'arresto di Riina, che però non perquisì la casa del boss, che nella cattura del pericoloso latitante Nitto Santa Paola, avrebbe "sbagliato indirizzo", facendo irruzione nella casa a pochi metri da quella del latitante,  di un cittadino qualunque, a sirene spiegate e col gruppo armato del Capitano Utlimo, scambiando per il boss Pietro Aglieri lo "sfortunato" Fortunato Imbesi, (semplice cittadino).  Che nel caso di cui ci occupiamo, assunse dunque la direzione della missione. Glie esiti sono tristemente noti.

 

    Ilardo era riuscito ad avvicinare tanto Bernardo Provenzano da entrare con il padrino in una certa confidenza. Riusci ad indicare ai carabinieri, luogo ora e data dell'appuntamento col boss. Mario Mori guidò l'operazione e come aveva fatto clamorosamente per Nitto Santa Paola e il covo di Riina, si lasciò sfuggire il numero uno dei latitanti. Il suo ordine agli uomini che ormai erano appostati e pronti all'azione fu di continuare ad osservare...continuare ad osservare...continuare...ad osservare.

Bernardo Provenzano lasciò incolume il luogo della riunione sotto gli occhi dei carabinieri che giustamente, continuavano ad osservare. Per il fatto in questione come pure gli altri ci fu un processo che come per gli atri, vide assolto Mori perché non "si poteva dimostrare l'intenzionalità". Non si è mai riusciti però a dimostrare neppure l'incapacità del colonnello, anzi, tutte e tre le volte venne promosso!

Quando il colonnello Obinu, collega di Mori nell'operazione si difenderà in giudizio, candidamente dichiarerà che furono "impossibilitati ad intervenire perché nella zona c'erano sempre greggi di pecore e mandrie di mucche". I carabinieri del Ros dunque, la più alta espressione delle forze di Polizia Giudiziaria, si fermano per mucche e pecore. 

 

    Nel libro "il patto" sono riportati con dovizia di particolari, i dubbi sempre espressi, del colonnello Riccio sull'operato del Ros. La gestione Mori della missione Oriente indicò subito, quale fine avrebbe fatto. 

Dopo poco tempo, mentre Ilardo era a Catania per organizzare con la sua famiglia (biologica) quanto sarebbe avvenuto il giorno successivo e cioè il suo ingresso nel programma di collaborazione, quindi allo scoperto, venne ucciso. I giornali non evidenziarono la notizia, forse perché davvero non ne sapevano nulla, e la stessa passò come un normale e consueto regolamento di conti. 

 

La scena che descrive Riccio del momento in cui venne a sapere della notizia è degna di una pagina di sceneggiatura.

Quel giorno il colonnello aveva visto Ilardo e si stava applicando per portarlo a Roma in tutta sicurezza. La situazione era seria e compromessa, e lui lo sapeva bene. Lo avrebbe risentito in serata. Quando Riccio torna a casa, dal pianerottolo si accorge della sua porta di ingresso aperta, entrando, la tv accesa sul telegiornale non lasciò dubbi. La moglie del colonnello ha la battuta (gergo tecnico della sceneggiatura, niente di ironico) più importante  in questa scena: "hanno ucciso Gino". 

 

In questi giorni la sorella di Ilardo, Luana, ha rilasciato una intervista nella quale accusava il colonnello Riccio di "aver lasciato solo" il fratello. 

Michele Riccio non lasciò mai "solo", Luigi Ilardo. Dopo la sua morte, il giorno dopo fu il primo ad accusare Mario Mori e con lui quel Tinebra, Procuratore di Caltanissetta che "casualmente" fece trapelare la notizia della futura collaborazione di Ilardo. Quello stesso Tinebra del quale "Gino" non si fidava. E del  Generale Subranni, numero 1 del Ros del quale si possono dire molte cose, soprattutto riguardo quella confidenza che Borsellino fece alla moglie Agnese "il generale Subranni, è punciutu"...COLLUSO. Lo stesso che insieme a Mori è stato condannato per "minaccia al corpo politico dello Stato", (Condanna di primo appello, si leggano le motivazioni della sentenza depositate il 19 luglio 2018), lo stesso che il giorno dopo l'omicidio di Ilardo, incontrando il colonnello Riccio, lo "sfotte" dicendo,  " povero Riccio, ti hanno ammazzato il confidente". 

 

Questi Signora Luana, sono gli uomini che hanno lasciato solo suo fratello. Sono quelli che hanno lasciato soli molti altri prima di lui. Sono gli uomini che uno Stato sta processando. Sono quelli che uno Stato non dovrebbe certo promuovere. Che ci vuole fare, lei lo sa meglio di me. In Italia abbiamo due Stati, uno è quello che combatte, l'altro è piuttosto uno "Stato di cose"..."Cose...di cosa nostra". 

 

Al caso Ilardo, dedicheremo presto una inchiesta. 

 

 

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