Non perquisite casa Riina. Conclusioni

June 21, 2019

 "Il covo di Totò Riina non fu perquisito perché io proposi, e la procura inizialmente acconsentì, di seguire i fratelli Sansone, due imprenditori molto importanti di Cosa Nostra ma fino ad allora sconosciuti. E ritenevo che seguendoli si sarebbe potuto disarticolare completamente e in breve tempo l'intera organizzazione criminale anche con le connessioni verso il potere politico e nel mondo della gestione degli appalti. Li ritenevo come un'occasione pubblica e irripetibile". "Purtroppo - ha proseguito - dopo 20 giorni, invece, la procura ci ha ripensato. Ed è venuto fuori il discorso del covo. Ma nessuno ha mai parlato in quei giorni che all'interno c'erano documenti da sequestrare. Nessuno ha dato disposizioni affinché le persone che uscivano da questa casa poi sarebbero dovuti essere perquisiti. Perché se l'interesse era prendere i documenti c'era l'accordo di farli uscire questi documenti. Non da parte mia ma di tutti gli altri. E fatalità del destino mi trovo ad avere ragione su quella scelta strategica, sempre con umiltà dico questo, perché nel 2013 a seguito di un'altra attività a Roma, da un’intercettazione apprendo che il figlio di Sansone si era fidanzato con la nipote di Messina Denaro". 


 

Così spiega il Colonnello Sergio De Caprio,

 

all’epoca il Capitano Ultimo, i motivi per i quali non fu perquisito il covo di Riina. Dal punto di vista investigativo non c’è molto da dire. Le strategie messe in atto dagli uomini sul campo furono senza dubbio innovative e portarono a risultati eccellenti. E’ normale però, ma solo in Italia, andare a caccia di “altri motivi” che portarono alla cattura di Totò Riina, togliendo merito agli uomini che per mesi se non anni hanno sacrificato la loro vita, messo a rischio le proprie relazioni private, di aver compiuto sia il proprio dovere, sia di averlo fatto senza riserve.

Ma c’è un “ma”. E’ il suono sottile e sottopelle di voci che suggeriscono versioni diverse. In un Paese che ha fatto del mistero e della nebbia gli strumenti per costruire verità “più utili”, appare molto difficile non ascoltare quelle voci, e ancora di più far finta che non esistano fino a crederci davvero, perché alla fine, tutti vorremmo credere per una volta, che lo Stato “esiste” che ha dei limiti ma che sa anche superarli. E questo vorremmo fosse consolatorio, perché avremmo dalla nostra la certezza che le battaglie si possono vincere, si possono perdere, ma che le regole del gioco sono chiare e si combatte secondo quelle. Il gioco in questione è pericoloso però. E le regole sono materia liquida, che si adatta ai contesti e ogni volta assume forme e sfumature difficili da contenere in una unica parola : verità.

E quindi siamo qui a domandarci perché una strategia tanto giusta e precisa sia poi di fatto compromessa non da una risposta avversaria forte, contro la quale si potrebbe dire con rammarico, che in quella battaglia, il nemico si è dimostrato più forte. In questo gioco sembra che il nemico non sia mai quello davanti, ma qualcuno o meglio “qualcosa” che serpeggia negli schieramenti amici. Un “fuoco amico” invisibile eppure tangibile, del quale si sentono gli effetti e del quale non è mai identificabile un singola identità, ma al contrario una pluralità di soggetti a diverso titolo interessati, che costruiscono trame tanto fitte da farci rinunciare alla lettura dell’intera storia che appare sempre, confusa, indirizzata verso finali alternativi ma mai definitivi, e con personaggi sacrificabili sull’altare di un qualche “interesse di Stato”, che nessuno ha mai capito con certezza, quale sia.

E così dunque la teoria “del covo caldo”, inconfutabile nella sua premessa di efficacia, viene spazzata via dall’evidenza di azioni sul campo se non contraddittorie, almeno ingenuamente imprudenti. Se fu vero che l’abitazione di Riina venne lasciata “aperta” perché poteva essere un importante oggetto d’osservazione, perché e come è stato possibile che già il 16 gennaio, cioè il giorno dopo l’arresto di Riina, alcuni giornalisti tenessro i loro servizi proprio davanti la casa del boss.

 

“Sempre quel 16.1.93 diversi giornalisti tra cui Alessandra Ziniti ed Attilio Bolzoni - come da loro deposto in dibattimento all'udienza dell'11.7.05 - ricevettero da parte dell'allora magg. Roberto Ripollino una telefonata con la quale quest'ultimo gli rivelò che il luogo in cui Salvatore Riina aveva trascorso la sua latitanza era situato in Via Bernini, senza però specificarne il numero civico. Si recarono, quindi, immediatamente sui posto, ove furono raggiunti anche da altri giornalisti e troupes televisive, tutti alla ricerca del c.d. 'covo'".


 

Perché un Maggiore come Roberto Ripollino rivelò ai giornalisti l’ubicazione del covo? Lo stesso giornalista della Stampa, Francesco La Licata, nel suo articolo del 17 gennaio (due giorni dopo l’arresto di Riina) parlava del collaboratore Di Maggio. Appare evidente che la strategia del mantenimento del “covo caldo” sia miseramente fallita. E’ qui che non riusciamo a capire perché a quel punto non si intervenne con la perquisizione. Qui ci domandiamo come sia possibile per organizzazioni investigative preparate, al vertice delle tecniche più moderne, si siano lasciati sfuggire o abbiano trascurato il pericolo rappresentato dall’azione dell’informazione, in un momento nel quale, il “silenzio stampa” a mio avviso sarebbe stato scontato e indiscutibile.

Superficialità? Semplice errore di distrazione? Agli errori si rimedia però. A questo in particolare si tentò di rimediare nel mese di febbraio! Giorno 20 per l’esattezza. Un po’ tardi direi.


 


 


 

 “non v'è dubbio, sul piano logico, che tali elementi avrebbero dovuto indurre gli organi investigativi e gli inquirenti a ritenere il sito ornai 'bruciato', essendo gli uomini di "cosa nostra" già in possesso di tutte le informazioni per stabilire il collegamento via Bernini-Di Maggio-Sansone, ed avrebbero dovuto imporre di procedere subito alla sua perquisizione, ma così non fu ed, al contrario, si ritenne cogente l'interesse a sviare l'attenzione dei mass media dal vero obiettivo.”
Un altro punto che viene confutato nella sentenza è la motivazione, data al tempo da Ultimo, sullo scarso interesse investigativo del covo ritenendo che all'interno non vi fossero documenti importanti. Anche in questo caso la sentenza scrive chiaramente: "La posizione apicale del Riina, ai vertici dell'organizzazione criminale, ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su 'Cosa nostra' e, tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l'interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero. Al di là di queste argomentazioni di carattere logico, il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi 'pizzini', ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall'organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese ed alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto, che vale a rendere la condotta contestata agli imputati oggettivamente idonea ad integrare il reato". E poi ancora: "Le argomentazioni difensive riferite sul punto, secondo le quali si riteneva che il latitante non conservasse cose di rilievo nella propria abitazione, perché 'il mafioso' non terrebbe mai cose che possono mettere in pericolo la famiglia, appaiono fondate su una massima di esperienza elaborata dagli stessi imputati ma non verificata empiricamente ed anzi contraddetta dalla risultanza offerta proprio dal materiale rinvenuto indosso al boss. Pertanto, già il 15.1.93, sussisteva la concreta e rilevante probabilità che esistesse altra documentazione in via Bernini; probabilità che è stata confermata in dibattimento dal Brusca e dal Giuffrè, secondo cui Salvatore Riina era solito prendere appunti, teneva una contabilità dei proventi criminali, annotava le riunioni e teneva una fitta corrispondenza sia con il Provenzano che con altri esponenti mafiosi, per la 'messa a posto' delle imprese e la gestione degli affari”. 


 

Con quanta (a mio avviso) leggerezza De Caprio afferma che in casa di Riina non potevano esserci documenti importanti. Questo perché troppo furbo per tenerli con sé. Certo. Riina è sempre stato malvagiamente furbo. Nel percorso che faceva per recarsi in chiesa la domenica come un comune credente, lungo il tragitto, pare venissero esposti segnali che ne indicavano il “via libera”. Corone di peperoncini appesi qua e là indicavano il passaggio libero da rischi o la necessaria deviazione di rotta. Eppure, questo genio del male, viene catturato quasi sulla soglia di casa. Non si insospettì mai di un furgone parcheggiato davanti l’ingresso del residence già il giorno prima del suo arresto. Solo perché fu imprudente? Forse perché vulnerabile proprio a causa della sua incondizionata fiducia nei suoi mezzi? Come si può “fottere” un uomo tanto preparato e sicuro di sé? Col più vecchio dei sistemi, dico io. Il tradimento.

Dobbiamo sempre ricordare che esistono due verità. La prima è una verità giudiziaria, costruita su quanto si può dimostrare e per quanto la legge consenta di dimostrare. La seconda basata su un tipo di analisi congetturale, dove il termine all’inizio può anche suonare “distorsivo”, ma che infine come molte volte è accaduto, stimola impulsi investigativi d’altro genere, capaci di illuminare possibilità forse difficili da dimostrare ma certamente più credibili. Cosa c’è di impossibile nella storia italiana dell’evidente convergenza di interessi tra Stato e criminalità organizzata?


 

 "Al di là delle, in più punti, confuse (v. dichiarazioni sulla asserita non importanza dell'abitazione ove il latitante convive con la famiglia, perché non vi terrebbe mai cose che possano compromettere i familiari) argomentazioni addotte dagli imputati, che sono sembrate dettate dalla logica difensiva di giustificare sotto ogni profilo il loro operato, deve valutarsi se quei comportamenti omissivi valgano ad integrare un coefficiente di volontà diretta ad agevolare 'Cosa nostra' (…) L'omissione della comunicazione all'Autorità Giudiziaria della decisione, adottata dal cap. De Caprio nel tardo pomeriggio del 15 gennaio stesso, di non riattivare il servizio il giorno seguente, e poi tutti i giorni che seguirono, è stata spiegata dal col. Mario Mori, nella nota del 18.2.93, con lo 'spazio di autonomia decisionale consentito' nell'ambito del quale il De Caprio credeva di potersi muovere, a fronte delle successive 'varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo' delle investigazioni che si intendeva avviare in merito ai Sansone, una volta che i luoghi si fossero 'raffreddati'.
Ciò però non era e non poteva essere, alla luce della disciplina ex art. 55 e 348 c.p.p. delle attività di polizia giudiziaria. Ed infatti, fino a quando il Pubblico Ministero non abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria può compiere, in piena discrezionalità, tutte le attività investigative ritenute necessarie che non siano precluse dalla legge ai suoi poteri; dopo essa ha il dovere di compiere gli atti specificatamente designati e tutte le attività che, anche nell'ambito delle direttive impartite, sono necessarie per accertare i reati ovvero sono richieste dagli elementi successivamente emersi. L'art. 348 co. 3 c.p.p., per costante giurisprudenza (Cass. 7.12.98 n. 6712; Cass. 4.5.94 n. 6252; Cass. 21.12.92 n. 4603), pone, una volta intervenuta l'Autorità Giudiziaria, un unico limite alle scelte discrezionali della polizia giudiziaria, quello della impossibilità di compiere atti in contrasto con le direttive emesse. (…) Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all'insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell'affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato”.


 

Questo significa che non si ritenne che le azioni poste in essere dai due militari avessero l'obiettivo consapevole di favorire la mafia. Infatti, scrivono ancora i giudici “non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, diversi dall’organizzazione criminale nella sua globalità, l’ipotesi accusatoria è rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilità logica non verificata”.


 


 


 

 


 

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