NON PERQUISITE CASA RIINA!! Errore investigativo o scambio di favore!? prima parte

June 17, 2019

 

Quel 15 gennaio 1993, in via Regione Siciliana a Palermo, in perfetto stile “Gattopardo”, “tutto cambiò perché nulla cambiasse”. Dopo 26 anni di latitanza e altrettanti di sanguinaria guida ai vertici di Cosa Nostra, il capo dei capi, l’indiscusso e intoccabile Salvatore Riina da Corleone, usciva di scena in manette, catturato dagli uomini della squadra del famoso capitano Ultimo.

Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, il 30 gennaio 1992, si chiude il maxi processo cominciato nel 1986. Oltre 400 mafiosi, tra i quali boss del calibro di Michele Greco, avrebbero visto chiudersi per sempre le porte del carcere. Si sarebbe scritto per loro “fine pena mai”. 19 ergastoli e circa 2665 anni di reclusione comminati. Dopo 130 anni di mafia, quel mostro poliforme perdeva se non tutte, molte delle sue teste.

 

All’epoca della sentenza però Totò Riina, “u curtu” era ancora latitante. Mai come in quel momento la bestia ferita si mostrò tanto feroce. I suoi interlocutori politici, i protettori innominabili si erano dimostrati incapaci di arginare l’avanzata di legalità portata da Giovanni Falcone e i suoi colleghi del pool. Non erano stati in grado di condizionare l’esito finale del processo e con esso le condanne che ora apparivano definitive.

 

In passato si era assistito al grottesco spettacolo delle revisioni per i soliti cavilli e i ribaltamenti di sentenza per annullamenti. Autore dello spettacolo il Giudice Carnevale, sodale della mafia e noto a tutti come “l’ammazza sentenze”. L’idea di Falcone di far ruotare i presidenti delle sezioni della Corte di Cassazione aveva trovato il sostegno di Martelli ed era divenuta effettiva con la nomina di Arnaldo Valente.

 

L’omicidio di Salvo Lima, il 12 marzo 1992, segna l’inizio della vendetta dei corleonesi. Lima era stato il politico e mafioso democristiano, di corrente andreottiana, centrale degli interessi mafiosi in Sicilia. La sua morte segna la fine di un patto storico.

In quel patto infame si erano sanciti gli accordi e sviluppate le convergenze di interessi che hanno tenuto sotto scacco l’Italia intera a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica.

A seguito di tale rottura si produsse in Cosa Nostra la volontà di determinare nuovi orientamenti da perseguire attraverso una chiara strategia stragista che voleva ottenere l’eliminazione fisica dei vecchi interlocutori divenuti traditori, e gettare le basi per una nuova piattaforma di convergenze politco – mafiose, attraverso nuovi patti e nuovi attori.

 

Le note riservate dei servizi segreti e della Polizia, indicavano precisi obiettivi da colpire.

Il ministro Calogero Mannino, all’epoca ministro per gli interventi straordinari nel Mezzo Giorno, Vizzini, Sebastiano Purpura, Andò, Martelli, Andreotti, designato futuro presidente della Repubblica, i cugini Ignazio e Antonino Salvo, gestori delle esattorie di Stato in Sicilia.

 

Mannino fu ovviamente subito preoccupato e non trascurò di confidarlo al Maresciallo Guazzelli, suo interlocutore privato e confidenziale. Il maresciallo fu ucciso in un attentato nell’aprile dello stesso anno, confermando nel ministro le sue profonde paure.

Oggi sappiamo che quella preoccupazione pur naturale e legittima, produsse però un’azione del tutto contraria ai principi di legalità che stanno alla base di uno Stato di Diritto. Sappiamo che “attivò” l’alto comando dei Ros, e che questa attivazione si concretizzò in quello che l’allora Colonnello Mori definisce “dialogo investigativo” ma che egli stesso non mancherà di ridefinire per ben tre volte durante le sue deposizioni col termine di “trattativa”.

 

Il 23 maggio 1992 muore Giovanni Falcone. Insieme a lui la moglie Francesca e la scorta, Rocco di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Il 23 maggio l’Italia tutta si domanda, come sia stato possibile per pochi uomini senza cultura, organizzare con tale precisione e scientifica determinazione, un’operazione che ha tutto l’aspetto di una vera e propria “azione militare”. A cominciare dal tipo e dalla quantità di tritolo usata.

 

Su quella lista redatta da Totò Riina, il nome di Falcone però non c’è. I pentiti hanno dichiarato che non vi fosse, ma che il nome del giudice come obiettivo, fu fatto dallo stesso Riina che non diede mai spiegazioni sul movente e sulla necessità di eliminarlo , relegando per sempre e per quella parte di opinione che non deve sapere, le reali ragioni, in quella sfera di banalità retoriche che lo vedeva come un ovvio nemico.

In quel momento Falcone era stato messo nelle condizioni di non poter continuare il suo lavoro di magistrato. Professionalmente cominciò a morire quando gli fu preferito Antonino Meli alla guida dell’Ufficio Istruzione, e quando Domenico Sica fu preferito come altro Commissario per la lotta alla mafia.

Martelli lo volle a Roma alla direzione dell’Ufficio Affari Penali.

Da quel posto Falcone poteva combattere la sua battaglia fatta ora di proposte di legge e decreti, difficili da “bloccare” attraverso macchinazioni. Si poteva in effetti solo esporsi e “votare contro”, ma poi si sarebbe dovuto spiegarne il perché, e risulta difficile spiegare i motivi per i quali si voti contro una legge antimafia! Quindi la soluzione è ancora una. La conosciamo.

 

Al posto di Falcone ritroveremo Liliana Ferraro. Fu la stessa Ferraro ad in informare Borsellino il 28 giungo 1992, che lo Stato, attraverso il vertice del Ros, stava “trattando” con chi aveva ucciso il suo più vecchio amico e collega di una delle più avvincenti battaglie per la legalità.

Borsellino avrebbe potuto attivarsi e promuovere una indagine che se avesse avuto il tempo di mettere in piedi avrebbe provocato un “olocausto istituzionale” di proporzioni epiche. 57 giorni dopo Falcone, Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto di Palermo muore in Via D’Amelio, insieme alla scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, e Vincenzo Li Muli.

 

Lo Stato quella notte reagì con l’approvazione del decreto 41bis. 400 mafiosi tra i quali boss e capimandamento, vennero trasferiti nelle carceri di massima sicurezza. Il 41bis sarà oggetto di molte polemiche e ancora oggi non è chiaro quale peso abbia avuto in quel momento storico e quanto ne avrebbe avuto in seguito. Rappresenta però lo “smacco” più grave e l’onta peggiore per il capo della mafia Totò Riina.

Se prima non era riuscito a garantire alle “famiglie” l’immunità nei processi, ora non poteva garantirne la prigionia di vecchia memoria, comoda e privilegiata. Nessun trattamento di riguardo. Il carcere duro isola i capimafia che rischiano di perdere il controllo sugli affari. La legge sul sequestro dei beni tocca il portafoglio di interi gruppi mafiosi. Questo è inaccettabile per Riina.

 

Sta di fatto che il “dialogo” o se preferite la “trattativa” assume contorni ancora più foschi. Le dichiarazioni del numero due del ROS, Mario Mori, spostano la data del suo primo “contatto” con Vito Ciancimino, in veste di mediatore per Cosa Nostra, al 5 agosto 1992. Fino ad oggi, Mori non ha mai fornito reali motivi convincenti riguardo le sue dichiarazioni, sebbene il suo ragionamento, a volerlo leggere con attenzione possa rispondere ad una “verità ufficiale”.

Tale verità però non chiarisce come sia possibile che il Ministro Mannino, ormai certo di essere divenuto un bersaglio, potesse accettare di attendere ben 5 mesi (dopo l’omicidio Lima), prima di veder attivata una qualche strategia che bloccasse la mano di Riina. Inoltre se vogliamo prendere per buona la versione del “dialogo investigativo” offerta dal Mori, dovremmo chiederci perché non esiste traccia del suo operato. Non ci sono cioè verbali che confermino le sue azioni, nessuna trasmissione per conoscenza ai vertici o le autorità competenti. Si può leggere solo, dalle copie delle pagine della sua agenda personale, che nelle date da egli indicate ebbe un qualche incontro con il signor “V. C.” che lui dice essere, Vito Ciancimino. Nient’altro.

Piuttosto anomalo come comportamento per un altissimo funzionario, ben consapevole delle procedure.

Neppure Mannino però comunicò mai alla procura o alla magistratura le sue paure, affidandosi a chi avrebbe avuto tutto il titolo per agire. Possibile che il “medico non si fidasse dell’ospedale”???

Sembra invece poter intuire che “la cosa” deve seguire altre strade. Forse più “politiche”. Dovendo attendere la fine del lungo processo “Stato – mafia”, per ora queste “congetture” trovano conferma solo nella sentenza di primo grado che al di fuori di ogni ragionevole dubbio trova “vero” che si pose in “essere una trattativa”.

Si può a questo aggiungere come detto, che sebbene fin da subito Mario Mori la definì “dialogo investigativo”, fu proprio lo stesso per ben tre volte a chiamarla “trattativa” durante le sue deposizioni al processo. Lapsus Freudiano.

 

Quindi trattativa ci fu. Quello che ancora non sappiamo del tutto è quali fossero fino in fondo i termini della stessa. Riina, l’interlocutore principale fu arrestato, forse quando la mediazione stava entrando nel vivo.

Il racconto ufficiale vede la sua cattura, come il culmine di una operazione investigativa portata sul campo dagli uomini del Capitano Ultimo. Si era individuato un mafioso che aveva l’abitudine di frequentare un civico preciso in via Bernini a Palermo. Il 52/54. A questo si aggiunse la clamorosa e aggiungo io “provvidenziale” cattura di Balduccio di Maggio, in una località del nord d’Italia. Di Maggio era stato un uomo di fiducia di Riina. La sua “immediata collaborazione” dopo l’arresto l’8 gennaio 1993, condusse il 15 gennaio successivo all’individuazione di Riina che usciva di casa col suo autista Salvatore Biondino. Riconosciuto dal Di Maggio, veniva arrestato dopo un breve pedinamento di circa 2 km e mezzo all’altezza del Motel Agip, in via Regione Siciliana. Fine della latitanza durata 26 anni.

Come si dice. In Italia basta conoscere le persone giuste.

 

Un’altra versione però ci dice che fu Vito Ciancimino a fornire le indicazioni su alcuni luoghi sensibili, probabili sedi del covo di Riina, indicandoli su alcune mappe relative a forniture di servizi idro elettrici del quartiere nel quale Riina poteva abitare. Mi sorge una domanda. Se Vito Ciancimino era in possesso di tale fondamentale informazione, data anche la sua situazione giudiziaria che ben si poteva avvantaggiare di una collaborazione, perché doveva porsi come intermediario? Mori al riguardo sostiene che l’obiettivo del “dialogo investigativo” in effetti, voleva essere una mossa strategica nel tentativo di “acquisire informazioni utili alla cattura dei latitanti Riina e Provenzano.

Perché allora nelle sue dichiarazioni spontanee afferma di aver chiesto in occasione del primo incontro col Ciancimino se non fosse possibile “parlare con queste persone”. La domanda testuale fu: “cos’è questo muro contro muro!? Non si può parlare con queste persone’”.

Mi viene naturale pensare che una simile domanda si addica di più in un contesto di scontro politico, e non certo nella condizione naturale di un conflitto che deve essere risolto con una lotta incondizionata da parte dello Stato. Non suona come una richiesta di “trattativa”??

 

C’è poi la terza versione. Fu Bernardo Provenzano a fornire su quelle mappe, le indicazioni dei possibili nascondigli di Riina. E questo appare decisamente più consistente.

 

 

Vediamo perché.

La mancata perquisizione dell’abitazione di Riina, a mio avviso appare come l’unico innesco di un impulso investigativo utile a dipanare la matassa. Di fatto però non può essere giuridicamente rilevata come un reato, ma più “semplicemente” come una “grave lacuna investigativa” e quindi non sufficiente a chiederne conto in termini giuridici e di colpevolezza.

 

Se volessimo mettere insieme le deduzioni per le quali, con quello che è a tutti gli effetti un passaggio di testimone da Riina a Provenzano, si assiste alla fine del lungo periodo stragista, troveremmo probabilmente una causale plausibile di un nuovo patto solidale che riporti attraverso il silenzio e la “pax mafiosa” ad un nuovo equilibrio tra lo Stato e la mafia.

Forse Mori ha detto di più di quello sembra abbia affermato. Forse va capito meglio quel “muro contro muro” al quale si riferiva nel suo primo incontro con Vito Ciancimino. E probabilmente la risposta a questo è stata proprio Bernardo Provenzano.

 

E’ risaputo e lo dimostrano i fatti che anche all’interno di Cosa Nostra, Riina era diventato una bomba innescata che poteva solo distruggere l’intera organizzazione. In effetti se non è accaduto del tutto, a dire di molti pentiti, la bomba è esplosa comunque, ed è stato solo l’intervento silente di “binnu”, “iddhu” (Bernardo, “lui”) che ha ricostituito una forma sostenibile di criminalità, non più votata alla violenza, allo scontro diretto e militare, ma diplomatica, in costante ascolto delle necessità di tutte le famiglie, e sinergica nei confronti dei tempi che cambiano.

Nuova eppure “rifondata” su quegli aspetti arcaici che ci si aspetta da un “veterano” e “vecchio saggio” come Provenzano. La mafia “buona” che perdona invece di condannare, che ha bisogno di condizioni estreme per compiere atti estremi. La mafia dell’imprenditoria non per infiltrazione ma in diretta “società”, che investe direttamente.

Ma anche la mafia dei nascondigli di campagna, del “non fare scrusciu” (rumore), e poi la mafia della deviazione morale di un uomo che si affida alla fede, a Dio come consolatore e guida della propria mano.

Questa mafia può a ben vedersi essere quella che naturalmente trova e incontra le nuove convergenze di interessi della storia recente della Repubblica. Una Repubblica comunque rinnovata nei suoi protagonisti sulla scena, che ripiega ferita dalla “peste tengentopoli”. Una Repubblica che seconda non è a nessuna per collusione, per identificazione e infiltrazione. Ma una Repubblica capace di assecondare e mediare gli interessi della nuova mafia sommersa di Provenzano.

 

Se questo è dunque possibile, e diviene frutto della trattativa, ci dobbiamo domandare quali siano stati i contenuti dei piatti della bilancia, e le poste sul tavolo di un gioco che se ha risparmiato vittime eccellenti, non ha certo risparmiato la vittima più illustre. La legalità.

 

Continua…

 

 

 

 

 

 

 

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