Attilio Manca. Troppi "forse" per una sola verità. ultima parte.

June 14, 2019

 

Con questa ultima parte ci avviamo alla conclusione della sintesi che non può dirsi certo esauriente, per la quale divulgazione completa servirebbero ben altri contenuti e centinaia di pagine. Credo però che sia stato doveroso per senso civico e per un principio di solidarietà nei confronti della famiglia di Attilio, che il mio imbattermi per caso nella triste vicenda, si concretizzasse in un contributo personale, aggiungendomi alle tante voci che ancora chiedono verità.

 

Siamo agli ultimi giorni di Attilio e quello che ci interessa ora e sollevare uno sguardo attento ad una serie di strane telefonate e black out telefonici, ai messaggi subliminali e ai contesti nei quali senza dubbio deve celarsi una qualche verità, che per ragioni purtroppo ignote, fatica, per così dire, ad emergere.

 

9 febbraio 2004.

 

In quella mattinata, Attilio chiama il Professor Ronzoni, primario del Gemelli di Roma. Vuole sapere se esiste la possibilità di rientrare a Roma a lavorare col noto primario. Qualche anno prima Attilio aveva già contattato per lo stesso motivo Ronzoni, che si era dimostrato entusiasta di una collaborazione professionale. Poi Rizzotto dell’ospedale di Viterbo aveva convinto il giovane a desistere, suscitando la delusione dello stesso Ronzoni. Forse Attilio era ambito dai due specialisti. Forse no.

 

L’appuntamento con il Dottor Ronzoni viene fissato per le 19 dell’11 febbraio. Attilio cercherà di spostarlo alle 15 del 10 febbraio. Un giorno prima quindi. Forse perché proprio alle 19 dell’11 del mese, Attilio deve essere a Roma per un intervento presso un clinica privata.

Dai tabulati telefonici risulta che il medico riceve due telefonate. La prima dura venti minuti, la seconda appena uno. La chiamata parte da Barcellona Pozzo di Gotto, da parte di Salvatore Fugazzotto, quello che si dimostrerà non proprio un amico.

 

10 febbraio 2004

Ore 13:56. Attilio pranza con l’amica infermiera Loredana Mandoloni. Chiama i genitori per 107 secondi.

 

Ore 14: 33. Dall’abitazione dell’amica Attilio chiama Salvatore Fugazzotto. Dopo che quest’ultimo risulta essere stato raggiunto da un sms di Ugo Manca, padrino di cresima di Salvatore e cugino di Attilio. Contenuto del messaggio: ignoto!

Secondo la Mandoloni però, dopo queste telefonate, l’atteggiamento di Attilio cambia da sereno ad agitato e tormentato.

Diventa più strano quando repentinamente il giovane, prenderà la sua giacca e dirà di uscire per fare “una corsa in auto”. Anzi no! “ devo andare a Roma per comprare una videocassetta”!. Primo, le due cose possono coincidere e quindi risulta strana la “correzione” riguardo le intenzioni immediate, secondo che motivo c’è che porta Attilio ad avere questa improvvisa e misteriosa urgenza? Terzo, come può una videocassetta essere così urgente da acquistare, spendendo tre ore di viaggio tra andata e ritorno.

L’ultimo elemento da aggiungere è quel laconico commento sul “dover incontrare persone che non voleva vedere”. Chi?

 

Ore 17:20. In viaggio per Roma.

Attilio chiama Monica Mileti. La donna dichiara che il motivo dell’incontro sarebbe stato “una bevuta di pochi minuti”, ma nelle versioni che lascerà sul fatto, indicherà sempre “bevute diverse”. Piccola contraddizione. Forse.

L’incontro è però anomalo. Almeno nei presupposti. Dagli accertamenti non sembra essere stato prefissato. Non era cioè in programma. Eppure Attilio partirà per Roma, a dire della Mileti per incontrarla, ma senza avvisarla del suo arrivo. O meglio, lo farà per strada. Dai rilievi del misuratore informatico, che tiene conto di semafori, circolazione e distanze, sembra che Attilio sia partito alle

16:50 circa da Viterbo. Solo dopo essere già in strada da un pezzo chiamerà Monica.

 

Attilio deve andare a Roma per “altri motivi” e chiama Monica per un piccolo diversivo sull’impegno previsto? Non risulta dai tabulati, una telefona fatta da Attilio a Monica per fissare un incontro. Solo quella fatta per strada. Come se il medico fosse certo di trovarla, o come abbiamo detto, se stesse recandosi a Roma per motivi diversi e decidesse poi di chiamare un’amica, per un saluto.

Qualunque sia la natura del suo impegno però, deve essere di fondamentale importanza.

Ci vogliono un’ora e mezza ad andare e lo stesso tempo per tornare, da Viterbo a Roma. Partito alle 16:50, sarà di ritorno a casa per le 20:00. Quindi a Roma in effetti si trattiene pochi minuti. Pochi ma fondamentali e irrinunciabili.

Esiste la possibilità però che quei minuti siano serviti ad Attilio per comprare l’eroina che poi l’avrebbe ucciso. E’ possibile. Ciò che sorprende è perché si escluda che in quel lasso di tempo sia potuto accadere altro. E potrebbe essere dell’altro in più, o dell’altro in alternativa all’acquisto della droga.

 

Se non si può escludere la prima ipotesi perché non abbiamo prove che la escludano, quali prove abbiamo che neghino quello che “sarebbe potuto accadere e che non sappiamo se sia accaduto”?

 

Chi è Monica Mileti.

E’ una persona nota per trascorsi di spacciatrice. Forse. Ed ecco che spuntano i collegamenti “inequivocabili”. A nulla vale la sua dichiarazione che afferma di aver conosciuto Attilio tramite un amico comune, l’architetto Guido Ginebri, di Barcellona Pzzo di Gotto, e di essere sicura che il medico non assumesse droga. Di contrario avviso l’architetto che dichiara: “Attilio era un assuntore regolare di droga e eroina in particolare. Per iniettarsela usava anche la mano destra”. Forse Monica dichiara il falso per non essere implicata nella morte del giovane?

Anche “l’amico” Salvatore Fugazzotto e il cugino Ugo Manca, confermano l’uso di droga da parte di Attilio. Insieme a loro, la stessa versione la darà perfino Lelio Coppolino, il più caro “amico”.

 

Monica Mileti viene “tirata in mezzo” da Fugazzotto, subito dopo la morte di Attilio, dichiarando che fu proprio lo stesso, a confidargli dell’amicizia con la donna e del fatto che da lei si rifornisse di eroina. Agli inquirenti basta. Non vorranno neppure controllare lo storico dei tabulati telefonici (vengono distrutti dopo cinque anni), per verificare se in effetti ci fossero relazioni tra Attilio e la Mileti. A loro, basterà la telefonata del 10 febbraio.

 

Bisogna insistere sulla geografia di questi personaggi comprimari e i loro collegamenti. Guido Ginebri, Salvatore Fugazzotto che sarà il primo a fare il nome di Monica Mileti e Ugo Manca, padrino di cresima di Salvatore. Tutti di Barcellona Pozzo di Gotto. Esiste quindi una linea che va da Barcellona Pozzo di Gotto a Viterbo. Non si vuole in alcun modo che questo rappresenti una prova inoppugnabile di un qualche loro coinvolgimento, ma certamente tutto ciò si deve identificare come un “contesto”. Dal punto di vista investigativo il contesto è quel “territorio” di indagine obbligatorio. Perché allora gli inquirenti spostano tutto su Viterbo? Su Roma e Monica Mileti?

 

Secondo la visione dell’avvocato della famiglia Manca, Repici, Monica appare come un correlato utile a costruire ad arte un movente preciso. Sarebbe cioè stata inserita “ad hoc” tramite quell’appuntamento romano, per posizionare sulla scena, l’arma del delitto ad essa riconducibile.

Se qui si pendesse per questa visione, si peccherebbe forse di troppa faziosità e si rischierebbe di essere accusati di volerci trovare per forza il complotto. Ancora una volta però insisto sul fatto che non si dovrebbe prendere in considerazione un’alternativa insostenibile e scartarne un’altra altrettanto insostenibile.

Se una non può escludersi perché si potrebbe escludere l’altra a parità di incertezza? Eppure è quello che fanno di continuo gli inquirenti.

Un ultima contraddizione sui predetti. Nel luglio del 2013 il GIP giudica superflua una verifica sull’attendibilità delle deposizioni dei soggetti sopra citati, in merito alle loro dichiarazioni sull’uso di droga da parte di Attilio e sul suo uso abituale della mano destra. Tre mesi dopo la procura di Viterbo invece riterrà utile la loro verifica di attendibilità per il rinvio a giudizio di Monica Mileti. E’ o no, un fatto “di contesto” dunque?

 

Torniamo al 10 febbraio.

 

Pomeriggio. 17:32. Attilio chiama il collega Maurizio Candidi. Insiste tre volte prima di trovarlo. Alle 17:53 riesce a sentirlo. Se ricordate quanto detto della telefonata fatta da Attilio per ricevere informazioni su alcuni luoghi da raggiungere nella capitale, qui vi ricollegherete e chiuderete il cerchio su questo aspetto singolare.

Attilio chiede informazioni su come raggiungere via Dei Serpenti. Dobbiamo ricordarci che a chiedere questa informazione è una persona che ha studiato per dieci anni a Roma e che sembra conoscesse molto bene la città. Ma se via Dei Serpenti può anche essere un luogo fuori mano o sconosciuto al giovane, quanto segue non può non destare sospetto.

Alle 18:01 richiamerà il collega Candidi per chiedere niente di meno che l’ubicazione di Piazza del Popolo. Inutile commentare su questa seconda telefonata. Quello che appare subito evidente è una strana necessità di “comunicare un tragitto e i luoghi nei quali si sta andando”. Non può non essere evidente.

 

Ora, Attilio e Monica sono a Roma, presso il bar Canova. Ma mentre il cellulare di Monica aggancia la cella di Via Cavour 391, distante circa 3 km e mezzo, il telefono di Attilio non è agganciato a nessuna cella. Dalle 18:07 alle 18:23 non risultano telefonate o messaggi. Monica nelle sue dichiarazioni afferma che Attilio aveva ricevuto insistenti telefonate da parte di una donna, per le quali aveva spento il cellulare.

In ogni modo data la mancanza di una contemporanea geolocalizzazione dei due telefoni, si può affermare che siamo certi della posizione di Monica mentre non possiamo esserlo di quella di Attilio.

 

Da questo momento il cellulare della donna si aggancia a numerose celle. Segno inequivocabile dei suoi spostamenti. 18:26...18:27...18:30 aggancia in via Dei Due Macellai. 18:34 via del Babuino. Alle 18:40 Attilio riceve la telefonata di Loredana Mandoloni. Dura circa quattro minuti. E’ l’ultima telefonata ufficiale di Attilio, riscontrabile cioè dai tabulati.

Da questo momento, dall’utenza del medico partiranno solo messaggi. Per i dettagli, rimando all’ottimo lavoro di Luciano Mirone, nel libro “Un suicidio di mafia”.

Il messaggio che ci interessa tra quelli inviati e ricevuti è quello tra i cinque intercorsi fino alle 22:53, quando ormai è a casa. In uno di questi messaggi Attilio risponde al collega Fattorini che non sarà presente alla cena con la casa farmaceutica perché “sta andando a Roma”. Il verbale al quale ci riferiamo è quello della deposizione resa da Fattorini alla Squadra Mobile di Viterbo, 12 febbraio 2004, ore 21:00

Cosa vuol dire quel messaggio. Attilio è rientrato a Viterbo alle 20:00 e intorno alle 23:00 sta per ripartire per Roma? Il mistero che avvolge il messaggio trova sostanza nel fatto che da questo momento, dopo una giornata “molto telefonata”, improvvisamente cessa ogni tipo di comunicazione, sia telefonica che tramite messaggio. Alle 18:40 smette di telefonare e alle 22:53 smette di inviare anche i messaggi.

Cosa accade dunque dopo le 22:53. E’ ancora un codice attraverso il quale Attilio dice “Roma” ma vuole dire “quella circostanza”…?


 

11 febbraio

 

Ore 9:30. Telefonata ai famigliari. Abbiamo già affrontato la questione della “telefonata scomparsa”. Il Procuratore Pazienti della Procura di Viterbo nella conferenza, “quella conferenza”, bolla la telefonata in oggetto come una “leggenda”. Dice che dai tabulati non risulta, e se non si trova sui tabulati, vuol dire che semplicemente “non esiste”. Veniamo al contenuto. Attilio chiama i genitori e con insistenza chiede che si rechino presso la residenza estiva in località Tonarella, con lo scopo di mettere in ordine, la sua motocicletta, perché vorrebbe usarla ad Agosto. Appunto! Se vi è venuto il dubbio o vi sembra strano che qualcuno abbia urgenza di rassettare una moto a febbraio per usarla ad agosto, avete fatto lo stesso pensiero della madre Angela.

Alle normali obiezioni della stessa, Attilio reagisce con durezza e a dire della donna con fare “acido”. Un comportamento inusuale per Attilio.

 

Tre telefonate quindi, anche se quest’ultima ufficialmente non esiste. Per dovere di racconto però ricordo che Loredana Mandoloni riferisce che parlando con Angela Manca, questa avesse in effetti detto di aver sentito il figlio in quella telefonata. Perché la madre, o una madre in genere, dovrebbe mentire su una telefonata quando c’è di mezzo la verità sulla morte del proprio figlio?. Ma per la procura di Viterbo è una leggenda. Forse trascurano che proprio le leggende si dice, abbiano tutte un fondo di verità.

 

Se ammettiamo che anche la telefonata dell' 11 febbraio sia avvenuta, dicevamo sarebbero tre telefonate e un messaggio contenenti nel giro di poche ore indicazioni riguardo a spostamenti, luoghi e percorsi. Non è anche questo un contesto? Forse.

Forse gli inquirenti non trovano strano che un professionista come Attilio, si può dire cresciuto a Roma durante gli studi, chieda come raggiungere Piazza Del Popolo. Forse non trovano strano che dopo le 22:53 il medico sia irrintracciabile, non risponda neppure ai genitori che lo chiamano, contattandoli poi la mattina seguente chiedendo a febbraio, di una moto da usare ad agosto. Già. Questa telefonata non esiste!

 

Non trovano strano che Attilio abbia nominato due strade della capitale, una località siciliana, compresa nell’area della “probabile” latitanza di Porvenzano, e Roma, città nella quale non è per nulla strano, il giovane si sia recato per pochi minuti per poi ritornare a casa e subito dover ripartire per la stessa meta. Non è strano. Forse è Attilio ad essere strano. Perché no!

 

Bisogna però insistere su tutti quei “forse”, perché è questo il punto in questione. Se in effetti non ci fosse nulla di strano, saremmo tutti meglio disposti ad accettare la tragedia. I morti riposerebbero in pace, e i vivi nella rassegnazione del dolore e nel conforto della verità.

Ma così non ci sembra se secondo la procura di Viterbo, non si tratta di omicidio, e se lo dicono loro vuol dire che è vero. Se a dire degli stessi “non si può obbligare una persona ad ingerire un flaccone di Tranquirit, e un mancino può usare anche la destra perché ci sono destrimani che usano la sinistra, e le impronte sulle siringhe così parziali da essere inutili comunque non sono riconducibili ad un potenziale omicida, perché appunto "parziali e non riconducibili" Potrebbero però essere di Attilio, che si sarebbe iniettato attraverso due buchi, un mix letale, il giorno prima di incontrare il dottor Ronzoni, grazie al quale la sua carriera e vita professionale sarebbero cambiate. 

 

E se la Procura Distrettuale Antimafia non ha ritenuto di cogliere collegamenti con organismi mafiosi.

E se le indagini troppo presto e fino in fondo si sono concentrate sulla teoria che Attilio si drogava di eroina, a partire dal fatto che al liceo si fumava le canne. 

E se come dice Pazienti, la verità non è sempre quella che ci piace. 

E se la vicina di casa non ha sentito rumori o urla o altre voci, e con questo non si configura neppure la possibilità che sia stata minacciata, dal momento che non poteva certo essere eliminata come testimone scomodo, lasciandoci la firma. 

E se come tiene a ripetere Pazienti i tabulati non possono sparire, dimenticando Ustica, i documenti di Moro, i diari di Falcone e l’agenda rossa di Borsellino. 

E se non risulta dai referti che il naso di Attilio fosse praticamente distrutto, eccezion fatta della foto del cadavere mostrata dal fratello della vittima proprio per confutare i referti. 

E se perfino Bernardo Provenzano, interrogato da Sonia Alfano abbia lasciato intendere il coinvolgimento di altri “soggetti”.

 

Se. Se. Se. Ma cosa vai a pensare! Questa è roba da film! E il bello, è che si potrebbe perfino essere d’accordo, se non fosse che nei film, alla fine, l’assassino viene scoperto, altrimenti il pubblico potrebbe restare deluso!!

 

                                           

 

 

fonte: per questa parte e ulteriori approfondimenti, consultare “un suicidio di mafia” di Luciano Mirone. Edizioni, Castelvecchi RX.


 


 


 

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