Attilio Manca. "Chiediamolo a Provenzano". Fatto. Terza Parte.

June 14, 2019

 

In casi come questo, in un un Paese come il nostro siamo tutti abituati ad accettare il fatto che “potrebbe non essere una morte accidentale” ma non ad ammettere che proprio quel condizionale, dovrebbe diventare un imperativo. Un obbligo cioè morale prima di tutto e di diritto subito dopo, all’applicazione di procedure investigative chiare, fuori da ogni ragionevole dubbio. Nel caso di Attilio Manca invece abbiamo solo dubbi e nessuna certezza. La conferenza stampa del 2012 appare equivoca e io aggiungo “vergognosa”. La definisco tale perché il tono della conferenza non ha tenuto conto del rispetto imposto dalla morte di un giovane. Si può assistere anche a battute e risate. In ultimo il giornalista che ha posto le domande finali, chiude con quella che credo basti a chiederne la radiazione dall’albo: “procuratore...una domanda seria: Zeman!??” ...risate. Non mi sono procurato di scovarne il nome, forse mi sono rifiutato, forse in cuor mio ho preferito fare finta che una inqualificabile persona come questa non esista e quindi preferisco non conoscerne l’identità.

Le risposte portate dai procuratori non hanno mai evidenziato una causale chiara basata sui fatti ma solo sull’inferenza che “se sono gli inquirenti ad affermare certe cose, allora è la verità”. A proposito di verità, il procuratore di Viterbo Alberto Pazienti, di lui il nome va indicato eccome, seraficamente dichiara che “a volte la verità non è sempre quella che vorremmo, a volte non ci piace e dobbiamo accettarla”. Nulla da eccepire se quella raccontata fosse la verità. Non dico che non lo sia e non possa esserlo, ma appare evidente che qui non si voglia fare dello strumento della chiarezza l’indice di quella verità. Allora chiedo scusa, ma se non c’è chiarezza, non c’è verità.

Alcuni esempi.

 

L’11 febbraio 2004 Attilio telefona ai genitori insistendo affinché si recassero presso la località estiva della Tonnarella, nella quale si trova la sua moto. Chiede con insistenza che sia messa a punto per il periodo estivo. Alla reazione della madre che si sorprende della richiesta dato il periodo così ancora lontano dalle vacanze, Attilio si dimostra brusco. La madre dirà: “era acido”.

Può anche darsi che questa telefonata non significhi nulla. Molti hanno trovato un codice: Tonnarella, Vicino Barcellona Pozzo di Gotto, località a quanto pare frequentate da Bernardo Provenzano in latitanza. Se anche volessimo concordare sul fatto che certe volte si vedono segni dove segni non ci sono, dovremmo allora domandarci perché quella telefonata non risulta dai tabulati! Esistono molte testimonianze indirette tra le quali quella dell’amica Loredana Mandoloni, che alla Squadra Mobile di Viterbo dichiara di aver visto la madre di Attilio il 13 febbraio 2004, e che la stessa le avrebbe riferito di aver sentito il figlio due giorni prima.

 

Ma i tabulati semplicemente non ci sono. A proposito di questo il procuratore Pazienti, afferma che se non ci sono semplicemente non c’è la telefonata. Ritiene che i tabulati non possano sparire. Forse il Procuratore dimentica di vivere anch’egli nel Paese di Ustica e dei tracciati spariti, dei radar spenti per “una simulazione”, del sequestro Moro e della sparizione dei suoi documenti, dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e i diari di Giovanni Falcone cancellati dal suo computer, e della morte nel “96 del tecnico informatico al quale erano stati affidati, ritrovato con il cranio fracassato. Piazza Fontana. Stazione di Bologna. Devo continuare???

Ma il procuratore Pazienti è talmente certo di quanto afferma che bolla la telefonata come una “leggenda”.

Poi c’è quella fatta sulla strada Viterbo Roma, mentre si recava nella capitale per incontrare “persone che non voleva vedere” (come riferisce all’amica Mandoloni qualche ora prima). Durante la telefonata, Attilio chiede ad un medico collega e ad una infermiera dell’ospedale di Belcolle di Viterbo, indicazioni per raggiungere alcuni luoghi a Roma, tra i quali Piazza del Popolo. Non ci sarebbe nulla di strano come abbiamo detto, a parte il fatto che Attilio Manca ha studiato per dieci anni nella capitale!

Se volessi far sapere a qualcuno che sto andando in un posto “pericoloso” per qualche ragione, senza poter parlare liberamente, potrei pensare ad una telefonata come questa? Secondo me si. Ma il Procuratore Pazienti le chiama leggende.


 

Mentre continuo a scrivere mi viene in mente una cosa semplice: Se la morte di una persona avviene per uso di droga, accidentale o meno, perché tossicodipendente o meno, per suicidio o meno, perché tutti questi sforzi da parte della Procura di giustificare il loro operato attraverso la produzione di referti spesso sconclusionati, realizzati a distanza di tempo...solo perché la famiglia Manca insiste?? E perché perfino il Presidente della Repubblica Napolitano ha espresso tramite lettera del Gabinetto alla Procura di Viterbo, desiderio di “saperne di più”? Qualcuno ha mai chiesto al Presidente, perché quell’interesse?

Poi ci sono i pentiti. Buoni quelli! Tutti interessati a sconti di pena e privilegi. E i legami dei parenti come Ugo Manca (cugino) con esponenti della criminalità mafiosa, e massonica, come L’avvocato Rosario Pio Cattafi implicato nelle inchieste insieme a Licio Gelli, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Il comportamento quantomeno sospetto di Ugo Manca che insiste per entrare in casa del cugino, sebbene vi fossero stati apposti i sigilli? Lo chiederà perfino alla Procura stessa dopo i rifiuti dei genitori di Attilio. E allora chiudiamola questa indagine ma nel farlo diciamo chiaramente: non volgiamo sapere!

Tra le dichiarazioni di mafiosi e pentiti, spuntano riferimenti molto precisi ad un personaggio tristemente noto.

Il pentito messinese Carmelo D’Amico, senza nominare direttamente nessuno, parla di un’esponente dei servizi segreti dalla “faccia brutta”, che si sarebbe occupato del delitto Manca. Mi è sfuggito “delitto”. D’Amico è detenuto presso il carcere di Opera in regime di 41bis insieme al boss Rotolo Antonino. Alle dichiarazioni di D’Amico si affiancano le conferme del Rotolo che indica i servizi segreti nella scelta proprio di Attilio Manca come medico curante di Provenzano. Ma chi è “faccia brutta”. A questo epiteto, Rotolo aggiunge quello di “u calabresi” (il calabrese) e “u bruttu” (il brutto).

 

C’è in effetti un “brutto calabrese” tra i servizi segreti. Almeno c’è stato. Oggi è deceduto. Si tratta di “faccia da mostro” Giovanni Aiello. Un uomo dei servizi, protagonista della stagione delle stragi. Aiello è stato definito “faccia da mostro” dal padre di Antonino Agostino, Vincenzo. Antonino è stato un poliziotto della questura di San Lorenzo, Il 5 agosto 1989 sarà ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio, sulla soglia del portone della villa del padre Vincenzo, da due motociclisti al solito coperti dal casco. Qualche giorno prima però, mentre i coniugi erano in viaggio di nozze, due “tipi” in sella ad una moto, chiederanno al padre di Agostino, dove si trovi il figlio. Vincenzo ricorda che uno di loro spacciatosi per un collega del figlio, aveva il volto sfigurato, “una faccia da mostro". Al funerale di Antonino e Ida saranno presenti anche Falcone e Borsellino. Che sia un omicidio “particolare”?

Sulla scogliera dell’Addaura il 21 giugno 1989 durante il via vai di poliziotti e funzionari, una signora nota una persona “indimenticabile”. Aveva il volto sfigurato.

 

E chi è allora questo “bruttu calabresi, faccia da mostro”? Giovanni Aiello oggi sappiamo con certezza essere stato un uomo dei servizi segreti che molti mafiosi e pentiti hanno anche definito “curnutu”. Per chi sa leggere il gergo siciliano, questo termine appare chiaro. Non vuol dire cornuto ma “tanto abile e sofisticato da apparire diabolico”. In cosa era dunque tanto abile Giovanni Aiello? Nella mistificazione. Nell’omicidio mascherato, e nel depistaggio.

(per chi volesse saperne di più rimando alla lettura del mio libro Armi di distruzione di Mafia, edizioni Amazon, al capitolo “menti raffinatissime” o all’ascolto dello stesso capitolo sul mio sito alla pagina podcast).

C’è poi un’altra intercettazione telefonica passata troppo velocemente senza considerazione e mai trasmessa agli atti della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Il 13 gennaio 2007 Vincenza Bisogno, sorella del boss messinese Carmelo Bisogno, parla in auto con altri tre amici. I quattro cominciano a discutere del caso di Attilio Manca. Collegano la vicenda alla latitanza di Bernardo Provenzano. Massimo Biondo uno dei passeggeri esordisce:

 

“però sinceramente , stu figghiolu era a Roma, a cu ci avia a dari fastidiu’”.

 

A quel punto Vincenza replicava che probabilmente la vittima aveva riconosciuto il padrino e si temeva avesse potuto rivelarlo alle forze dell’ordine. Il secco commento di Biondo è : che pure le panchine sapevano che Provenzano era tenuto in latitanza a Portorosa.

Portorosa ricade in territorio di Fiumari, tra il Golfo di Milazzo e Tindari a pochi km da Barcellona Pozzo di Gotto, molto vicino alla località Tonnarella.

C’è ancora il giallo dei registri degli ospedali di Marsiglia e Viterbo. Secondo il capo della squadra Mobile di Viterbo Salvatore Gava, durante il periodo e i giorni nei quali Provenzano è ormai certo fu ricoverato a Marsiglia, Attilio era in servizio a Viterbo. Un’inchiesta a cura di Chi L’ha Visto mostrava senza termini di smentita che invece il medico in quei giorni indicati non operava presso l’ospedale Becolle di Viterbo. Dov’era? Ma vogliamo credere più alla televisione che ad un funzionario di Polizia. Se si tratta dello stesso funzionario “radiato” per falso ideologico, a causa delle dichiarazioni sui fatti di Genova del G8, forse non ci resta che la tv. Sulla questione dell’assenza "ingiustificata” del medico, Pazienti sfodera la sua brillante sicumena, asserendo che bisogna anche considerare l’eventualità che , il giovane non voleva far sapere alla madre dove fosse. Forse voleva passare qualche giorno con una donna. Ecco spuntare neppure tanto velatamente il movente sessuale. Questo tipo di movente è molto in voga nei casi nebulosi, che devono restare tali. All’epoca della morte di Emanuele Piazza, la prima causa della sua scomparsa, giunta brillantemente a non più di ventiquattro ore dalla segnalazione, fu proprio, “fuga passionale”!

 

Si usa spesso per delegittimare una persona. In effetti anche su Attilio si è tentata una operazione di discredito che lo vedeva dedito alle belle donne...e perché no...alla droga. Spesso fanno coppia!

Se la buona norma prevede che quando un pentito mente su un fatto non sia più attendibile perché potrebbe aver mentito su tutto, perché non si applica quando a mentire è un funzionario di Stato?

Possiamo oggi accettare esami e referti tanto confusi, privi di date e riferimenti precisi? Possiamo accettare le mancate comunicazioni e trasmissioni per conoscenza? Possiamo accettare che si voglia chiudere un caso come questo con l’impossibilità di decidere in effetti se: Attilio sia morto per inoculazione spontanea di eroina mista a farmaci e alcol, se fosse un tossicodipendente, se fosse depresso e abbia deciso di uccidersi. Se fosse un donnaiolo.

Si poteva fare fare una cosa, come ha suggerito Il procuratore Pazienti. Chiedere direttamente a Provenzano se avesse conosciuto Attilio. (risatine). Il procuratore non sapeva che l’europarlamentare e presidente della Commissione speciale antimafia Sonia Alfano, lo avrebbe preso in parola, e avrebbe visitato il boss in carcere di Parma il 3 luglio 2012. A Provenzano ha proprio chiesto, se conoscesse Attilio Manca.

Il capo della cupola, nel suo modo e nel suo gergo da mafioso e boss indiscusso avrebbe risposto:

 

“Signora...hama a metteri nmenzu autri cristiani?!”

 

Uno come Provenzano se non sa dichiara molto semplicemente di non sapere. Se ritiene che gli inquirenti siano abboccati alle mistificazioni costruite ad arte, lo fa notare, perché è pur sempre motivo di orgoglio. Se non può rispondere perché quello che potrebbe dire è esplosivo, allora ...usa un linguaggio e delle figure che non lasciano dubbi: E’ così! Ma non si deve parlare!.

Continua...


 

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