Attilio Manca, suicidio "di Stato" (parte prima)

June 7, 2019

 

Un’auto sulla Roma – Viterbo, direzione Roma. All’altezza di Ronciglione. All’interno un giovane di 34 anni. Sta facendo una telefona ad alcuni colleghi, un medico e una infermiera dell’ospedale di Belcolle di Viterbo. Il giovane chiede indicazioni sull’ubicazione di alcuni luoghi della Capitale, tra i quali Piazza del Popolo. Nulla di strano a leggerlo così. Il racconto però non funziona. Il giovane conosce molto bene Roma, vi ha studiato medicina per dieci anni.

 

12 febbraio 2004. All’interno della sua casa di Viterbo, viene ritrovato il corpo senza vita di un giovane. Ufficialmente il referto medico dirà: suicidio per overdose di farmaci ed eroina. Ma il luogo della scena parla. Dice molto. Sul corpo si trovano molti segni di ecchimosi. Il setto nasale deviato da evidenti segni di violenza. Due buchi di siringhe sul braccio sinistro. Nessuna impronta sulle siringhe. E una telefonata. La sera del 11 febbraio, il giovane chiama la madre Angelina, è felice perché il giorno dopo incontrerà un noto primario, con il quale ha studiato. Dopo i primi incerti riscontri, il referto a cura della Dottoressa Ranaletta, collocherà la morte del giovane introno al 10 febbraio. Quindi la vittima avrebbe chiamato la madre da “morto”. Poi il referto sarà corretto. La procura di Viterbo, si prodigherà per richiedere un esame tricologico sul capello. Procedura fuori standard per una comune morte per over dose.

 

Cosa hanno in comune queste storie. Il nome del protagonista. Attilio Manca.

 

 

All’epoca dei fatti, Attilio è un giovane ma già affermato urologo. Di lui un docente universitario dirà che Attilio era l’unico studente a conoscere la materia quanto il suo docente. Attilio si specializza in Francia in una tipologia di intervento al cancro alla prostata, molto difficile e particolare; Prostatatctomia laparoscopica. Il medico è originario di Barcellona Pozzo di Gotto, una cittadina nel messinese. Francia, Barcellona PDG, distanti molte migliaia di km eppure legate da un oscuro destino.

 

Barcellona PDG è tristemente nota alle cronache per l’altissimo tasso di inquinamento mafioso. E’ residenza di boss del calibro di Di Salvo. Conosciuta come la “seconda Corleone” è stata teatro dell’omicidio del giornalista e politico Beppe Alfano l’8 gennaio 1993

 

Ma l’ospite più illustre  della cittadina messinese, è stato senz’altro Bernardo Provenzano.

E’ il momento di aggiungere tasselli e fare ordine.

Attilio Manca, esperto medico chirurgo, il cancro alla prostata, Barcellona PDG, Francia – Ospedale di Marsiglia centro all’avanguardia per l’intervento col metodo laparoscopica, e Bernardo Provenzano.

 

Immediatamente dopo la morte del giovane, naturalmente sono passati in secondo piano alcuni elementi che solo dopo sono diventati importanti ed oggi possiamo considerarli indizi. Una settimana dopo, durante una visita al cimitero, Vittorio Coppolino, padre del migliore amico di Attilio, avvicina la madre del giovane, Angela. Forse inconsapevolmente, forse per amicizia, Vittorio parla ad Angela di Bernardo Provenzano, del suo cancro alla prostata, e dell’eventualità che Attilio avesse potuto visitarlo e operarlo. In quel momento la cosa non viene presa nella dovuta considerazione. Solo dopo un anno, la famiglia di Attilio leggerà sulla Gazzetta del Sud, del mafioso Ciccio Pastoia che dichiara di sapere che un urologo siciliano aveva visitato Bernardo Provenzano nel suo rifugio.

 

Ma perché il capo indiscusso di Cosa Nostra, dovrebbe ordinare di uccidere un medico specializzato che potrebbe salvargli la vita e curarlo? Se io fossi ricco e avessi problemi importanti, non ricorrerei forse alle migliori cure? E solo per il fatto di essere mafioso, Provenzano, tanto ricco da permettersi la clinica di Marsiglia, dovrebbe aver ucciso una risorsa tanto importante per lui? Non è possibile che “insieme” a Provenzano, ci fossero “entità” che devono restare ignote?

 

Ci sarebbe bisogno di molto spazio e molto tempo per aprire e chiudere in maniera esauriente una parentisi sulla latitanza del boss, ma è doveroso tentare, facendo sintesi, di affrontare la situazione.

 

Bernardo Provenzano viene arrestato l’11 aprile 2006, ben 13 anni dopo la cattura di Totò Riina, all’epoca, Il capo dei capi, sanguinario e spietato. Mandante e artefice della morte di decine di uomini dello Stato, fino alle stragi del 1992/93. Il periodo di “comando” di Totò Riina è riconosciuto come il periodo più sanguinoso della storia di Cosa Nostra. La sua strategia di attacco frontale allo Stato da un lato e nei confronti dell’élite mafiosa palermitana dall’altro, ha segnato un ventennio di morti tragiche e forme di comando perverse e fuori da qualunque vecchio codice o stile fino a quel momento noto.

 

 

Dopo il maxi processo, e dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, molti mafiosi hanno ingrossato le fila dei pentiti disposti a parlare e tutti concordano sul fatto che Totò Riina

 

ha in effetti decretato la fine stessa di Cosa Nostra, almeno fino al quel momento. Concordano però anche sul fatto che la mano di Riina non poteva essere tanto lunga da raggiungere quegli obiettivi senza una “spinta” offerta da forze esterne all’organizzazione mafiosa. Fino alla sentenza di Cassazione del maxi processo, 30 gennaio del 1992, Cosa Nostra è convinta che come sempre ha fatto negli anni d’oro, riuscirà a ribaltare l’esito delle condanne. Questo non avviene e la politica d’azione del capo dei capi muta e si orienta verso la vendetta nei confronti di chi fino a quel momento era stato un interlocutore attento ai suoi interessi. Il 12 marzo 1992 sul litorale di Mondello, muore in un agguato Salvo Lima. Andreottiano puro, è il collegamento più diretto tra la Sicilia e Roma. E’ un politico Lima. Non si tratta più di poliziotti, giudici e uomini di legge. Non si era più ucciso un politico dai tempi di Pio la Torre e Pier Santi Mattarella. Salvo Lima però non è un politico impegnato contro la mafia. E’ un mafioso a tutti gli effetti. Un politico mafioso. L’interlocutore per eccellenza. Cosa Nostra lancia un segnale. Non ha più bisogno dei vecchi sostenitori divenuti incapaci davanti all’avanzata di personalità come Giovanni Facone, e ne vuole altri. E chi sbaglia...paga. E chi sono gli altri della lista? Sono i ministri Mannino, Vizzini, Andò, Martelli, Andreotti, Sebastiano Purpura, i cugini Ignazio e Nino Salvo. La sentenza e le motivazioni della stessa, sul processo Stato Mafia, includono fatti e legami e strategie di “mantenimento” di equilibri che già nel giungo del 1989, Falcone chiamava “menti raffinatissime e centri occulti di potere”. Oggi è chiaro che una parte oscura dello Stato abbia giocato un ruolo decisivo nel mantenimento di questi equilibri. Oggi è chiaro che proprio quella parte forse, cominciava per la prima volta ad avere paura.

 

Davanti alla minaccia violenta e definitiva di Cosa Nostra lo Stato reagisce con un cambio di protagonisti sulla scena. Il 15 gennaio 1993, all’altezza del Motel Agip sul Viale Regione Siciliana, a Palermo, a circa due km dal numero civico 54 di via Bernini, casa di Riina, il capo indiscusso e sanguinario della mafia viene arrestato. Quel giorno il Procuratore Caselli si insedia a Palermo, e così, con una giornata memorabile, comincia il suo mandato. Giustizia è fatta, grideremmo. Lo avremmo gridato se tutto non lasciasse pensare che come in una tragedia in tre atti, forse il primo grande atto si sta chiudendo, per scivolare non senza qualche contraccolpo nel secondo atto, con ben altri protagonisti sulla scena , ma con gli stessi macchinisti dietro le quinte. L’immagine mi piace e calza.!!

 

Faccio un salto. Non posso dilungarmi sui momenti di quella che vine definita “trattativa Stato – Mafia”. Per dovere di sintesi devo arrivare in fretta ad una conclusione logica. Se Riina era divenuto pericoloso per quei “soggetti” che fino a quel momento lo avevano, “protetto” e se perfino per Cosa Nostra, a dire degli stessi pentiti, fosse divenuto “scomodo”, mi sembra legittimo pensare che ci sia una “convergenza di interessi” per un “cambio di comando”. Chi è il numero due di Cosa Nostra, designato successore alla giuda? Non c’è dubbio. Bernardo Provenzano.

 

Tutti lo definiscono, cauto, silenzioso, ragionevole, mite. Un uomo che come il suo vecchio compagno ha sulle spalle centinaia di omicidi. Che ha commissionato delitti e materialmente ucciso senza pietà un numero infinito di avversari. In gioventù, Bernardo Provenzano veniva chiamato “binnu...u tratturi” (Bernardo, il trattore), per la violenza con la quale mieteva le sue vittime. Ora lo chiamano “zu” (zio) e ancora, “iddhu” (quello lì). Non si nomina Provenzano. E’ un fantasma. Di lui si ha solo una foto che lo ritrae giovanissimo e una ricostruzione al computer del suo probabile aspetto. Per 43 anni Provenzano semplicemente non è esistito. Non vive in sfarzosi palazzi. Non ha autisti che guidano Ferrari. Quando gli uomini di Cortese lo cattureranno nel 2006 lo troveranno in una masseria. Dentro una stanza spoglia, circondato solo da verdure che adora e che fanno bene alla sua prostata, e i suoi rosari. La Bibbia. E’ un uomo di fede Provenzano. Una fede sua. Ha capito una cosa importante. Se la Cosa Nostra vuole sopravvivere alla scelleratezza della gestione Riina, deve cambiare. Sommergesi. “non fare scrusciu”. Non fare rumore. E ci riesce bene “iddhu”, “u zu Binnu”. Dispensa consigli e manda ordini che suonano più come miti richieste. E’ per il mantenimento della pace tra le famiglie, e addirittura per il perdono.

 

Quale migliore candidato alla guida dell’era moderna, allora, per quella parte di “interessi” che aveva costruito un sodalizio forte con Cosa Nostra, infranto solo da quel “maledetto errore del maxi processo” e l’ormai fuori controllo Totò Riina? Il fantasma Provenzano diventa il nuovo intoccabile. Utile agli equilibri di quella “convergenza di interessi” alla quale quelle “entità” occulte non possono rinunciare. Utile alla ricostruzione di un potere invisibile. Non si può parlare di Attilio Manca, senza parlare di Bernardo Provenzano.

 

continua...

 

 

fonti: Antimafia2000 - articoli di Nicola Biondo,  "un suicidio di Mafia", di Luciano Mirone - Ed. Castelvecchi, 

         Rubrica You Tube - Stato di Diritto (puntata del 13 0ttobre 2017), Servizio Pubblico approfondimento, 

         (puntata del 25 maggio 2012), Attilio Manca, conferenza stampa di Viterbo, disponibile su You Tube 

         sul canale "Il Contesto), "iddhu" di Enrico Bellavia e Silvana Mazzocchi, "Motivazioni della sentenza

         sul processo Stato - Mafia, del 19 luglio 2018",  Padrini Fondatori, di Marco Travaglio e Beppe Lillo

 

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