IL TRADITORE: UN'OCCASIONE MANCATA

May 24, 2019

 

Tommaso Buscetta continua a rappresentare nel panorama del pentitismo e dei collaboratori di giustizia, un'anomalia tutta ancora da capire. In primo luogo perché "non è un pentito", non ha mai "tradito Cosa Nostra", non è uno "spione" e non ha personalmente chiesto nessun trattamento di favore. Nelle sue parole di apertura di quella che resterà per sempre la "bibbia" del primo vero attacco alla mafia di Cosa Nostra, si leggono proprio queste dichiarazioni. In secondo luogo perché come "mafioso" non somiglia a nessuno dei criminali per i quali i reati a loro ascritti sono la carta di identità di personalità crudeli e spietate. 

 

Quella "morale mafiosa" di cui parla Buscetta, è tramontata con l'avvento della famiglia dei corleonesi di Totò Riina. Se si leggono le documentazioni giudiziarie delle deposizioni, degli interrogatori, e dei confronti, e se a queste si aggiunge la lettura delle sentenze a carico di Buscetta, si scopre inaspettatamente che di fatto, non gli è mai stato imputato un crimine "d'alto profilo". Non ha mai esercitato l'estorsione. Non ha mai messo bombe. E sembra perfino che non abbia mai trafficato droga. 

 

Chi è allora Tommaso Buscetta!?

Questo speravo fosse lo scopo del film di Bellocchio. Delusione. Si tratta di un lungo percorso confuso e senza scopo, tra citazioni di nomi che per i non addetti non dicono nulla, fatti slegati da una logica conseguenza narrativa, fino alla celebrazione sterile delle deposizioni e dei confronti nel maxi processo di Palermo. Nulla nel film contribuisce a spiegare l'altezza del personaggio, che se nella lirica del racconto viene definito "il boss dei due mondi", nella realtà è sempre stato solo un semplice "soldato". 

 

Un esempio. Tommaso Buscetta è l'autore della "ricostruzione palermitana" di Cosa Nostra. Su consiglio di Joe Bananas, mafioso italo americano, suggerisce la nascita di una "commissione". Un organo che riuniva tutti i capi famiglia di Palermo e Provincia, allo scopo di neutralizzare le discordie e organizzare meglio le relazioni e "gli affari". La commissione, nascerà, ma lui non solo non ne sarà il capo, ma addirittura non vorrà mai farne parte. 

 

Le sue attività all'estero non sono attività criminali. La sua statura in seno all'organizzazione mafiosa, dipende da altro. Io potrei tentare di spiegare, da cosa dipendesse, ma non basterebbe certo questo post sul blog. 

 

Credevo che questo film potesse rappresentare quello che Saverio Lodato definisce un "debito morale" nei confronti di quest'uomo che ha capito lucidamente quale forza dirompente avrebbe avuto l'arma della "parola" della confessione, della rottura del velo d'omertà. Non gli è costato poco estraniarsi da Cosa Nostra.  Il 21 settembre del 1982 sparirono due dei suoi figli, Antonio e Benni, sequestrati, torturati e uccisi perché svelassero il luogo dove si nascondeva. Il 26 e il 29 dicembre dell'82 fu ucciso dentro la sua pizzeria, Giuseppe Genova, marito di Felicia, figlia di Buscetta. Il 29 toccò al fratello di Masino, Vincenzo, e al nipote Benedetto, uccisi dentro la vetreria della famiglia. Il 6 luglio del 1984 Buscetta cominciò a raccontare fatti e misfatti di Cosa nostra. Il 7 dicembre fu ucciso anche il cognato Pietro Busetta. In seguito a queste dolorose perdite, avrebbe potuto mettere in atto una vendetta violenta. La sua decisione, fu invece di sconfiggere Cosa Nostra, attraverso la legge. Attraverso quello che più fa paura alla mafia: parlare.

 

Nel film sarebbe stato importante ricostruire la sua strana carriera criminale, tracciarne le motivazioni e le intenzioni. Invece si assiste ad una continua citazione di nomi e fatti che non disegnano nulla. Le scene del maxi processo sono un copia incolla fatto male di quanto non vale la pena scoprire pagando un biglietto per il cinema, ma è sufficiente una connessione ad internet. Nulla di nuovo. 

 

Aggiungo. Se non si è in possesso della conoscenza approfondita del fenomeno e della sua geografia biologica alcuni fatti narrati, alcuni dialoghi, giungono gratuiti e non consegnano allo spettatore "ignorante in materia" la profondità e l'importanza di quanto vede sullo schermo. 

 

L'unica nota positiva, il lavoro di Favino sul personaggio. Egregio nel riportare sullo schermo una personalità sottile e sfumata. Gesti, accenti, pause...sono evidentemente assorbiti e interiorizzati fino alla fusione. Un lavoro attoriale che rappresenta l'unica perla di un film altrimenti vuoto e troppo lungo. 

 

Saverio Lodato nel suo libro intervista a Buscetta "la mafia ha vinto", si domandava come mai tra tutte le pellicole e le serie tv nate negli anni post maxi processo, non vi fosse nessun lavoro dedicato a Tommaso Buscetta. Se questa è la risposta di Bellocchio, caro maestro siamo ben lontani dall'obiettivo. Se voleva fare un film bastava chiedere, a lei nessuno lo negherebbe. Non credo lo sforzo produttivo profuso nel confezionare questo minestrone di "niente" aggiunga qualcosa alla ricerca di una verità che resta tale solo per chi ha voglia e tempo di acquisirla tra le "carte" di anni e anni di processi e autorevoli libri, molto più utili che questo film. Che sia a Cannes... qui finisco e mi bevo una birra. 

 

 

 

 

 

 

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