convegno antimafia 2000

       All’indomani delle stragi del ’92 “ci sono stati investigatori che hanno accettato ogni giorno di incontrarmi in un posto segreto per raccontarmi i passi delle indagini”. A dirlo è stato Salvatore Cusimano, direttore della sede siciliana della Rai, alla conferenza in corso a Palermo “Strage di Capaci: gli assassini di Stato del giudice Falcone”, in occasione del 27° anniversario della strage del 23 maggio '92. “Una cosa - ha proseguito - che non è mai successa nella mia lunga vita di cronista giudiziario, e mi sono chiesto ‘perché?’, perchè era chiara la percezione che in gioco ci fosse la democrazia di questo Paese”.

 

       Nel ricordare Giovanni Falcone, Cusimano ha fatto riferimento al fallito attentato all’Addaura: “Falcone la sera prima decise di fare il suo primo bagno. Se l’avesse fatto davvero l’avremmo perso nel 1989. Qualcuno ha spifferato la sua intenzione, ma nessuno - si è domandato l’ex cronista -ha mai indagato sulla presenza di microspie nelle case e nelle macchine di Falcone, o nel gruppo di persone a lui più vicine?”.


         Quindi, commentando il processo trattativa Stato-mafia, Cusimano ha amaramente constatato che “la maggior parte delle persone indagate e condannate sono morte o ultraottantenni.

E il paradosso è che forse sapremo la verità quando non ci sarà più nessuno da condannare.

Certo- ha precisato -bisogna continuare a indagare”non solo per“consegnarne i nomi alla Storia di questo paese, e magari alle galere”ma anche perché“quel substrato che si muove nei meandri dello Stato e ha diretto l’operazione Capaci e via d’Amelio continua ad agire.

E temo- ha concluso -che lo faccia ancora e che oggi ripieghi perchè non è ancora il momento di uscire nuovamente allo scoperto”.

"Il logorio" che il regime ha imposto al sistema dell’informazione ha fatto danni. 
di AMDuemila

Come un veleno dolce si è insinuato ovunque. Arrivando ad abituarci alla cancellazione dei fatti. Imponendo un modello che ha sostituito il reality al reale. Non siamo più l’avanguardia della critica del presente, siamo un ingranaggio arrugginito di un’Italia bloccata.

Sono stato anni, con molti colleghi e compagni di strada, ad analizzare e denunciare i fatti politici che hanno plasmato questa Italia di oggi, le degenerazioni nel senso comune, le troppe rivoluzioni passive, il cinismo delle nostre banche, la prospettiva ristretta del mondo dell’impresa, il dilagare della corruzione, le facili scorciatoie proposte dai numerosi pifferai di destra e di sinistra, l’affermarsi della mediocrazia. Abbiamo resistito, anche a lungo, ma ora non basta più. O si inverte la rotta o rischiamo anche noi di diventare complici".

          E' questa la denuncia del giornalista della trasmissione Report, al convegno "Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell'informazione ieri ed oggi" in corso in questo momento alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Un allarme, quello lanciato da Mondani "perché sennò la vicenda delle stragi di mafia diverrà, già è diventata, una straziante storia di negazione che ci costringerà in eterno nella camicia di forza delle commemorazioni.

Substrato interno alle istituzioni continua ad agire
di AMDuemila

27 anni dopo la strage il pentito Avola ricorda quello che avete letto sui giornali in queste ore, 27 anni dopo è meglio che mai, ma somministrare a una verità moribonda una medicina con questa cadenza significa ucciderla".
L'inviato di Report si è posto alcune domande chiave a cominciare dall'impegno che lo Stato dovrebbe avere contro la mafia: "Cosa dovrebbe fare? Chi ha la responsabilità del fatto che di mafia si parla sempre meno e sempre e solo in maniera retorica, per commemorare i morti o per magnificare la cattura dei latitanti?

 

Domande complicate, ma il punto per me è un altro: c’è qualcuno che sta cercando queste risposte? Nelle istituzioni, nella politica, nel giornalismo, io credo di no. Ci sono solo mosche bianche che lo fanno. E allora. Questa insistenza nel cercare ancora la verità sulle stragi è il rovello di una minoranza che non vuole capire che la battaglia è stata in gran parte vinta, come qualche intellettuale ci suggerisce? Che certo la mafia c’è ma che si tratta di una protagonista marginale della vicenda italiana? E che lo Stato non ci stupisce più nel darci prove di contiguità con le mafie ma che in sostanza reagisce e ha reagito quando era necessario? Siamo a questo? Io penso di no. Ma se nel senso comune è passata la convinzione che la mafia sia ancora pericolosa ma tutto sommato residuale è responsabilità nostra, dei giornalisti. Anche nostra".


Mondani ha anche ricordato le accuse di giuristi, intellettuali e dei media contro il processo trattativa Stato-mafia: "Questi giornalisti che avevano giudicato in modo sprezzante la Trattativa Stato-mafia cosa hanno da dire oggi? E altri colleghi, quanti hanno scritto delle risultanze più inquietanti emersi della sentenza? Molti si sono limitati al compitino anemico facendo servizi che a malapena davano le notizie dei condannati.
Ma guardiamoci attorno, chi sta seguendo a Caltanissetta il processo ai tre poliziotti accusati di aver depistato le indagini sulla uccisione di Borsellino e della sua scorta? Quanti? Pochissimi".
E poi ancora: "Si preferisce lasciare ai media la mafia stracciona come i Casamonica e la trattativa e il caso Montante diventano notizie incredibili".

Riguardo il caso del "sistema" Montante, il giornalista ha spiegato: "Credo che per la prima volta, l'ordinanza della procura di Caltanissetta dedicava un intero capitolo ai giornalisti genuflessi. Poi la commissione antimafia regionale guidata da Claudio Fava ha raccolto quei dati, convocato alcuni giornalisti coraggiosi, interrogato gli altri.

 

          Ne è venuta fuori una relazione assai indicativa. E per certi versi terribile. Non esagero. C’è il giornalista che prende soldi da Montante, quello che prende ordini, quello che veicola false notizie, quello - come Vincenzo Morgante ex direttore del TGR nazionale della Rai - che si prende la raccomandazione per una promozione da Montante, quello che piazza un parente tramite Montante, quello che blocca un articolo critico su Montante e lo avverte additando il giornalista che aveva anche solo osato pensarlo quell’articolo ecc. ecc.".

 

"La commissione dice com'è possibile che dopo l'audizione dei giornalisti - ha proseguito - che espone la categoria, il consiglio di disciplina tenga fermi i procedimenti per anni e senza un atto istruttorio da parte dell'ordine dei giornalisti della Sicilia?

Almeno l'ordine di Milano ha sanzionato Giorgio Mulè, ma qui in Sicilia non è stata scritta nemmeno una pagina. L'opinione pubblica può avere fiducia dei giornalisti se una volta beccati i pennivendoli non siamo in grado di espellerli, anzi fanno carriera?

 

Nel mondo del giornalismo dominano gli occhi bassi davanti ai potenti. - ha concluso - Il nostro lavoro va a ramengo e c'è chi si bea del proprio orticello, oggi sostituiti semplicemente dal microfono senza giornalista.